La piaga della piega: in Usa andare dal parrucchiere è un lusso
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Sembrerà frivolo - e invece non lo è per nulla, ma una delle prime fatiche con cui una donna italiana si confronta quando sbarca in America è la vita senza la gioia del parrucchiere. Certo che ci sono i parrucchieri negli States (ed hanno anche dei nomi ben più roboanti del nostro semplice "parrucchiere/parrucchiera", tipo hair stylist per partire e hair designer per sottolineare che in quella professione e nel risultato atteso è previsto un certo ingegno artistico). Ci sono certamente, ma parliamo di cifre da capogiro. Nelle grandi città come New York, Los Angeles e Chicago, un taglio e colore può tranquillamente superare i 500 dollari. E non è solo l'inflazione: dal 2019 al 2024, i prezzi per taglio e servizi di cura personale sono aumentati del 27%.
La piaga della piega
Per darti un'idea: a New York, un balayage è passato da 168 dollari nel 2021 a 289 dollari nel 2024 (fonte: The Wall Street Journal). E badate bene: a questo importo bisogna aggiungere la mancia.
Esatto, la mancia, perché la “tip” non è attesa e agoniata solo da chi lavora nei ristoranti ma anche dal taxista, dal parrucchiere per l’appunto, nei centri estetici… sembra una congiura contro le donne che vogliono prendersi un po’ cura di sé.
Ci sono i parrucchieri, dunque, ma costano parecchio e se si vive come ho fatto io per 5 (lunghi) anni in un luogo dove il meteo è avverso (dicesi piove ogni giorno), ci si fa due conti prima di andare a spendere quel malloppo per una piega che durerà pochi istanti fugaci. Addirittura, una mia amica italiana a Seattle ha dato un nome a questo piccolo disagio. Paola la chiama “la piaga della piega”. Fa ridere, no? E sempre la stessa Paola, quando sono in Italia e pubblico sui social una foto o un video senza nessun particolare sfondo italiano o senza dirlo esplicitamente, lei mi becca subito. “Sei in Italia, vero? Si vede dal capello!”.
Non è solo una piega: come i capelli aiutano l'autostima
Eppure, quella che può sembrare solo una piega, un ritocco del colore, o una spuntatina del taglio, ho capito sulla mia pelle, essere molto di più. Quando mettiamo piede dal parruchiere, è alle idee che vogliamo mettere mano. Entriamo in uno spazio sospeso tra quelle che siamo oggi e quelle che in cuor nostro vogliamo essere e da lì tante porte si possono ancora aprire.
Mi ricordo a Milano, quando ho fatto il passaggio dall’azienda alla partita iva e iniziavo a lavorare come consulente e formatrice. Era una cosa a cui tenevo molto, era il mio sogno professionale di allora. Il mio primo cliente fu un gruppo bancario che si fidò così tanto di me da affidarmi un progetto di formazione rivolto al top management. Me la facevo letteralmente sotto, io e la sindrome dell’impostore eravamo una cosa sola.
Per preparami a quelle primissime giornate di aula non mi risparmiai: lavoro matto e disperatissimo e in aggiunta una bella piega! Non sono mai andata così tanto dal parrucchiere come in quel periodo. Andavo perché mi sentivo più in ordine, professionale e così mettevo in campo una Federica con le idee chiare, più sicura di quanto non mi sentissi e abbastanza da buttarmici in quel progetto, che poi andò alla grande. E la cosa bella era che non era stato un costo proibitivo. Avevo comunque chiesto al commercialista se potevo detrarre il parrucchiere come spesa di rappresentanza… potete immaginare la risposta.
La mia solita parrucchiera era fuori zona, impossibile anche solo l’idea di dedicare tutto quel tempo all’avanti e indietro. E così avevo fatto una passeggiata nel mio quartiere per mappare quei parrucchieri di cui a tutti gli effetti non conoscevo che l’insegna. Mi interessava scoprire l’orario di apertura, di chiusura, il giorno di riposo e certamente il costo. Fu divertente. Li provai quasi tutti, ero diventata un po’ amica di ciascuno di loro. Mi presentavo poi in aula un po’ coaffata, forse troppo mi direi oggi, ma se penso che una delle donne più coaffate della storia è stata anche una delle più capaci di aprire una via per la leadership delle donne, sto parlando di Margaret Tatcher, allora posso guardarmi con benevolenza e procedere nel racconto.
Le piccole grandi gioie (irrinunciabili) di andare dal parrucchiere
Quando andare dal parrucchiere costa così tanto, credo che tanto venga tolto alle donne. E si sa, quando togliamo alle donne, togliamo a tutti. Perché, diciamocelo, andare dal parrucchiere non è solo un passaggio fondamentale per creare una nuova versione di noi, è anche una bella boccata di leggerezza. Pensate a come si sta bene dopo aver scambiato quattro parole con una donna che non ci conosce affatto e con la quale possiamo fare cadere la maschera e far partire un po' di lamentazione bonaria? Che p*lle i figli, che p*lle il marito/compagno, che p*lle i genitori, che p*lle il lavoro, che p*lle tutto. Una lamentazione sofisticata: dura poco, va al sodo e archivia il tutto con una risata “ma si, si fa per dire”. Appunto, si fa per dire, anche quello che solitamente non si dice.
E volete mettere la gioia contraria e complementare di finire nelle stesse mani esperte di qualcuno che si prende cura di noi per un momento e con cui il discorso diventa un filo e dal filo nasce una vicinanza che altrimenti, forse, non si sarebbe creata? Piccole gioie, per l’appunto.
le americane vanno dal parrucchiere?
Quindi, amiche mie italiane, se oggi vi girano le anime e potete, andate dal parrucchiere anche per me. Se invece non potete, fatevi una risata, pensate che non siete le sole a vivere la piaga della piega. E questo solitamente aiuta, quel mezzo gaudio che non ci fa sentire sole.
E se vi state chiedendo che fine fanno le americane, come fanno a "tenersi in ordine" eccovi la risposta. Su Amazon ci sono cascate e cascate di pagine dedicate alla vendita di prodotti del “parrucco fai-da-te”. Dal colore al boccolo, di necessità virtù, imparano a fare tanto, quasi tutto, da sole così dal parrucchiere vanno a ogni morte di vescovo, ovvero quando è strettamente indispensabile. Non stupisce che il 29% delle americane si tinga i capelli solo a casa, insomma ci si arrangia come può…
Invece noi italiane in America spesso ci aiutiamo con il passaparola. Dove vivo io ora, nella zona di San Francisco, abbiamo anche creato un file in cui salviamo i contatti dei parrucchieri che raccomandiamo. È così infatti che si riconosce una novellina italiana che sbarca nel nuovo continente: anche dalla domanda “ma voi da che parrucchiere/parrucchiera andate? Potendo che non costi un patrimonio!”.
Quando a Seattle, a un certo punto, mi sono ritrovata un po’ nella situazione milanese, di avere cioè venduto un progetto di formazione importante, chiesi subito consiglio alle tante recensioni su Amazon e così mi comprai la “Berta”, un precedessore del Dyson che mi ha aiutata a togliermi le onde più antipatiche e a valorizzare le migliori, facendomi sentire all’altezza della sfida lavorativa a cui andavo incontro.
Alla fine, quella che chiamo "la piaga della piega" mi ha insegnato qualcosa: che anche nei piccoli cambiamenti si nascondono delle scoperte. E così, mentre mi arrangio con la mia Berta davanti allo specchio, mi rendo conto che quello che cerco dal parrucchiere - un momento tutto per me, la possibilità di reinventarmi un po' - lo posso trovare anche in altri modi.
Certo, ogni tanto la nostalgia del rito tutto italiano dal parrucchiere si fa sentire. Quel mix di confidenze, leggerezza e piccole trasformazioni che va ben oltre il semplice servizio - e che si meriterebbe l’introduzione della mancia formalizzata.
E diciamocelo, la prima cosa che faccio quando torno in Italia è andare dal parrucchiere così ritrovo anche quel piccolo pezzo di me che profuma di shampoo e vita al femminile che tanto mi piace.
Buona piega a tutte!
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