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Aggiornato il: 6 minuti di lettura

I soldi sono importanti: perché l’indipendenza economica è fondamentale nel contrastare la violenza di genere

Avere un proprio reddito e poter gestire le proprie finanze è un'importantissima forma di empowerment, che può tutelare le donne da relazioni tossiche e abusive: assieme a delle voci esperte, cerchiamo di capire cos'è la violenza economica di genere e cosa vuol dire dal punto di vista pratico essere economicamente indipendenti
di Giulia Mattioli

“Studia e trovati un buon lavoro, non dipendere da un uomo”: questo consiglio spassionatamente elargito da molte mamme e nonne a figlie e nipoti, porta con sé ben più saggezza e comprensione della realtà di quanto ci si possa immaginare quando, da adolescenti, lo si sente dispensare. Perché avere un proprio reddito su cui contare, poter beneficiare del proprio denaro è una cosa meno scontata di quanto si creda, ed è un privilegio di cui moltissime donne nel mondo ancora non godono. Eppure è una forma importantissima di empowerment, di emancipazione, di esercizio della libertà personale. I soldi non fanno la felicità? Forse, ma di certo per molte donne fanno la differenza tra essere libere o oppresse. Non si tratta, come superficialmente potremmo essere inclini a pensare, di semplice libertà di fare acquisti, andare in vacanza, permettersi piccoli lussi e svaghi, ma di tutelarsi da uno dei tanti possibili risvolti della disparità di genere: la violenza economica. Si tratta di un tipo di sopraffazione molto subdolo, ancora poco considerato e studiato, eppure legato a doppio filo con altri tipi di violenza, come quella psicologica o quella fisica, nonché con la condizione femminile nel mondo. Ma cosa significa, nello specifico, violenza economica di genere? E cosa vuol dire dal punto di vista pratico essere economicamente indipendenti? 

Cos’è la violenza economica

La violenza economica di genere è “l’insieme delle azioni volte a impedire a una donna di essere indipendente a livello economico e di gestire liberamente il proprio denaro”, si legge sul sito di Etica Sgr, società pioniera nella finanza etica. La violenza economica si sviluppa principalmente in contesti domestici, e si compone di tutti quei comportamenti che limitano o ostacolano l’autonomia economica di una persona, nella maggior parte dei casi una donna, per esercitare su di lei controllo, o per danneggiarla. Spesso sono comportamenti che nascono da decisioni che sembrano ‘normali’ (ad esempio lasciare il lavoro in vista dell’arrivo di un figlio) ma un po’ alla volta riducono sempre di più la libertà decisionale di questa persona, fino a renderla totalmente dipendente dal partner. “Da bambina e da adolescente, ho assistito più volte a litigi dei miei genitori in cui mio padre rinfacciava a mia madre di averle comperato ‘anche le mutande’ da quando stavano insieme” scrive Natascha Lusenti, giornalista e autrice del volume Il coraggio di contare, un libro che raccoglie storie di donne e finanza. “L’ho visto negarle il permesso di lavorare, in particolare quando le proibì di candidarsi a un posto di maestra d’asilo... avrebbe finalmente potuto disporre di soldi suoi… ma non ci fu niente da fare: la voce grossa di mio padre ebbe la meglio e lei si convinse che, per il suo bene e quello della famiglia, avrebbe fatto meglio a rimanere una casalinga”. 

l'indipendenza finanziaria per combattere contro la violenza di genere
l'indipendenza finanziaria per combattere contro la violenza di genere  (getty images)

Come sottolinea la onlus WeWorld nel progetto Ciò che è tuo è mio, spesso i comportamenti economicamente abusanti sono parte di un più ampio ciclo di violenza (fisica, psicologica, sessuale…). Come accade con altri tipi di abuso, anche qui troviamo quel meccanismo di prevaricazione patriarcale da cui originano tutte le altre forme di violenza: “La violenza economica si caratterizza per la sua profonda dimensione di genere, poiché sono proprio quei sistemi economici e sociali basati sul controllo maschile a favorirla… ha origine da disuguaglianze, aspettative e ruoli di genere tradizionali e si correla fortemente alle norme culturali, sociali e religiose dei diversi contesti in cui viene agita”. Proprio perché calata in contesti culturali che giustificano il fatto che sia l’uomo a detenere il controllo economico, questo tipo di violenza è spesso difficile da riconoscere: d’altronde, è ben radicata nell’idea tradizionale di famiglia la visione del ‘capofamiglia’ che lavora, mantiene moglie e figli, gestisce le finanze. L'uomo è tradizionalmente il breadwinner, colui che ‘porta a casa il pane’. Non si tratta di una visione del mondo particolarmente obsoleta: secondo una ricerca del Museo del risparmio di Torino realizzata nel 2019, il 40% delle donne in Italia di età compresa tra i 25 e i 64 anni non è finanziariamente autonoma. E il 37% non ha nemmeno un conto corrente.

Quando in banca qualcosa non va

Secondo quanto riportato da WeWorld, la violenza economica si manifesta attraverso il controllo delle risorse economiche e finanziarie della vittima, alla quale viene limitato o tolto il potere decisionale; attraverso lo sfruttamento delle risorse economiche della vittima; e infine attraverso il sabotaggio della vittima, alla quale viene impedito di cercare, ottenere o mantenere un lavoro o un percorso di studi che possano indirizzarla verso l’autonomia.

Questo tipo di abuso incide in diversi modi sulla vita di una persona: riduce drasticamente il benessere mentale, allontana dalla sfera sociale, limita l’accesso persino a cure mediche per sé e per i figli. Aminata Gabriella Fall (alias Pecuniami) business coach che ha contribuito al libro di Lusenti, ha raccontato di aver visto numerosi esempi di violenza economica - o potenziale violenza economica - durante gli anni in cui ha lavorato in banca, pur non avendola spesso riconosciuta (“Non ne avevo la sensibilità”, ammette). Ricorda, per esempio, di quando veniva il marito a versare gli assegni della moglie: “Era normale”. Ma racconta anche di aver visto situazioni in cui la moglie era garante per il marito nonostante gravassero su di lei eventuali responsabilità giuridiche in caso di insolvenza o fallimentare. Circostanze che potevano apparire ‘normali’ ma che dovrebbero perlomeno sollevare qualche dubbio. 

“A creare le condizioni favorevoli all’instaurarsi di una coazione economica all’interno di un nucleo famigliare concorre naturalmente il divario di genere presente strutturalmente nel mondo del lavoro”, spiega Etica Srl. Una ricerca presentata lo scorso anno alla Camera dei Deputati e riportata da Lusenti nel suo libro, “Registra una serie di profili critici” nel panorama dell’occupazione femminile in Italia. Tra essi, il fatto che nel nostro paese lavora solo il 55% delle donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni, rispetto ad una media europea del 69,3% (un numero che ci mantiene tra i paesi dell’Unione Europea dove le donne sono meno impiegate). Ma per una donna oggi lavorare non significa necessariamente essere autonoma: tra gender pay gap, ovvero il divario che esiste tra gli stipendi delle donne e quelli degli uomini, il fatto che i mestieri tradizionalmente ‘femminili’ appartengono a settori poco remunerativi (assistenza, caregiving, educazione) e tendenza a lasciare il lavoro o ridurlo a part time dopo l’arrivo di un figlio, l’indipendenza economica non è assolutamente garantita. Da chi dipendono dunque queste donne? In molti casi, dal partner. E se questo partner è una persona abusiva, è evidente che ci si trova di fronte ad un problema serio. Nel report realizzato dal We World si sottolinea come il 49% delle donne intervistate dichiari di aver subito nella vita almeno un episodio di violenza economica. Una percentuale che sale al 67% tra le donne separate o divorziate.

Cosa significa essere economicamente indipendenti

Ma cosa significa dunque essere economicamente indipendenti? Vuol dire innanzitutto disporre di un reddito proprio, ovviamente, ma anche “Avere la capacità di gestire autonomamente le proprie spese e decisioni finanziarie”, sottolinea Ginevra Zucconi, consulente finanziaria e divulgatrice attraverso la sua pagina Instagram La Finanza Donna. Nonché “La possibilità di risparmiare e investire per gli obiettivi di breve, medio e lungo periodo, come per esempio la pensione - che secondo le stime sarà più bassa per le donne, a causa della maggiore discontinuità lavorativa e del gender pay gap”. 

Associazione bancaria italiana e la FEduF - Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio - hanno realizzato una guida online sulla violenza economica di genere, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. In essa si legge: “L’indipendenza economica passa anche attraverso la possibilità di utilizzare servizi bancari, quindi, in primo luogo, di avere un conto corrente oppure una carta che consenta le funzioni di un conto con il quale operare in autonomia e gestire i propri soldi”. Inoltre, occorre avere accesso a servizi essenziali come l’accredito dello stipendio o della pensione, ai prelievi, poter effettuare autonomamente pagamenti e utilizzare servizi online di home banking con le proprie credenziali. Anche in caso di beni o conti co-intestati. “La gestione delle finanze di coppia è a mio avviso un elemento imprescindibile”, prosegue Zucconi. “Deve esserci totale apertura e trasparenza sulla gestione delle risorse”. La condivisione dei beni, specifica la consulente finanziaria, può creare un senso di unione, “ma in caso di violenza domestica può diventare un’arma a doppio taglio se uno dei partner ha il controllo esclusivo delle risorse. Quando una donna non ha accesso diretto ai fondi condivisi, o non è a conoscenza delle decisioni che sono state prese unilateralmente dal partner, può trovarsi intrappolata in situazioni di abuso senza avere i mezzi per andarsene. È quindi essenziale sia non delegare ad una parte la gestione dei beni, sia mantenere una parte di autonomia finanziaria anche all’interno delle relazioni, per garantire che ognuno abbia la libertà e la capacità economica di prendere decisioni autonome”.

indipendenza finanziaria
indipendenza finanziaria  (getty images)

L’importanza dell’educazione finanziaria

“Molte donne sono cresciute senza una formazione solida sulla finanza personale, il che può renderle meno inclini (e meno sicure) nella gestione del denaro”, afferma Zucconi. “Questo dipende sia dal retaggio culturale secondo il quale l’uomo si occupa del denaro e la donna della casa, sia da una mancanza di educazione finanziaria fin dall’infanzia”. Infine, ha un certo peso anche “La scarsa in fiducia in sé stesse, che dipende dalla bassa educazione sul tema”.  Questa mancanza di confidenza, riflette la consulente, “può portare a delegare la gestione delle finanze al partner, e ciò può innescare una dipendenza economica e una autonomia ridotta. Investire nell’educazione finanziaria e promuovere una cultura di empowerment economico è fondamentale per consentire alle donne di sviluppare sicurezza e competenza nelle proprie capacità finanziarie, preparandole a prendere il controllo delle proprie vite, anche in caso di difficoltà”.

In caso di dubbio su come gestire le proprie finanze, è sempre bene rivolgersi a figure esperte, come chi lavora in banca e i consulenti finanziari. Ma se si pensa di essere vittime di violenza economica, è fondamentale rivolgersi a figure e enti preposti, chiamando per esempio il 1522, il numero anti violenza e stalking al quale risponderanno operatrici specializzate. “L’indipendenza economica è essenziale e consente di avere la libertà e la sicurezza necessarie per lasciare situazioni pericolose o tossiche, riducendo il rischio di dipendere da altri e di subire violenza economica. Non può esistere empowerment femminile senza quello finanziario”.