La Ministra Roccella sul diritto d’aborto in Italia: “Più gli ospedali in cui abortire che quelli in cui partorire”
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La Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, ha recentemente rilasciato un'intervista che ha suscitato parecchie discussioni in merito alle politiche sull'aborto in Italia. Poco dopo la Giornata Internazionale della Donna, la Ministra ha affrontato temi cruciali riguardanti i diritti delle donne, focalizzandosi su lavoro, politiche familiari e welfare, ma opponendosi alla lotta contro l’obiezione di coscienza, suscitando reazioni contrastanti nell'opinione pubblica. Secondo la donna, il calo demografico avrebbe portato ad una diminuzione degli aborti tale da far sì che i medici attivi nel sistema sanitario siano sufficienti.
L’intervista di Eugenia Roccella per la Giornata internazionale della donna
Nel cuore della discussione sui diritti delle donne espressa dalla Ministra emergono tematiche legate al lavoro, alle politiche familiari e al benessere, mentre l'aborto rimane in secondo piano. La Ministra afferma che le donne necessitano di diritti fondamentali, oltre al semplice diritto di voto, quali l'accesso a professioni, università, spazi pubblici e la libertà di muoversi per le strade senza timori. Tali questioni riguardano tutte le donne. Tuttavia, sembra che l'obiezione di coscienza non rientri nei diritti che richiedono una battaglia prioritaria nel nostro Paese. Un diritto già incluso nella Costituzione francese, ma che in Italia affronta varie difficoltà nella sua applicazione concreta.
Le dichiarazioni della Ministra Eugenia Roccella sull’aborto: chi decide
Eugenia Roccella ha rincarato l’efficienza della struttura della legge italiana che rispetta l’aborto in qualità di ‘ultima scelta’: “Il mondo femminista è sempre stato molto chiaro su questo: nessuna donna è felice di abortire. È una libertà, noi parlavamo non di aborto come diritto ma di maternità come libera scelta. E abbiamo legge equilibrata che è da molti anni una legge attuata che ha dato buoni risultati e – per quanto sia stato divisa – rispetta il senso dell’aborto come ultima scelta, come ultima possibilità di uscire da una maternità non desiderata”.
Cosa sono gli obiettori di coscienza: dove rivolgersi per l’aborto
In Italia, tuttavia, persiste la difficoltà nell'accesso all'aborto senza inconvenienze, come dimostrano i dati. Il termine "obiettori di coscienza" si riferisce al personale sanitario che, per ragioni etiche, decide di non praticare l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) entro i primi 90 giorni di gestazione, come stabilito dalla legge. In altre parole, ciò limita l'accessibilità a questa procedura per coloro che ne avrebbero la volontà o il bisogno, costringendo le donne a cercare alternative, spesso anche al di fuori della loro regione di residenza. Secondo i dati del ministero della Salute relativi al 2021 (gli ultimi disponibili), in Italia il 63,4% dei ginecologi, il 40,5% degli anestesisti e il 32,8% del personale non medico sono obiettori di coscienza.
Il diritto d’aborto: le differenze con la Francia
Secondo la Ministra, la comparazione del percorso sull’aborto con il cammino francese – che ha visto da poco l’inserimento del diritto d’aborto nella costituzione, al fine di garantirvi una completa tutela – non avrebbe senso: “Le madri e i padri costituenti hanno cercato con la Costituzione di creare un testo fondamentale condiviso. Inserire una questione così delicata e divisiva non è nello spirito dei costituenti. La Francia ha altre matrici culturali, e per quanto riguarda la legge sull’aborto leggo la relazione al Parlamento che viene fatta tutti gli anni: il carico di lavoro per i medici non obiettori è di un aborto a settimana. Evidentemente siccome adesso gli aborti sono pochi perché sono poche le gravidanze, sono sufficienti i medici che ci sono”.
“È più facile trvare un ospedale dove partorire piuttosto che un ospedale dove abortire”
Nell'opinione di Eugenia Roccella, la mancanza di “cause e contenziosi” sull’interruzione di gravidanza nell’ambito Sanitario sarebbe una riprova che “non ci sono donne che non sono riuscite ad accedere all’interruzione di gravidanza. Non in tutti gli ospedali si fa tutto, è molto più difficile trovare un ospedale dove partorire piuttosto che un ospedale dove abortire”.
Abortire in Italia: i dati
Nel corso del 2021, sono state registrate 63.653 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) in Italia, corrispondenti a un tasso di abortività di 5,3 IVG ogni 1000 donne tra i 15 e i 49 anni. Una mappa dettagliata, elaborata da Laiga, Associazione di ginecologi in difesa della legge sull’aborto, identifica 291 luoghi accessibili alle donne per interrompere la gravidanza. In contrasto, ci sono 359 punti nascita in cui le donne possono partorire. La riduzione del numero di aborti è accompagnata da un aumento degli aborti farmacologici, evidenziando un triplicarsi di questa pratica nell'ultimo periodo in Italia. Le donne che si trovano costrette a spostarsi in province o regioni diverse dalla propria residenza per accedere a una procedura, compiendo una sorta di "migrazione", rappresentano una chiara manifestazione delle sfide esistenti nell'ottenere un aborto in specifiche aree geografiche del paese.
I cartelloni Pro-Vita alla Festa della Donna
Parallelamente, l'8 marzo si sviluppano controversie in merito ai manifesti affissi su cinque camion di Pro Vita & Famiglia, associazione antiabortista, in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Tali manifesti ritraggono una donna incinta con un fiocco rosa sul pancione e la scritta "Non una di meno, ma per davvero!". Molti hanno trovato paradossale ed offensivo l'utilizzo di manifesti per mettere in discussione il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza e per colpevolizzare le donne che ne fanno richiesta proprio durante la Festa della Donna.
Cos'è Non una di meno e da dove nasce?
Questa controversa iniziativa è stata ulteriormente alimentata dal riferimento polemico alla lotta delle donne contro la violenza di genere e i femminicidi, che sembrava quasi suggerire che le 103 donne uccise nel 2023 siano da considerare considerate "vite di secondo ordine". Non una di meno è infatti anche un'associazione ed una piattaforma femminista intersezionale italiana, "nata dal basso" e ispirata alla frase della poetessa ed attivista messicana Susana Chávez, "Ni una mujer menos, ni una muerta más" (Non una donna di meno, mai una morta in più) che a sua volta ha dato vita ad un movimento in Argentina e nell'America Latina chiamato NiUnaMenos che si batte contro i femminicidi e per i diritti delle donne.
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