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Aggiornato il: 2 minuti di lettura

Non riconoscere più il proprio volto allo specchio: la dismorfia facciale dovuta ai social (e ai selfie)

Non riconoscere più il proprio volto allo specchio: la dismorfia facciale dovuta ai social (e ai selfie)
L'essere umano non è programmato per conoscere e monitorare il proprio volto: il paragone con l'immagine di sé migliore (di ieri, truccata, più giovane) è un paragone destinato a essere infelice. E tutti, tutte, soffriamo di dismorfia facciale.
di Eugenia Nicolosi

L'essere umano non è programmato per guardarsi, per osservare il proprio volto. È un fatto biologico, psicologico, storico. Per millenni l’essere umano ha vissuto senza sapere che faccia avesse e non poteva paragonarsi agli altri, alle altre, né al suo stesso volto quando "era giovane" o "stava meglio". Poi è stato inventato lo specchio lucido. E da lì in poi è stata tutta una proverbiale caduta fino ai social, al botox, al filler. E adesso se ci guardiamo non ci riconosciamo più.

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Prima dell’invenzione dello specchio (i primi esemplari risalgono alla Turchia del 3mila avanti Cristo ma lo specchio per come lo conosciamo arriva nel Medioevo) le uniche immagini di sé arrivavano da riflessi instabili nell’acqua o da rappresentazioni altrui. Il nostro volto era un'idea, non un'ossessione. Oggi non è un segreto che invece lo vediamo troppo, anzi, lo vediamo costantemente. Ogni giorno, decine di volte al giorno. Lo specchio del bagno, dell'ingresso, dell'ascensore, la fotocamera del telefono. La lente spietata dei selfie ritoccato e il filtro che leviga, illumina, “migliora” non sono nostre alleate, sono il nostro nemico peggiore perché, ancora, non siamo stati programmati per questo. 

tu chiamala, se vuoi, dismorfia

Allora ci siamo dotate e dotati di un superpotere che però è diventato presto una condanna: il potere di osservarsi in continuazione, finché la visione di sé non si deforma. Benvenuti, benvenute, nell’epoca della dismorfia facciale. Secondo un’inchiesta de The Cut, il disturbo dell’immagine facciale – un ramo del disturbo dismorfico corporeo – è diventato una condizione diffusa, talmente diffusa da essere considerata una fisiologica contropartita delle abitudini globali. Il che non la rende meno devastante. Le persone affette da dismorfismo facciale hanno in genere pensieri ossessivi e angoscianti riguardo al loro aspetto, pensieri che potrebbero non essere evidenti agli altri o essere di lieve entità ma costanti o ancora, condivisi al punto da sembrare normali, consueti. 

Si tratta invece di una patologia e chi ne soffre si concentra eccessivamente sui difetti percepiti, spesso al punto da compromettere la loro funzionalità quotidiana e sulla qualità della vita: difficoltà di gestire gli eventi sociali e di relazionarsi con amiche e amici a causa del bisogno di essere costantemente vigile nel caso in cui una foto venga scattata e finisca sui social media

La dismorfia facciale colpisce soprattutto le donne e in particolare quelle che vivono, lavorano o si esprimono nel digitale. Il volto di queste persone diventa un progetto infinito, qualcosa da ottimizzare, da correggere, da “armonizzare”. Mai da accettare com’è. E intanto l’industria estetica evolve. Come abbiamo raccontato più volte, il trend estetico del 2025 è la “chirurgia invisibile”: filler impercettibili, mini-ritocchi, micro-cambiamenti pensati per non essere percepiti come tali. Perché il risultato sia uno strano glow, un miglioramento vago.

non riconoscersi per l'abitudine al confronto

Ogni volta che apriamo Instagram e vediamo un volto perfetto (spesso ritoccato), il nostro volto reale sembra ovviamente fuori posto, brutto, asimmetrico, con i pori in vista. Così impariamo a correggerlo. E se prima lo facevamo con del make up, poi lo abbiamo fatto con un filtro e ora utilizziamo il ritocco estetico per somigliare a quella versione di noi virtuale e perfezionata. Non solo per “rifarci” nell'ideale di bellezza eternamente giovane. Ma per non sfigurare con noi stesse, con noi stessi, e con l'idea che ci siamo costruiti e costruite del nostro volto. 

Il paradosso è atroce: non siamo progettati per guardarci e ora non riusciamo più a smettere. Anzi, abbiamo costruito una prigione di pixel, luci ring e app di fotoritocco in cui ci osserviamo, ci confrontiamo, ci giudichiamo. E lentamente, smettiamo di riconoscere quel volto che abbiamo desiderato osservare. Il volto, da specchio dell’anima, è diventato campo di battaglia. Siamo sempre dell'idea veicolata da Agrado, protagonista indiscussa del cinema di Pedro Almodovar, che "sei tanto più autentica quanto più somigli all'idea che hai di te stessa": ma prendiamo atto del fatto che se tanto è sano aderire all'idea politica di sé tanto è insana una civiltà in cui nessuno, nessuna, riesce a guardarsi senza odiarsi.