Non ne usciremo mai: le imprese gestite da donne superano il milione ma sono quasi tutte dedicate al lavoro di cura
D'altro canto sono aziende e società che si occupano quasi esclusivamente di assistenza alla persona e cura
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Le imprese guidate da donne in Italia hanno superato quota 1.068.000. Sono quasi il 20 per cento (19,4) del totale delle aziende censite nell'ultimo report della società di consulenza Cribis, che registra come in due anni siano cresciute del 12,4 per cento: più di 120 mila nuove attività dal 2024.
Il dato, tradotto, ci dice che in Italia quasi un’impresa su cinque oggi ha una guida femminile e che questo pezzo di sistema produttivo non è più laterale, anche se la struttura dell’imprenditoria femminile però resta nettamente concentrata nelle microimprese. Aziende cioè con meno di 10 occupati e un fatturato annuo o totale di bilancio non superiore a 2 milioni di euro.
un milione di microimprese ma soprattutto al nord italia
Il 96,7 per cento delle aziende guidate da donne appartiene a questa fascia, mentre le grandi imprese sono appena lo 0,1 per cento. È un dato che racconta insieme espansione e scala: la presenza c’è, è robusta, ma cresce soprattutto nella dimensione minuta dell’economia locale italiana, quella che fattura ma spesso assume poco, mentre intanto occupa spazio reale nel mercato.
Anche la geografia ci racconta qualcosa. In valori assoluti Lombardia e Lazio concentrano la quota più alta di imprese femminili, rispettivamente il 14,6 e il 10,9 per cento del totale nazionale. Ma se si guarda all’incidenza sul tessuto produttivo locale, cioè al peso delle aziende guidate da donne rispetto al totale delle imprese presenti in ciascun territorio, salgono Basilicata, Lazio e Abruzzo, tutte al 20,9 per cento; in coda ci sono Lombardia con il 17,9 e Veneto con il 17,8. A livello provinciale, la graduatoria per incidenza è guidata da Prato, Frosinone e La Spezia.
aziende gestite da donne sì, ma dedicate al lavoro di cura
Poi ci sono i settori: la concentrazione più alta di imprese guidate da donne si trova nelle attività di assistenza sociale non residenziale, cioè il caregiving, dove arrivano al 57,3 per cento del totale del comparto, nei servizi alla persona al 47,1 per cento e nell’assistenza residenziale al 43,2 per cento.
Il dato sui settori è quello più problematico: se le imprese guidate da donne sono particolarmente concentrate nell’assistenza sociale non residenziale (oltre al fatto che il 96,7 per cento delle imprese femminili è fatto di microaziende) significa ancora che le donne fanno impresa, ma che la fanno dentro al contenitore della cura.
Allora la notizia va letta in due direzioni opposte insieme. Da una parte c’è un dato di potere economico: le donne aprono attività, presidiano quote di mercato, costruiscono impresa in settori evidentemente essenziali. Dall’altra c’è una continuità culturale meno rassicurante: il sistema continua a riconoscere e a rendere praticabile l’iniziativa femminile soprattutto nei campi che storicamente coincidono con il lavoro di cura. Come dire: sì all’imprenditrice, purché si occupi ancora di assistere, organizzare, accudire, tenere in piedi la vita degli altri. Bene allora, ma non benissimo.
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