Tra filtri social e botox le persone sono tutte (troppo) belle. E il cervello va in tilt
Tutti e tutte ne siamo soggetti, tutti e tutte ne siamo responsabili.
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Il mondo è un posto letteralmente bellissimo. Forse troppo. Nel senso che ormai le immagini sono tutte, sempre ritoccate. E non solo da influencer e celebrità ma anche da persone "normali": sportive, commesse, avvocate, giornaliste. I filtri "abbellenti" dei social media (compresi quelli migliorano leggermente i volti) sono uno standard che accomuna tutte le persone con il risultato che tutte, attorno a noi, sono belle.
Questo porta chiunque osservi a credere di essere in difetto rispetto agli standard ormai normali, il che può essere persino più dannoso dei paragoni con le celebrità. È la "sovrastimolazione della bellezza", bellezza.
dimmi che ti senti brutt* senza dirmi che ti senti brutt*
La sovrastimolazione della bellezza è un fenomeno sociale e psicologico in cui immagini e standard estetici irrealistici, amplificati dai filtri digitali, dalla chirurgia estetica e dai ritocchini, saturano la nostra percezione del bello quotidianamente. Questa iper-esposizione a ideali estetici sta avendo effetti profondi sul nostro cervello, sul nostro senso di sé e sulle nostre relazioni sociali.
La normalizzazione delle immagini ritoccate e l'uso diffuso di filtri "abbellenti" stanno ridefinendo il concetto di bellezza e influenzando profondamente il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. Ciò che una volta era considerato come una esclusiva delle celebrità, come le Kardashian – con le loro immagini costruite al dettaglio e palesemente alterate – è diventato accessibile a chiunque, o quasi, grazie a strumenti digitali facilissimi da usare anzi, praticamente obbligatori. Nessuno pubblica un video o una foto del proprio volto senza filtri.
Questi strumenti permettono di modificare non solo dettagli macroscopici, come la pelle o la silhouette, ma anche micro-espressioni, proporzioni e persino la struttura del viso. Il risultato? Un'inquietante ridefinizione del "normale".
L'introduzione di filtri come quelli che aggiungono un trucco leggero o uniformano la pelle è particolarmente insidiosa perché non creano alterazioni drastiche o palesi, ma sottili perfezionamenti. Questo li rende ancora più pericolosi dal punto di vista psicologico: mentre le immagini altamente ritoccate delle celebrità possono essere facilmente identificate come irrealistiche (almeno consapevolmente), i filtri che migliorano leggermente l’aspetto portano le persone comuni a interiorizzare standard irraggiungibili senza rendersi conto del fatto che sono finti, artefatti, inesistenti nella realtà.
il cervello umano non può sostenere tanta bellezza
Questa "invisibilità" del ritocco crea una nuova illusione di normalità: non solo ci confrontiamo con influencer e celebrità, ma ora ci troviamo a confrontarci con versioni "filtrate" delle persone comuni inclusi amici e amiche, colleghi e colleghe e perfino con le immagini alterate di noi.
Sì: ovviamente questo fenomeno alimenta una pericolosa spirale di insoddisfazione, in cui la realtà sembra sempre inferiore a ciò che vediamo online.
Il nostro cervello è biologicamente programmato per rispondere a segnali di bellezza: la simmetria, la proporzione e i colori vibranti sono percepiti come attraenti perché associati, evolutivamente, a salute e vitalità. Ma l'esposizione continua a volti e corpi modificati digitalmente o chirurgicamente crea una sorta di "assuefazione estetica". Con il tempo, il nostro cervello si "abitua" a questi ideali estremi, rendendo le caratteristiche naturali impressionanti, strane o addirittura inadeguate. E ciò che è normale anzi, consueto nella realtà, sembra una orrenda imperfezione. Questo fenomeno è noto come adattamento percettivo: più vediamo le cose "perfette", più tendiamo a considerarle la norma.
Inoltre, la sovrastimolazione visiva può attivare i circuiti di dopamina, gli stessi coinvolti nella gratificazione e nella dipendenza: l'uso compulsivo dei social e delle abbuffate di immagini perfette o della diffusione della propria modificata con i filtri può generare dipendenza, alimentando un circolo di insoddisfazione e ricerca patologica di validazione esterna.
la differenza (che non c'è più) tra la vicina e kim kardashian
Fino a oggi abbiamo dovuto gestire il confronto più o meno tossico con la perfezione e la bellezza delle celebrità, che comunque era mitigato dal fatto che queste figure erano percepite come distanti e inaccessibili. Sapevamo che modelle, attrici, cantanti e vip varie avevano accesso a risorse straordinarie come team di truccatori, micro chirurgia, fotografi ed editor professionisti. Ma oggi quando vediamo una persona comune o persino una nostra conoscente apparire impeccabile su Instagram, il nostro cervello tende a pensare: "Se lei è così perfetta, perché io no?". Questo confronto è ancora più dannoso perché ci porta a credere che i nostri difetti siano inaccettabili persino nel contesto della consuetudine.
Il risultato sono una crescente, dilagante, insicurezza e una costante percezione di mediocrità personale che va molto oltre il semplice aspetto fisico. Ci sentiamo inadeguate e non solo esteticamente, ma anche rispetto al nostro valore generale. Anche perché diciamolo: la società ci mette del suo premiando la bellezza.
Questa cultura della perfezione perpetuata da filtri e ritocchi ha una serie di altri impatti: a cominciare con la svalutazione della naturalezza del volto umano nel senso che abbiamo perso la capacità di apprezzare la bellezza reale perché il nostro standard è distorto da immagini ritoccate.
Ma c'è anche un tema di dipendenza da filtri: le persone si sentono a disagio a pubblicare foto o video senza filtri o addirittura a mostrarsi senza trucco nella vita reale. Questo alimenta una disconnessione tra l'immagine che mostriamo al mondo e chi siamo realmente, cioè come ci svegliamo la mattina. Il che porta direttamente a un aumento dei disturbi legati alla percezione della propria immagine. Condizioni come la dismorfia stanno diventando sempre più comuni, con persone che si sottopongono a interventi estetici per apparire come appaiono con l'uso dei filtri.
L'impatto dei filtri “abbellenti” sulla realtà
Questi filtri quindi non sono banali giochetti, non si limitano a modificare l'aspetto online: modificano la percezione di ciò che è reale. Quando tutto ciò che vediamo è "migliorato", le nostre aspettative si alzano vertiginosamente. Ci aspettiamo che l'incarnato sia privo di imperfezioni, che le proporzioni siano perfette e che i colori di labbra e occhi siano in tono con il resto. Come nei filtri "abbellenti". Il risultato è che la realtà inizia a sembrare inadeguata o "sbagliata". Qualcosa da correggere. Inoltre, l'iper-utilizzo di questi strumenti può contribuire a una forma di alienazione personale: non ci riconosciamo più nella nostra immagine reale, ma ci identifichiamo con la versione filtrata di noi stessi e sì, questo signfica sperimentare un senso di perdita della propria identità.
Ora, non serve proibire i social ma costruire attorno all'uso dei social un sistema di cura ed educazione mediatica: insegnare alle persone, soprattutto a quelle molto giovani, come riconoscere e interpretare le immagini ritoccate e comprendere i loro effetti psicologici.
Viviamo in un'epoca in cui la bellezza ritoccata non è più un privilegio delle celebrità, ma una norma anzi, un obbligo, alla portata di chiunque. Una finta democratizzazione della perfezione che ha un costo psicologico enorme e che sta creando standard irrealistici: la sfida non è, allora, eliminare la tecnologia ma imparare a usarla senza perdere di vista ciò che significa essere umani.
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