La "Terapia del rifiuto" è trend sui social: funziona? Per niente, anzi è tossica
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Su TikTok è in crescita una tendenza, l'ennesima: si chiama, furbamente, "Terapia del rifiuto" anzi, Rejection Therapy. In sostanza le persone cercano opportunità per essere rifiutate, filmare tutta la scena e postarla sui social perché la vedano milioni di persone. Dicono di farlo per "superare la paura del rifiuto" e vivere senza traumi. Ma forse siamo davanti all'ennesima prova del fatto che le persone giocano la carta della salute mentale per avere dei comportamenti inopportuni e costringere il resto della gente a subirli passivamente.
tutto suggerisce che sia un'operazione di marketing
Come funziona la Terapia del rifiuto? Prende ispirazione da un gioco di carte sociale, non terapeutico, inventato da un artista di nome Jason Comely. Le regole sono semplici: si devono affrontare delle sfide e vince chi viene rifiutato. Lo scopo del gioco è chiaramente superare la paura del rifiuto attraverso un'esposizione forzata che costringe i giocatori a sperimentare trucchetti di auto aiuto per essere resilienti e sostenere lo stress del rifiuto.
Il trend è su TikTok perché l'imprenditore americano Jia Jiang ha comprato i diritti del gioco di carte di Jason Comely e sul suo blog vende i mazzi di carte per giocarci: è una operazione di marketing? Tutto suggerisce che lo sia. Perché gli oltre 70 milioni di contenuti pubblicati con l'hashtag #rejectiotherapy sostanzialmente non hanno senso: non sono un gioco, non sono terapeutici, non fanno bene né alle persone che li inventano e seguono né ai followers che li osservano. Di certo non fanno bene a chi viene ripreso/a di nascosto mentre subisce richieste illogiche.
Per esempio in un video una ragazza chiede alla barista se può girare dietro il bancone e preparare il suo stesso caffè e, poi, non pagarlo. Un altro chiede un abbraccio a uno sconosciuto mentre un altro si avvicina a un operaio al lavoro e gli chiede di indossare il suo casco di protezione. Una donna posa il telefono per strada e inizia semplicemente a ballare. Una ragazza chiede a un estraneo se le presta cento dollari, lui chiaramente le risponde di no continuando a camminare ma lei comunque, rivolgendosi ai propri followers, annuncia di “avercela fatta”.
La teoria sarebbe che avvicinare sconosciuti e costringerli a subire richieste bizzarre, invasive e inopportune (quindi destinate a essere rifiutate) rende persone migliori perché si supera quella sana soglia di imbarazzo che normalmente dissuade le persone dal fare cose del genere. Ma non è proprio la sana soglia di imbarazzo a impedire alle persone di avere comportamenti fuori dalla logica, quindi a comportarsi in modo civile?
Secondo alcune analisi questo gioco è qualcosa di vagamente simile alla terapia dell'esposizione, che esiste davvero in psicoterapia: qui le persone con delle paure che vogliono sconfiggere scelgono di esporsi gradualmente alle situazioni che le terrorizzano per superare le ansie che compromettono la loro qualità della vita (ascensori, aerei, cenare fuori da sole) o che originano da eventi traumatici. Ma appunto, è “qualcosa di simile”, non è la stessa cosa.
fingere di praticare la "terapia del rifiuto", quando si ha un ego molto ben nutrito
Nella terapia dell'esposizione ci si sforza di superare quei limiti che sono invalidanti per vivere meglio con sé stessi e nella comunità generale. Nella terapia del rifiuto ci si comporta deliberatamente in modo strano, solo per costringere persone estranee, persone che stanno svolgendo il loro lavoro, a partecipare a un giochino che serve a ottenere followers e a parlare di sé.
La terapia del rifiuto insomma si basa sul mettere in difficoltà persone che sono costrette a dire di no: perché non sono titolari dei posti in cui lavorano, perché non hanno soldi da buttare in questi esperimenti sociali, perché non possono prestare i dispositivi di sicurezza che sono obbligatori nei cantieri per darli a una ventenne che sta giocando sui social.
chi conosce la vera paura del rifiuto non farà mai questo gioco
Secondo il team di psicologi e psicologhe di Unobravo la paura del rifiuto si manifesta con un’aspettativa ansiosa e persistente di essere rifiutati. Davanti a un invito a cena, per esempio, la persona potrebbe profetizzare di non piacere all'altra persona e decidere di non accettare. Questa paura non si presenta solo sulla scena sentimentale ma anche nelle relazioni amicali e lavorative e cresce quando ci si sente poco attraenti fisicamente o intellettualmente. Chi ne soffre evita di esporsi a contatti sociali in cui ci sia la possibilità di sentirsi rifiutati (o in alcuni casi si fa amicizia con tutti ma si evita di proporsi in maniera seduttiva a qualcuno verso cui si prova interesse). In entrambi i casi, non è incredibile che persone con decine di migliaia di followers affermino di sperimentare la paura dei rifiuto? Abbastanza. Non è strano che a praticare la terapia del rifiuto per superare i traumi e l'ansia di non piacere, siano persone con un esercito di gente che mette loro like e cuori? Eppure è esattamente quello che accade.
Ma fingiamo di crederci per un attimo, fingiamo di credere che non sia una operazione di marketing pilotata dall'imprenditore che vende i mazzi di carte a venti dollari ciascuno. C'è comunque un altro problema: non è coinvolgendo estranei che si supera la paura del rifiuto dal momento che è un timore legato alla sfera relazionale (romantica, amicale, professionale). Chi ha paura del rifiuto non ha paura del rifiuto della barista che non ha mai visto o dell'operaio che incontra per caso mentre passeggia. Chi ha paura del rifiuto, e deve affrontarla, ha paura di non piacere agli amici, ai colleghi, alle persone verso cui prova interesse romantico e sessuale.
Non è quindi facendo gli scherzi agli estranei, approfittando della loro gentilezza o filmandone la sgarbataggine indotta, che si supera l'ansia del rifiuto. Evidentemente questa pratica serve solo a riempire e ravvivare il vuoto sempre più pressante dei social, popolati sempre di più da persone che non hanno talenti né passioni. Chi usa i social per mostrare i propri talenti, passioni e professioni non ha bisogno di partecipare a giochetti, esperimenti sociali e trend per farsi vedere. E per fortuna i social sono pieni di persone che cucinano, decorano, fanno divulgazione, cantano, spiegano, approfondiscono, informano, insegnano senza causare danni. Occorre davvero continuare a muoversi su questa scia del nulla spacciato per cura di sé?
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