Se fai il lavoro dei tuoi sogni non lavorerai mai un giorno nella vita è una battuta. E non fa ridere.
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Nella sua raccolta In mezzo al mare. Sette atti comici (Mondadori) Mattia Torre scriveva: «È tipico di questo Paese: è sempre colpa di un altro. È sempre colpa di quello che veniva prima, di quello che ha fatto il lavoro prima. Se cambi dentista, quello ti visita e fa la faccia angosciata, ché tu vorresti morire. E lui ti dice: guardi, io non parlo mai male dei colleghi, qui hanno combinato un disastro, guarda che roba. Non hai la scienza per contraddirlo, e il problema non si pone perché hai i ferri in bocca, per cui ti sottometti e paghi 1200 euro». Mattia Torre passa in rassegna allo stesso modo il lavoro del meccanico, dell’idraulico, dei governi che appena insediati fanno il punto sui problemi ereditati dai governi precedenti: «È responsabile sempre quello di prima. O quello prima ancora. (…) milioni di cittadini e nessuno ha una sola responsabilità». Quindi la colpa di chi è, se mi sento poco brava, se ho fatto un errore di valutazione, se mi sovraccarico di lavoro, se perdo pezzi, se faccio fatica?
Il problema della felicità
E se il problema fosse proprio questo? Le persone che si pongono la propria felicità come obiettivo tendono a essere mediamente meno felici delle altre. Lo dice Tal David Ben-Shahar, che ha insegnato a Harvard e ha scritto tra gli altri Più felice. Come imparare a essere felici nella vita di ogni giorno (Baldini e Castoldi). La felicità sul lavoro non deve essere un obiettivo. Ognuno di noi deve mettere in ordine le proprie priorità, lavorative e di vita, perché sì che passiamo la maggior parte del nostro tempo al lavoro, ma la soddisfazione sul lavoro non può essere al centro della nostra riconoscibilità come persone, né l’unica fonte delle nostre soddisfazioni. Al di là degli obiettivi da raggiungere – quindi, anche in prospettiva, la possibilità di crescere e di conseguenza l’aspettativa di guadagnare di più – a me, per esempio, rende felice: fare cose che mi interessano e frequentare, anche in ufficio, persone interessanti. Svolgere il lavoro con piacere me lo rende più semplice: sono più efficiente, creativa e propositiva. Faccio meglio, se ne accorgono tutti. Quindi certo che amare il proprio lavoro può essere un vantaggio, anche economico. Se mi occupo di quello che amo non bado al tempo. Né quello che impiego per svolgere un compito, né quello che mi serve per prepararmi. Non guardo l’orologio quando finisco e soprattutto non lo guardo quando inizio.
Pro e contro
Pro e contro ci sono sempre. Leggere una notizia che riguarda il mio settore la domenica mattina mi piace. È lavoro? A me piace, mi interessa: dovrei forse tenermi quella lettura per il lunedì? La concezione stessa di orario di lavoro è cambiata. Si è modificato il modo di lavorare in ufficio, in coworking, da casa, in giro. È cambiato il tempo che consideriamo “fuori dall’orario di lavoro” così come il modo in cui ci si relaziona con gli altri. Mescoliamo continuamente vita professionale e personale. E questo ha delle conseguenze. Da oggi tira una linea tra ciò che devi fare e quello che fai… per cortesia, come ascoltare le lamentele altrui. Poi torna a dirmi come va.
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