Il lavoro è talmente il centro di tutto che finiamo per uscire con i colleghi e le colleghe (è un problema)
Va tutto bene?
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Oggi come oggi riuscire a coltivare i rapporti gli amici e le amiche è un privilegio perché servono tempo, soldi, energia, trasporti, case adatte a ospitarli e quartieri che non siano soltanto dormitori o soltanto uffici e vetrine.
Infatti pur di avere la sensazione di fare vita sociale, sempre più spesso capita di uscire con colleghi e colleghe, perché sono vicini e il rapporto con loro è chiaramente più accessibile. E quando non sono dei mostri totali, si finisce per annoverarli nella cerchia delle amicizie.
l'amicizia è fatta di tempo e lentezza: cose che il capitalismo non ama
La questione parte da qui ma arriva molto più lontano del "perchè prendiamo un aperitivo tra colleghi dopo l’ufficio". Arriva all’urbanistica, perché le città si stanno adattando a modelli che ruotano attorno alla rendita, al pendolarismo, alla separazione rigida tra zone in cui si produce e zone in cui si torna a crollare la sera. Arriva alla performatività, perché il lavoro chiede presenza fino a tardi "per farsi vedere", adattabilità, spirito di gruppo, disponibilità e un lavoro emotivo che in tutta franchezza non dovrebbe servire.
Arriva in sostanza al capitalismo, perché un sistema che organizza il tempo, lo spazio e le energie delle persone orientandole solo al profitto determina anche tutto il resto, a cominciare dagli affetti. Allora usciamo con i colleghi perché abitano dentro la stessa macchina del tempo che abitiamo noi.
Staccano alla stessa ora, conoscono la stessa fatica e le stesse persone e restano intrappolati negli stessi tragitti. Vedere gli amici di un’altra fase della vita che abitano altrove è una pratica che richiede grande coordinamento oltre che denaro e tempo. L’amicizia "vera" quella antica, è nei fatti un privilegio per pochi e per poche.
L’urbanistica come anticipato conta moltissimo. Una città cara e congestionata riduce le occasioni gratuite di incontro tra le case che si restringono e si allontanano dal centro e dai posti di lavoro e i tempi di percorrenza che divorano il tempo libero. Quando vedere un amico, un'amica, richiede quarantacinque minuti di metro, due coincidenze e venti euro spesi fuori casa è comprensibilmente ostacolata dalle circostanze. A quel punto l'idea di stappare una birra con il collega o la collega vince, soprattutto perché lui, lei, è già lì con noi all’uscita e ha lo stesso desiderio di socialità.
i colleghi e le colleghe sono diventati la nostra comitiva
Dentro questo schema agisce anche la performatività: il lavoro non è una parte della giornata e basta, come dovrebbe essere. Il lavoro è diventato, purtroppo per noi, tutto. In molti ambienti il confine tra professionalità e simpatia si è assottigliato grazie a idee come il "team building" che vanno bene, quando non diventano una indagine approfondita sulle personalità del "team". Il pranzo, l’aperitivo, la cena di team, il weekend tra colleghi e colleghe diventano estensioni della prestazione professionale, per cui si socializza ma dentro un contenitore emotivo molto particolare e chissà quanto spontaneo.
Anche il rapporto che apparentemente lo è di più non può che essere limitato da paletti psicologici, gerarchie, ambizioni e competizione. Per questo il collega-amico potrebbe essere il simbolo del nostro stranissimo tempo: un legame (?) funzionale e figlio della performance.
In molte città la socialità si svolge solo in ufficio
Ma ovviamente il punto non è la sincerità dei rapporti di amicizia (ancora: ?) nati sul lavoro, è chiaro che molte amicizie tra colleghi e colleghe sono forti e realmente autentiche. Il punto riguarda il fatto che quelle amicizie prosperano dentro un ambiente che ha reso più fragili tutte le altre. Quando una persona frequenta quasi solo chi lavora con lei, sta anche seguendo un sentiero che non ha proprio scelto.
Sta vivendo dentro una città in cui la vita costa molto più di quanto dovrebbe, sotto una dittatura oraria e spesso sopra le proprie risorse economiche e psicologiche. Avere e frequentare amici veri è un privilegio di chi si è sottratto, sottratta, a questa ruota del criceto (perché può farlo o perché ha fatto scelte radicali).
L’amicizia è uno spazio che chiede tutto il contrario della performatività, cose e pratiche cioè che il capitalismo tollera molto poco perché rendono poco. Ed ecco perché il tema dei colleghi che diventano amici merita più di una lettura di costume: questa dinamica ci racconta come viviamo le città e il lavoro, mentre lui - il lavoro - ci colonizza il carattere e determina pure quello che succede mentre non lavoriamo.
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