Il fallimento è il nuovo privilegio? Non tutti possono permetterselo
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Da qualche tempo il fallimento è stato riabilitato: il mondo del coaching e dell’insegnamento motivazionale hanno sdoganato l’insuccesso, l’errore, e lo hanno addirittura inserito tra i passaggi necessari a crescere, ad evolvere nella propria professione. È certamente vero che dietro un fallimento c’è spesso una spinta propulsiva a riprovare, a ricominciare (dopo aver adeguatamente imparato dai propri errori), ma siamo proprio sicuri che il prezzo di un insuccesso sia uguale per tutti? La domanda è retorica: nella vita, specialmente quella professionale, non tutti possono permettersi di sbagliare allo stesso modo. Sotto molti punti di vista, il fallimento è un lusso, anzi, un privilegio, riservato a chi già detiene posizioni di potere.
Il doppio standard
Non tutti possono sbagliare. Per meglio dire, non tutti possono permettersi una seconda chance dopo aver sbagliato. Sono gli uomini bianchi, possibilmente etero, ricchi o perlomeno benestanti, cisgender, senza alcuna disabilità, quelli che la società accoglie con più indulgenza quando sbagliano. Pensateci: un uomo che sbaglia trova spesso comprensione, viene persino elogiato per la propria capacità di apprendere dagli errori, e a lui vengono garantite seconde, terze, quarte possibilità. Possiamo dire lo stesso di una donna che sbaglia? O di una persona nera? Di un immigrato, o di una persona povera? Ovviamente no.
Chi appartiene a minoranze, o a comunità emarginate, deve conquistarsi con fatica la fiducia della società. Ogni passo falso di una persona transgender, indigena, nera, può compromettere non solo la sua credibilità, ma quella dell’intera comunità a cui appartiene. Lo dimostra qualunque studio o analisi relativa al mondo del lavoro e dei bias, ovvero dei preconcetti, dei pregiudizi legati alle minoranze: il World Economic Forum sottolinea ad esempio l’esistenza di un fenomeno noto come colourism, ovvero la discriminazione che si basa sul colore della pelle e che si riscontra nel mondo del lavoro.
Le organizzazioni guidate da persone bianche, per esempio, ricevono più finanziamenti, anche in seguito ad una proposta minima, mentre aziende o realtà guidate da persone nere devono presentare un’infinità di documentazione, piani, modelli, giustificazioni. E magari ottengono un finanziamento minimo. Persino l’Intelligenza Artificiale, che oggi viene impiegata per valutare, selezionare, analizzare, si è dimostrata iniqua nell'attribuire fondi e benefit a persone appartenenti a minoranze.
Le conseguenze non sono uguali per tutti
Ma torniamo al fallimento. Secondo lo scrittore Adam Bradley “Uno dei privilegi meno riconosciuti della bianchezza potrebbe essere proprio la libertà di fallire senza paura”. Egli sostiene che anche nel settore creativo chi appartiene ad una minoranza etnica non può permettersi di fare arte mediocre, perché viene considerata direttamente un fiasco. “Neri, latini, indigeni, dell’Asia orientale o dell’Asia meridionale, tutti noi portiamo il peso della rappresentazione, che trasforma i nostri fallimenti individuali in fallimenti percepiti come rappresentativi dell’intero gruppo”. La mediocrità, afferma, la libertà di creare opere nella media e continuare ad avere opportunità “è un privilegio riservato a pochi, e in gran parte a persone bianche, uomini ed eterosessuali”.
Secondo Kristin J.Anderson, psicologa autrice del saggio Benign Bigotry, dedicato proprio al pregiudizio inconscio, indiretto, il modo di narrare il successo e il fallimento cambiano a seconda del soggetto in questione. Se è un uomo bianco ad avere successo, gli attribuiamo competenza e impegno (quando in realtà molti studi evidenziano che fattori come una ricchezza di partenza e famiglia in grado di sostenerlo sono fondamentali), mentre se un uomo nero ha successo si tende a pensare che sia stato favorito, aiutato, o abbia avuto un colpo di fortuna. Al contrario, se fallisce una persona bianca spesso si da peso a fattori esterni, mentre per una persona nera si parla di incompetenza personale. Con costi altissimi: perdita di fondi, di opportunità future, di fiducia da parte dei superiori e dei colleghi. Per certe persone un solo fallimento può significare la fine di tutte le opportunità.
Le donne tra le più penalizzate
Tra i gruppi più esposti al rischio di penalizzazione per il fallimento, le donne occupano una posizione centrale. Il mondo del lavoro continua a essere segnato da un doppio standard che, nel caso delle donne, si manifesta sia nella valutazione delle competenze, sia nelle reazioni agli errori. Le donne devono spesso dimostrare di più per ottenere lo stesso riconoscimento riservato agli uomini. E quando sbagliano, il giudizio su di loro è più severo. Inoltre, se occupano una posizione di responsabilità il loro fallimento viene visto come la conferma di un pregiudizio collettivo: “Ecco perché non dovremmo dare responsabilità alle donne”. Soprattutto, le donne non hanno il lusso di fallire senza attirare l’attenzione: si parlerà del loro errore per mesi a venire, e questo comprometterà il giudizio su tutte le colleghe per molto tempo.
Tantissimi studi dimostrano che le professioniste devono ambire a standard altissimi per essere considerate competenti. E di fronte agli errori, vengono punite molto più severamente. Un’indagine commissionata dalla Rockfeller Foundation ha rivelato che l’ottanta per cento delle news che riguardano insuccessi aziendali attribuiscono esplicitamente la responsabilità al CEO se è donna. Mentre accade solo nel trenta per cento delle volte se il CEO è uomo. Non sorprende che nella maggior parte dei casi le manager perdano quindi il lavoro, mentre i manager no. Nel 2016 un altro studio ha notato come le avvocate vengano colpite da procedimenti disciplinari in modo più severo degli avvocati quando commettono le stesse infrazioni etiche.
Il paradosso è evidente: chi ha meno margine di errore è anche chi ha meno accesso al potere e alle risorse. Chi può fallire è, di partenza, privilegiato. In teoria, il merito dovrebbe essere il principio guida nelle valutazioni professionali, in pratica, però, la meritocrazia si rivela una maschera che camuffa disuguaglianze radicate nella società. È un costrutto sociale pensato per apparire neutrale, ma che nei fatti mantiene inalterati i privilegi esistenti, perché non tiene conto del punto di partenza né degli ostacoli che certe comunità devono affrontare per arrivare al successo.
“Nei contesti competitivi molte persone hanno meriti, ma poche hanno successo. Quello che le separa è spesso la fortuna, oltre che al contesto in cui sono cresciuti”: secondo un articolo pubblicato sul sito dell’Università di Princeton, il mito della meritocrazia non è solo falso, ma fa male a chi ci crede. “Sempre più evidenze nel mondo della psicologia e delle neuroscienze dimostrano che credere di essersi meritati quello che si ha, rende le persone più egoiste, meno autocritiche e più propense a discriminare”.
Insomma, è vero che il rischio e l’errore fanno parte dell’innovazione, ma serve smontare la narrativa del fallimento come esperienza ‘positiva’ universale e capire che, oggi, l’errore continua a essere un privilegio, perché non tutti hanno una rete pronta ad accoglierli dopo la caduta.
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