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Lavoro, gli uomini vogliono tornare in ufficio perché a casa "perdono potere e controllo"

Lavoro, gli uomini vogliono tornare in ufficio perché a casa perdono potere e controllo
(getty)
A distanza di sei anni dall'esplosione dello smart working e del remote working, gli uomini hanno capito che solo in ufficio si acquiscono potere e controllo
di Eugenia Nicolosi

Abbiamo parlato della pericolosa relazione tra smart working e donne, ora parliamo della logica seguita dagli uomini che hanno compreso forse prima di noi delle dinamiche di potere dietro il presenzialismo. Insomma, loro sanno: lavorando da remoto si perde potere.

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Da almeno un paio di anni il ritorno in ufficio ci viene raccontato come una necessità organizzativa, soprattutto da parte di boss rimasti attaccati a vecchie scuole di pensiero. Una su tutte: se ti vedo esisti.

il progresso tecnologico non aiuta se la cultura rimane antica

Sappiamo che ha senso lavorare insieme ai colleghi e colleghe è utile a favorire la collaborazione e a costruire la cultura aziendale, erosa da anni di riunioni su Zoom ma soprattutto dal clima estremamente competitivo innescato da precarietà e crescita professionale bloccata. Ma pare che dietro la spinta al rientro ci sia altro.

A ravvivare il dibattito che mai si è sopito è stata la dichiarazione di un responsabile delle risorse umane della società di consulting Deloitte che sul tema dello smart working, ha sostenuto che molti uomini preferiscono il lavoro in presenza perché il lavoro da remoto riduce quella sensazione di potere e controllo che tradizionalmente accompagna il ruolo manageriale.

Una lettura legata al proprio ruolo e che incontra una crescente quantità di ricerche accademiche. Tra queste c'è uno studio pubblicato nel 2024 dai ricercatori dell'Università di Pittsburgh, che hanno analizzato centinaia di aziende quotate negli Stati Uniti per capire cosa accade quando viene imposto il cosiddetto RTO, Return To Office, il ritorno obbligatorio in presenza.

gli uomini sanno che il potere è di chi "si fa vedere"

Ebbene, le aziende che hanno imposto il rientro non hanno registrato miglioramenti nella produttività, nei profitti o nelle performance complessive in compenso, i ricercatori hanno osservato che questi mandati arrivavano spesso in momenti di difficoltà aziendale, come per esempio un calo del valore delle azioni o cambiamenti ai vertici.

Per gli autori dello studio, il ritorno in ufficio sembrerebbe dunque funzionare soprattutto come uno strumento di controllo manageriale: cioè un modo per riaffermare la presenza e l'autorità della dirigenza, non di lavoratori e lavoratrici, in una fase di incertezza o cambiamenti. Ma il tema del controllo non riguarda soltanto chi dirige, tocca anche il modo in cui il lavoro viene valutato. E lo sappiamo.

La presenza fisica in ufficio è stata considerata una prova implicita di impegno. Lo smart working ha incrinato questa associazione perché costretto molte organizzazioni a misurare il lavoro per risultati (finalmente!) anziché per ore trascorse sotto lo sguardo di un superiore. Un cambiamento che non tutte le aziende hanno accolto con entusiasmo, che non a tutti piace o conviene

Le conseguenze non sono uguali per tutti. In Italia, secondo i dati Istat, il lavoro agile continua a essere utilizzato maggiormente dalle donne. Non perché lavorino meno, ma perché sulle donne continua a gravare la parte principale del lavoro di cura e la possibilità di lavorare da remoto rappresenta spesso una delle poche leve concrete per conciliare occupazione e vita privata, anche se alla fine funziona malissimo.

chi è più bravo, brava, lascia il lavoro che impone la presenza

Quando il lavoro torna obbligatoriamente in presenza, questa flessibilità scompare. E i dati suggeriscono che a farne le spese siano soprattutto le lavoratrici. Lo studio dell'Università di Pittsburgh ha rilevato infatti un aumento delle dimissioni tra i dipendenti più qualificati dopo l'introduzione dei mandati di rientro e tra i gruppi più inclini a lasciare l'azienda figurano proprio le donne e i professionisti con competenze elevate, cioè coloro che hanno maggiori possibilità di trovare opportunità alternative.

La questione, dunque, va oltre il semplice dibattito sullo smart working perché riguarda il modello di leadership e di valutazione del merito che le aziende intendono adottare. Da una parte c'è un'organizzazione del lavoro fondata sulla fiducia, sull'autonomia e sulla valutazione dei risultati ma dall'altra resiste una cultura che continua ad attribuire valore alla presenza fisica, alla visibilità e a chi si lascia comandare a vista. Ne usciremo? Speriamo.