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Aggiornato il: 4 minuti di lettura

Il diavolo veste Power dressing: il sesso negato delle donne (in ufficio)

Il diavolo veste Power dressing: il sesso negato delle donne (in ufficio)
(getty)
Il power dressing è di per sé un controsenso: serve a dare "potere" alle donne ma lo fa privandole della loro femminilità, strizzando l'occhio al gusto maschile per quello che è l'outfit da ufficio.
Non ci siamo
di Eugenia Nicolosi

Non sarà uno spiegone su cosa è il power dressing, ma data la recente rimonta di questo stile abbiamo pensato che fosse utile chiacchierare della confusione che genera attorno a sé la rappresentazione di una donna di potere, riconosciuta e riconoscibile anche dal relativo abbigliamento. 

Come trasformare un outfit da ufficio in un outfit da aperitivo dopo il lavoro?

Empowerment e femminismo vengono spesso confusi. Ecco perché molte persone - molte donne - in carriera, con o senza una famiglia ma comunque realizzate sul lavoro - non credono "ci sia bisogno di femminismo". Ma empowerment e femminismo non sono la stessa cosa. Oggi è possibile essere donne di potere, è possibile anche presiedere il Consiglio dei Ministri, eppure non essere femministe. E anzi: è addirittura possibile presiedere il Consiglio dei Ministri senza che le donne del Paese in cui si esercita questo ruolo godano della parità dei diritti civili e sociali minimi (oltre che culturale). 

il power dressing e la sessualità repressa delle "cape"

La premessa doverosissima è che che alcuni studi di Psicologia dimostrano che indossare abiti formali rispetto a quelli casual può innescare cambiamenti nella funzione cognitiva: le persone riferiscono di sentirsi più concentrate, attente e potenti quando sono in giacca e cravatta, il che porta a prestazioni migliori in compiti che richiedono pensiero lucido e decisioni strategiche. Questo effetto "power suit" non è solo una sensazone, è una risposta fisiologica. L'abbigliamento formale può aumentare i livelli di testosterone, l'ormone associato al dominio e all'assertività, abbassando contemporaneamente il cortisolo, l'ormone dello stress.

L'abbigliamento da donna in carriera si lega direttamente alla conquista dei posti di comando - alcuni, pochi - da parte delle donne. Lo sviluppo del power dressing è stato infatti fondamentale nel portare alla visibilità pubblica le donne che occupano posizioni dirigenziali o aziendali: è stato proprio un modo per costruire l'immagine della donna in carriera e renderla riconoscibile. A loro volta, le donne hanno iniziato a vedere questo stile come un modo per staccarsi dal classico femminile della moda, principalmente associato all'estetica e alla frivolezza come tutte le cose "femminili".

Al contrario di fantasie, colori pastello, gonne e rouches e balze, il power dressing è percepito come serio e "maschile" perché scimmiotta, anzi, copia spudoratamente l'abito maschile, ricollocando il potere sul corpo e non nel cervello o nelle azioni.

E per l'appunto uno degli scopi principali del power dressing è anche quello di ridurre la sessualità del corpo femminile per conferirgli credibilità e autorità sul posto di lavoro. Perché sì: nella cultura occidentale l'abbigliamento femminile è considerato più sessuale di quello maschile e il corpo femminile è storicamente qualcosa che può essere problematico (il mito della provocazione, tirato fuori dai molestatori quando vengono scoperti). Il corpo femminile è ancora sessualizzato continuamente, quindi va coperto e nascosto. Come? Negandolo con l'adozione dell'abbigliamento androgino / maschile. 

Il power dressing tenta quindi di controbilanciare la femminilità e reprimere la sessualità "intrinseca" delle donne con l'obiettivo primario di prevenire l'interpretazione sessuale e quello secondario di conferire autorevolezza alla donna che lo indossa.

il diavolo veste power dressing

Nella cultura pop i principali riferimenti al power dressing si trovano in alcuni film iconici come Il Diavolo veste Prada ma prima ancora in Una donna in carriera, appunto: qui il power dressing è perfino il segnale per eccellenza dell'emancipazione di Tess (Melanie Griffith) e della sua crescita sociale, non del suo femminismo. All'inizio del film infatti lei è un'aspirante segretaria di Staten Island che letteralmente cambia il suo stile fatto di minigonne e capelli cotonati, maglioni pesanti e scarpe da ginnastica con un sobrio tailleur e capelli corti. La trasformazione del guardaroba di Tess è direttamente correlata alla trasformazione interiore del personaggio, alla sua ascesa professionale e sociale.

Annunciato come film femminista, non contiene alcun "femminismo" né, quindi, messaggi femministi oltre a quello di non svendersi per un uomo, nemmeno se è Harrison Ford. E anche qui: oggi è in discussione la libertà di scelta di fare delle cose per la propria famiglia, ma comunque. Il film parla semmai di una donna che ottiene ciò che (presumibilmente) desidera alla fine di una lotta per spodestare l'altra donna (Katherine, Sigourney Weaver) e nell'abbandono della migliore amica Cyn (Joan Cusack) che rimane "indietro", indossando ancora minigonne e cotonando i capelli.

Il film mette al centro la trasformazione individuale di Tess da segretaria a dirigente di successo enfatizzandone l'individualismo, non la costruzione di alleanze tra donne sul posto di lavoro né problematizzando le modalità con cui le donne devono acquisire potere. E come dicevamo, la trasformazione di Tess viene raccontata principalmente per mezzo del cambio di stile di abbigliamento.

Il film anzi si chiude con una immagine criptica di Tess nel suo ufficio a Manhattan focalizzata proprio sul power dressing: il soggetto anonimo che abbraccia l'immutabile e androgino abito del potere per ottenere l'agognato status. La natura malinconica dell'immagine, ottenuta dall'allargamento della stessa, fa perdere di vista Tess che prima si intravede dalla vetrata e poi scompare lentamente tra le migliaia di finestre dell'edificio e poi nella città.

Che pensa il femminismo del power dressing?

A un occhio disattento, il power dressing da donna non è solo emblema di empowerment, sicurezza e autorità ma anche un'espressione dell'uguaglianza di genere nella moda che sfida norme e stereotipi obsoleti. Ma a un occhio attento e abituato alla problematizzazione, il power dressing può riflettere la glorificazione di tutto ciò che è stereotipicamente maschile e che è permeato di significati di autorità, potere e controllo. D'altro canto per molte donne, indossare capi femminili è una forma di power dressing ma per alcune altre si tratta di una sottomissione agli standard di genere nell'abbigliamento.

Ai tempi di Una donna in carriera - fine anni Ottanta, primi Novanta - il femminismo si preoccupava della questione delle donne sul posto di lavoro e del power dressing: nel controllare la sessualità delle donne, il power dressing si discosta dal femminismo e addirittura lo rifiuta. Ma riconoscendo la misoginia dei luoghi di lavoro e fornendo alle donne lavoratrici un'armatura con cui combatterla, il power dressing potrebbe essere parzialmente inteso come una forma di femminismo postmoderno che si sforza di rendere visibili le condizioni patriarcali del luogo di lavoro e di affrontarle. Il femminismo della terza ondata e il post-femminismo pure hanno affrontato la questione: negli anni Novanta si è verificata una crescente ossessione neoliberale per il miglioramento di sé e in tal senso "vestirsi per il successo" era un elemento chiave.

Oggi il paradosso di una conversazione sul power dressing è nella natura stessa del power dressing: l'idea liberale di "vestirsi per sé stesse" non può che cozzare malamente con un dato di fatto banale. CIoè che l'empowerment delle donne e delle ragazze deriva ancora dalla loro capacità di compiacere la cultura dominante, quindi lo sguardo maschile, che trae profitto dall’oggettivazione del corpo femminile. Il cane che si morde la coda.