Per vederci dobbiamo pianificare con settimane di anticipo: se questo è tutto ciò che ci resta dell'amicizia
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L’amicizia è morta. Viva il calendario. Nel 2025, dire "vediamoci presto" è a una barzelletta. L’amicizia, quella vera — fatta di spontaneità, di caos, di "passo sotto casa tua tra cinque minuti", di giornate passate a non fare niente e stare bene lo stesso — è clinicamente morta. Oggi, per riuscire a cenare con un amico, un'amica, devi prenotare con quattro settimane d’anticipo. A volte a rimandare sei tu, altre volte lui o lei, o loro. E finisce che non ci si vede mai, che ci si vede pochissimo e malissimo.
Cosa è successo è presto detto e no, non abbiamo smesso di vederci perché "ci sono gli impegni": i dati dicono altro. Uno studio condotto dal Bureau of Labor Statistics degli a Stati Uniti ci dice che loro, gli americani, hanno dedicato alla socializzazione appena 30 minuti contro i 45 minuti del 2003 ma passano quasi tre ore al giorno davanti a un dispositivo elettronico. Quindi ci piacerebbe dare la colpa del mancato incastro con gli amici alla mancanza di tempo, ma lo abbiamo, il tempo. Solo che non lo vogliamo usare per vedere altre persone. Preferiamo stare da soli, da sole. Preferiamo una serie oppure la coccola fasulla di un algoritmo che ci conosce meglio di chiunque.
L’amicizia, oggi, è un privilegio: richiede presenza, ascolto, tempo non ottimizzato. E quindi meglio un podcast. Meglio una chat, meglio - e più veloce - dirsi che si è amici e amiche mandandosi like e cuori, scambiandosi meme e reels. La solitudine, nel frattempo, è diventata sistemica.
Ci comanda il calendario o ci comanda la pigrizia?
Oggi essere amici significa mandarsi un messaggio a marzo per riuscire a cenare insieme a fine aprile. L’amicizia ora è diventata uno degli impegni, uno slot da incastrare tra lavoro, sport, figli, eventi di famiglia e il riposo che ci concediamo per non schiattare.
Ancora il Bureau of Labor Statistics degli a Stati Uniti ci dice che tempo passato con gli amici tocca il suo apice attorno ai 18 anni, poi crolla lentamente ma inesorabilmente, e non torna più a salire. In compenso, il tempo speso davanti alla televisione ha raggiunto le tre ore quotidiane, superando di gran lunga le ore dedicate ai legami sociali. Questa desertificazione relazionale non è, ovviamente, un fenomeno solo statunitense.
In Italia la ricerca Gli italiani e il senso civico. Focus solitudine condotta da Ipsos, Comieco e Symbola, ha mostrato che la solitudine è una condizione trasversale, che colpisce non solo gli anziani, ma anche i giovani adulti. E non è un problema a sé stante: erode il senso civico, riduce la partecipazione alle attività collettive, impoverisce il tessuto della società. Ma che cosa ci è successo esattamente? La risposta più ovvia è “siamo troppo occupati, occupate”. Ma è vera solo in parte. Il lavoro prende sempre più tempo, i rapporti sentimentali ci assorbono, i figli — quando ci sono — impongono orari rigidi.
Uno studio di Oxford ha addirittura calcolato che iniziare una nuova relazione ci fa “perdere” in media due amici. E chiaramente non è solo questione di tempo, ma di priorità emotive sulla base del fatto che - per ora - la relazione di coppia non può essere ridotta a uno scambio di messaggi o all'invio di reels. Ma chissà, domani. Perché già oggi quando ci ritroviamo finalmente liberi, libere, troppo spesso scegliamo il comfort dell’isolamento invece del disordine dell’incontro. La solitudine non è solo una mancanza: è diventata una scelta sociale.
Il paradosso della solitudine nell'iperconnessione
Viviamo dentro un paradosso: iperconnessi eppure totalmente disconnessi, disconnesse. La messaggistica ha reso l’amicizia una conversazione asincrona, discontinua, senza corpo eppure costante. E ci siamo addomesticati e addomesticate a questa modalità, davvero poco soddisfacente, nornalizzandola. Come se avessimo dimenticato che passare del tempo con gli amici è ben altro. Ci è rimasta la buccia dell’amicizia: il gruppo WhatsApp, il tag ironico su Instagram, il "dobbiamo vederci" che tutti pronunciano e nessuno programma davvero (e quando lo fa, è per il mese prossimo, come minimo).
Eppure, come suggerisce lo studio italiano, la solitudine non è solo un problema privato: corrode il senso di appartenenza, la disponibilità a prendersi cura dell’altro, l’idea stessa di comunità.
Un popolo solo è un popolo più fragile, più indifferente, più disilluso. Quando non hai legami, non hai nemmeno motivi per difendere ciò che è comune. La mancanza di amicizia genera anche una cittadinanza più pigra, più chiusa in sé, più incline a disertare piazze, urne e assemblee. È qui che si gioca una delle sfide sociali più urgenti del nostro tempo. Perché se l’amicizia diventa una voce di calendario, finisce per somigliare a un dovere.
Allora eccoci qui a dirci che "non c’è mai tempo", mentre scorriamo TikTok o Instagram per un’ora e mezza. A dire "mi manchi", ma senza muovere un dito. Il problema non è che siamo occupati, occupate: è che abbiamo smesso di dare valore all’incontro perché viviamo nell'anestesia della connessione (illusoria). La cosa positiva - e lo è tantissimo - è che possiamo sempre cambiare.
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