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Come rispondere a chi si oppone alla declinazione femminile dei mestieri

Come rispondere a chi si oppone alla declinazione femminile dei mestieri
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Piccola guida pratica per affrontare le resistenze più comuni alla declinazione femminile dei mestieri, smontare gli argomenti più diffusi e capire perché nominare le donne nei ruoli professionali non è un capriccio, ma una questione di visibilità, riconoscimento e cambiamento culturale.
di Giulia Mattioli

Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente, e con esso la lingua che usiamo per raccontarlo. Negli ultimi vent’anni sempre più donne hanno conquistato ruoli un tempo considerati maschili, e ogni volta che leggiamo della ‘prima donna che…’ (guida un’azienda, dirige un istituto, governa una città, opera, cura, scopre, ricerca) riconosciamo che un nuovo soffitto di cristallo è stato infranto. Quando nascono nuove realtà, la lingua si adatta per indicarle, nominarle, descriverle, lo ha sempre fatto. Eppure, quando si modula il linguaggio per creare il femminile di professioni che fino a poco tempo fa non esistevano, emergono resistenze: in questo caso, il tema del genere non viene percepito come un’evoluzione naturale del linguaggio, ma come qualcosa di controverso. Molte persone si oppongono per convinzione ideologica, altre semplicemente perché non hanno mai riflettuto sull’importanza di dare un nome alle cose: è nominando qualcosa che la rendiamo reale. Non è solo una questione di forma, ma di visibilità e considerazione. Ecco come rispondere alle obiezioni più comuni di architetta, medica, avvocata, ingegnera o maestra (d’orchestra, perché il femminile di colei che insegna a scuola è scontato - chiediamoci il perché).

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“Suona brutto”. L’argomento estetico

Molti percepiscono il femminile di alcuni mestieri come innaturale o artificiale. “Non mi piace, sembra forzato”, sentiamo spesso. Ma questa sensazione nasce dall’abitudine, non dalla natura della lingua, che cambia insieme alla società. Pensiamo a chirurga: fino a cento anni fa non esistevano donne che eseguivano operazioni chirurgiche, ed era per questo che suonava insolito, mentre oggi è normale. Lo stesso vale per sindaca, architetta, medica. La sensazione di stranezza diminuisce con l’uso quotidiano. Introdurre femminili in contesti professionali comuni è un atto di consapevolezza linguistica: all’inizio può sorprendere, ma così la lingua si rinnova e si modernizza. A volte questo argomento viene volutamente esasperato: chi dichiara “La parità non è farsi chiamare presidenta o falegnama” (cit. Giorgia Meloni) lo fa per ridicolizzare la questione. La grammatica indica come declinare il femminile seguendo regole semplici, e ridurre tutto a derisione serve solo a creare confusione e a far apparire il femminile come un vezzo.

“Il maschile è neutro”. L’illusione dell’inclusività

Un'obiezione molto comune è che il maschile sia inclusivo. In realtà, il maschile generico tende a rendere poco visibili le donne. Dire “medici e mediche” non complica la frase, ma riflette la realtà: le donne ci sono nei luoghi di lavoro, e meritano di essere nominate. Il maschile sovraesteso esiste da secoli, ma si è imposto soprattutto per tradizione culturale, non perché sia naturale (niente nella lingua è spontaneo, tutto è una convenzione sociale). Al contrario, svariati studi di psicologia del linguaggio asseriscono che chi legge un maschile generico tende a immaginare prevalentemente uomini, dimostrando che non è davvero neutro.

“È inutile, si capisce comunque”

Alcuni sostengono che la declinazione femminile non serva perché il significato resta chiaro. Ma non si tratta solo di comprensione linguistica, ma di riconoscimento concreto. Chiamare le donne per il loro nome professionale significa dare loro presenza e considerazione. La lingua modella la realtà, e ciò che non viene nominato tende a scomparire. Dire ingegnera o avvocata trasforma il concetto astratto di 'professionista' in una persona concreta, presente e riconosciuta.

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“È una moda passeggera”

Molti minimizzano la declinazione femminile come una tendenza effimera o un 'capriccio' femminista, una battaglia di superficie. Ma non è una moda, è un’evoluzione storica e culturale necessaria. La lingua deve riflettere la realtà che cambia, e il mondo del lavoro che finalmente si apre alle donne in ogni suo settore, dopo che per secoli le ha estromesse. Ignorare il femminile significa continuare a oscurare metà della popolazione. Usare il femminile non è un vezzo: è una pratica concreta di equità e inclusione linguistica, che contribuisce a modificare la percezione sociale dei ruoli professionali.

“Non ne ho bisogno”: quando la resistenza è femminile

Alcune donne affermano: “Non ho bisogno di essere chiamata avvocata, architetta o sindaca”. È un punto di vista che anche figure pubbliche hanno espresso in più occasioni, sostenendo che declinare al femminile non cambierebbe le competenze. Ma il femminile non riguarda vanità o status personale: è riconoscimento collettivo. Non si tratta di un tema individuale, ma di tutte le donne che precedono o seguono nella professione. La lingua riflette la società: nominare le professioniste al femminile significa comunicare alle giovani generazioni che quelle carriere sono accessibili anche a loro. 

Il vero nodo è il prestigio 

Vale la pena sottolineare un aspetto interessante: le obiezioni alla declinazione femminile emergono quasi esclusivamente per professioni di rilievo o simbolicamente prestigiose. Mestieri manuali, dedicati alla cura, all'assistenza, o percepiti come ‘di base’ - operaia, cameriera, infermiera - vengono declinati senza difficoltà. Il problema, dunque, non è la grammatica, ma l’autorità e il riconoscimento che una donna rappresenta. Dire sindaca o architetta significa riconoscere la sua presenza e il suo ruolo nello spazio pubblico, e questo è ciò che il maschile generico tende a offuscare. In altre parole: la resistenza al femminile spesso è un riflesso della percezione sociale del potere.