Mangiare, ballare, innamorarsi: le persone considerate brutte non hanno gli stessi diritti delle persone considerate belle
In pratica, significa che le persone vengono giudicate – nel bene o nel male – in base a quanto sono vicine ai canoni di bellezza che la società veicola.
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Una coppia etero è diventata l'emblema del lookismo perché "lui", giudicato poco avvenente, è stato deriso sui social con frasi come "lei piange perché voleva scappare?" o anche "Sembra uscito da un video di Elisa True Crime". I due erano a un concerto, cantavano e lui provava a dare a "lei" dei baci. Le critiche, le battute taglienti, originano tutte dall'aspetto esteriore del ragazzo (sarebbe stato uguale a parti inverse). Tra i commenti: "Se fosse stato un ricciolino affascinante sarebbe stato lo stesso?". No. Ed è questo, precisamente, il "lookismo".
una persona grassa che mangia vs una persona magra che mangia
Una persona grassa seduta al ristorante è un potenziale attrattore di battute, sguardi e biasimo perché forse secondo alcuni non avrebbe il diritto di mangiare o peggio, non è aesthetic vederla mangiare al ristorante. Al contrario una persona magra che si sfonda di junk food è perfino erotica. Ma non troppo magra, altrimenti "è malato/a". Eccolo, il lookismo dai molti volti: a scuola, l'insegnante tratta meglio chi ha un aspetto più curato o “gradevole”. Su TikTok o Instagram, video simili hanno risultati completamente diversi a seconda di chi li pubblica: uno con un volto attraente riceve migliaia di like, l’altro viene ignorato.
Durante un colloquio di lavoro (anche per un part-time), viene scelto chi “si presenta bene”, anche se un altro candidato ha più esperienza. Tra amici e amiche, si dà più ascolto o importanza a chi è considerato “bello/a” e la leadership si appoggia totalmente all'aspetto esteriore.
Viviamo in un’epoca in cui l’immagine regna sovrana. I volti ci scorrono davanti più rapidamente delle parole, i corpi parlano prima delle menti, e spesso, troppo spesso, l’aspetto fisico diventa metro di giudizio per valore, competenza e dignità. La discriminazione è involontaria, automatica e fondata sull’aspetto esteriore.
Il termine lookismo, che ovviamente deriva dall'inglese "look", apparenza, è la discriminazione di persone considerate non attraenti secondo i canoni di bellezza. E può suonare nuovo alle orecchie di molti e molte, ma la sua sostanza è antica quanto le società stesse.
È il riflesso di una cultura che premia la bellezza secondo canoni arbitrari e mutevoli, relegando ai margini chi non vi si conforma. Non si tratta solo di vanità, ma di un meccanismo di esclusione che agisce in silenzio, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle relazioni sociali e persino nei tribunali dell’opinione pubblica.
Numerose ricerche confermano ciò che l’intuito ci suggerisce: le persone percepite come fisicamente attraenti tendono a godere di maggiori opportunità, salari più alti, valutazioni più benevole e un trattamento di favore. Al contrario, chi si discosta dai canoni estetici dominanti rischia di essere etichettato, sminuito, invisibilizzato. Non è un caso che i colloqui di lavoro si svolgano spesso in presenza, o che il mondo dello spettacolo, della politica, della comunicazione si popoli di volti simili, scolpiti secondo un ideale visivo omologato (sono, infatti, quasi tutte uguali).
la violenza con la quale reagiamo: il lookismo è anche razzista e grassofobico
Il lookismo, però, non colpisce solo chi ne è vittima evidente. Proprio perché i canoni di bellezza variano praticamente di anno in anno, chiunque può essere soggetto/a a forme di discriminazione basate sull'aspetto esteriore.
Alimenta insicurezze, genera pressioni, contribuisce a una narrazione che lega il valore di una persona alla superficie, anziché alla sostanza. In una società che ostenta inclusività, il culto dell’apparenza è spesso una forma di esclusione mascherata da estetica. Contrastare il lookismo non significa negare il piacere del bello, ma riconoscere l'esistenza dell’imperfezione, l’umanità della varietà. Significa imparare a guardare oltre l’immagine, educare all’empatia e al pensiero critico, interrogarsi su ciò che davvero attribuisce valore a un essere umano.
La bruttezza ci spaventa e a volte, si trasforma in una vera e propria forma di violenza sociale. Di fronte a chi è considerato “brutto/a” reagiamo con fastidio, distanza quando non addirittura paura. Cambiamo marciapiede se vediamo qualcuno con un corpo non conforme. Attribuiamo automaticamente colpe o intenzioni negative a chi ha tratti marcati, un volto asimmetrico. E tutto questo accade senza che ce ne rendiamo pienamente conto.
milioni di meme sull'amica "cessa" della gnocca in discoteca
Il lookismo è profondamente intrecciato con altri pregiudizi: è spesso razzista, perché rifiuta tratti somatici non bianchi come “meno belli” e quindi in automatico “meno affidabili”; è grassofobico, perché considera il corpo grasso come un fallimento, un problema da risolvere. Sui social, le ragazze grasse vengono trasformate in meme, diventano la “cessa inquietante” accanto all’amica “gnocca” in discoteca, la spalla comica o l’elemento disturbante da appioppare all'amico ubriaco per restare in pace con la ragazza carina. Queste narrazioni fanno male, si infiltrano nella nostra mente e nel nostro modo di vedere noi stesse e noi stessi, oltre che gli altri.
Il lookismo nella vita reale si manifesta ogni volta che ci guardiamo allo specchiio, sapendo che il nostro naso non è come quello delle Kardashian. E qui ci sarebbe da fare un discorso sulle dinamiche di classe applicate all'industria della bellezza: non è un mondo per persone brutte ma nemmeno per persone povere, visto che pagando si diventa facilmente persone "belle".
Cosa possiamo fare? Essere consapevoli: capire che tutti noi, in qualche misura, siamo influenzati e influenzate dal lookismo. Cambiare prospettiva: iniziare a guardare gli altri (e noi stessi/e) con meno giudizio estetico e più attenzione a ciò che conta davvero. Parlarne: il lookismo è ancora poco discusso, ma riconoscerlo quando lo si agisce - e non solo quando si è vittime - è il primo passo per superarlo.
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