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Aggiornato il: 4 minuti di lettura

Cucinare non ti rende un'ancella del patriarcato: lavoro di cura e lotta di classe

Cucinare non ti rende un'ancella del patriarcato: lavoro di cura e lotta di classe
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In alcune famiglie non è possibile dividere in modo equo il lavoro domestico e di cura: alcuni uomini (o alcune donne) tornano a casa un solo giorno a settimana, ciò rende i mariti dei tremendi oppressori e le mogli vittime o ancelle del patriarcato?
Ne parliamo con Franscesca Bubba.
di Eugenia Nicolosi

Quando si parla di lavoro di solito si intende solo quello produttivo e retribuito, cioè quello di chi produce beni o servizi fuori casa propria in cambio di una retribuzione. C'è poi un altro lavoro, invisibilizzato e oggetto di discussione: quello riproduttivo e domestico che non viene retribuito. Consiste nella pulizia e manutenzione della casa, nella preparazione dei pasti, nell’assistenza ai membri famiglia (prima di tutto bambini e anziani).

Il padre di Giulia Cecchettin da Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa: "Nel patriarcato c'è il concetto di possesso"

un doveroso punto sul lavoro di cura

Questo lavoro riproduttivo è necessario a facilitare la vita di chi svolge il lavoro produttivo. Per questo motivo la divisione dei lavori - produttivo e riproduttivo - è stata a lungo netta tra le persone che abitano nella stessa casa: da una parte gli uomini con le loro attività retribuite, dall'altra le donne con la loro attività non retribuita ma comunque fondamentale perché l'uomo fosse libero di lavorare fuori casa. E molte bambine e molti bambini iniziano a replicare questi ruoli "di genere" internamente alla loro casa già quando sono piccole e piccoli, dividendosi i compiti: le bambine aiutano in cucina e in casa (cone le ripercussioni che ciò ha sul loro futuro) mentre i bambini vengono spinti a giocare, esplorare e imparare fuori casa.  

Ancora oggi molte donne che hanno un lavoro retribuito sentono addosso il carico fisico e mentale di dover svolgere anche quello di cura, ancora oggi oltre 3 donne su 10 in Italia non hanno un conto corrente di loro proprietà perché non hanno un reddito. E non avere un reddito crea le condizioni per il verificarsi della violenza economica: uno dei modi in cui il patriarcato esercita il suo potere e dominio sulle donne, confinandole alla dipendenza - quindi al potere - del marito o del padre. Allora basta trovarsi un lavoro e smettere di cucinare per combattere il sistema patriarcale? Chi decide di dedicarsi solo alla cura del marito e dei figli è necessariamente un'ancella del patriarcato e va con le dita negli occhi alle lotte femministe per la parità di genere? Ci sono delle condizioni per cui è concesso alle donne dedicarsi al lavoro di cura senza che vengano additate come traditrici della causa femminista o guardate con compassione? Poter scegliere di non lavorare fuori casa resta un privilegio di alcune classi sociali? 

l'attivista francesca Bubba: "sbagliato vedere il patriarcato anche dove non c'è"

"La narrazione dominante sulla ripartizione equa del lavoro domestico nelle case pone al centro un unico elemento: il patriarcato. È per colpa del marito tiranno se in alcuni nuclei familiari è la donna che cucina o fa le lavatrici. Questa narrazione univoca e, a mio avviso miope è stata messa in campo da un certo femminismo social che trova spesso una radice patriarcale in ogni male del mondo, rischiando di allontanarsi dal complessificare e osservarli tutti e in maniera prismatica, questi mali", attacca così l'attivista e scrittrice Francesca Bubba che sul suo canale social ha approfondito questa complessa questione.

Francesca Bubba
Francesca Bubba 

"Alla base del caso della ripartizione equa del lavoro domestico, ad esempio, io credo ci sia più una questione di classe che di patriarcato: se è vero che per un numero considerevole di donne la narrazione del non devi fare tutto tu in casa è stata una liberazione, per quelle che non hanno la possibilità di suddividere il carico è stata fonte di frustrazione e riconsiderazione ingiusta. La cultura secondo cui la donna si occupa della casa per naturale predisposizione oggi si sta finalmente smantellando. Non abbastanza, certo, ma dobbiamo ammettere che nella nostra porzione di mondo sono stati fatti dei passi avanti dai tempi del film C’è ancora domani. Se in alcune famiglie lo sbilanciamento del carico domestico permane è davvero perché in quelle famiglie alberga un marito tiranno? È davvero perché la donna di quelle famiglie ha quintali di maschilismo interiorizzato? O possono esserci altre cause?". 

odiare i mariti perché non fanno niente in casa, odiare sé stesse per averli sposati

"La società lavorista e capitalista di cui facciamo parte che ci costringe ad essere macchine da soldi", continua Bubba, "Ma questo però non c'è scritto sui caroselli dei social che vogliono insegnare alle persone come devono campare. Si preferisce puntare il dito contro il marito tiranno. Quando ho iniziato a parlare di questo tema ho ricevuto tanti, troppi messaggi di persone che mi scrivevano che i loro mariti lavorano molto più tempo fuori casa di loro o che fanno lavori usuranti e sfiancanti al caldo d’estate e al freddo d’inverno, e che sono loro, le mogli, a occuparsi della maggior parte del carico domestico. Ho ricevuto tanti, troppi messaggi di persone che mi hanno scritto di essere arrivate a un passo dall’odiare il marito perché non faceva il bucato in casa. O di odiare loro stesse per averlo scelto, quel marito. Storie di donne che si sono sentite delegittimate e delle fallite, che prima di imbattersi nel periodo storico del bombardamento dei caroselli virali si sentivano tutto sommato soddisfatte delle loro vite".

"Queste donne, così come me, sono state subissate da slogan dal tenore di se non suddividete il carico domestico, tuo marito è il tuo oppressore e nessuno ha detto loro che se hai il marito che fa l’operaio questo non vale. Che se hai il marito che fa il camionista che torna a casa solo un giorno a settimana con gli occhi iniettati di sangue e sonno (come mio papà) questo non vale. Nessuno ha detto loro che ogni famiglia ha il diritto di cercare e trovare i suoi equilibri".

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"Nessuno ha detto loro che in ogni famiglia è importante la collaborazione e cooperazione, e ognuno mette in campo le proprie risorse per tenere in piedi la casa: quelle risorse non devono essere uguali, ma di equo impegno. Nessuno ha detto loro anche un’altra cosa: possono trarre una forma di appagamento e addirittura soddisfazione, nel lavoro domestico e di cura, sia che lo abbiano scelto o che si tratti di una condizione temporanea (penso anche a me, che in gravidanza ho perso il lavoro e non potevo fare altro che provare a non odiare la mia vita) hanno il diritto di risignificare il valore del loro lavoro".

che femminismo è quello che aggredisce le sorelle che svolgono il lavoro di cura?

"La cura è una forma di amore, e questo è giusto rivendicarlo. Problematizzare - giustamente - il fatto che sia stata imposta alle donne in nome di un presunto determinismo biologico non significa negare la possibilità che qualcuna possa trarne soddisfazione e gioia. Perché si è andati in questa direzione così binaria e miope? La soddisfazione di certe donne nell’occuparsi della cura di casa e prole genera un corto circuito: quella donna non è femminista! Quella donna, rea di essere scesa dalla ruota del capitalismo e di aver scelto di dedicare la sua vita a un lavoro economicamente improduttivo, non ha velleità carrieristiche e magari da dopo il parto trema all’idea di tornare a fare turni massacranti con quel capo che odia. Quella donna magari oggi è felice. Anziché darle della mantenuta, maschilista, ancella del patriarcato e farle i conti in tasca, potremmo batterci con lei per il riconoscimento di un salario al lavoro domestico e di cura, o per il tanto vituperato reddito universale di base".

"Potremmo batterci affinché possa vivere seguendo le sue passioni, che non è valgono di meno solo perché non sfondano il tetto di cristallo. Che non è che valgono di meno solo perché non sono le nostre. Che non è che valgono di meno solo perché non comprendono il dar fuoco a tutto quello che non è socialmente percepito come femminista per eccellenza. Ricordiamo che la rivoluzione si fa dal basso, e che se in alcune famiglie la ripartizione equa del lavoro domestico non è possibile (per scelta o necessità) il minimo che possiamo fare è non indurre quelle persone a odiare le loro vite. Perché le persone, in quelle vite che siamo così brave a bollare e giudicare, ci devono campare".