Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
Aggiornato il: 2 minuti di lettura

Saremo mai felici? No: il nostro cervello non è programmato per vivere in mezzo a tutta questa gente

Saremo mai felici? No: il nostro cervello non è programmato per vivere in mezzo a tutta questa gente
(getty)
Continuiamo a usare un cervello progettato per abitare villaggi da cento persone ma siamo dentro a un mondo che giudica 24/7 (e propone nuovi ideali ogni 3 scroll).
E infatti viviamo in uno stato di ansia collettiva.
di Eugenia Nicolosi

C'è un tema di evoluzione mancata che lega mania della performance, ansia collettiva e modello sociale: l'Harvard Graduate School of Education ci racconta che tra i giovani 18–25 (piena Gen Z) i tassi auto-riferiti di ansia e depressione sono doppi rispetto agli teenagers e tra i driver principali ci sono pressione da risultati e preoccupazioni economiche (oltre a mancanza di senso/direzione, solitudine e percezione del mondo "che si sfalda").

Come parlare di soldi tra amici?

Quello della achievement pressure è praticamente il terreno di coltura della mania del perfezionismo: se il valore personale coincide con la performance, allora l’errore non è un evento e il fallimento non è parte del percorso, è una condanna all'infelicità.

Ma l'evoluzione biologica non è facile come un aggiornamento software: non ha un obiettivo morale di default (tipo "diventare migliori") soprattutto non tiene il passo con la velocità con cui cambia la società. E insomma, non possiamo scegliere come far evolvere il nostro cervello che, nei fatti, è ancora programmato per vivere dentro a villaggi di un centinaio di persone, non nell'iperconnessione. Dentro questo caos il perfezionismo è una modalità di adeguamento, una specie di necessità per sopravvivere che però non poggia su basi biologiche o neurologiche. E infatti siamo come una maionese impazzita

Cosa dice lo studio di Harvard sulla nostra evoluzione

Il riferimento più citato quando si parla di evoluzione rispetto alla società attuale è un report del progetto "Making Caring Common" della Harvard Graduate School of Education basato su una survey che ha coinvolto tutti gli Stati Uniti. Il risultato è che la pressione non è un’impressione personale, di pochi: è misurata sul 36 per cento dei giovani 18–25 che infatti riporta ansia (contro il 18 per cento degli adolescenti) e il 29 per cento che riporta depressione (contro il 15 per cento dei teenagers).

Non è che la Gen Z sia la generazione fragile ma è la generazione che sta entrando nell’età adulta in un’epoca che chiede alle persone di essere adulte prima di avere gli strumenti emotivi e sociali per farlo. O anche economici, ma già di questo i Millennial ne sapevano qualcosa.

Il report di Harvard parla dei "driver", cioè degli elementi che scatenano lo stato di ansia collettiva: senso di mancanza di direzione e significato, preoccupazioni economiche, isolamento e soprattutto una cultura della prestazione che divora tutto. E qui arriva il punto: quando la prestazione diventa identità, il fallimento smette di essere un episodio fisiologico e circostanziato diventando una sentenza di fallimento tout court.

In pratica, non è nemmeno colpa delle persone. La "colpa" se così possiamo chiamarla, è del fatto che non siamo adeguate, adeguati, a questo mondo. Non ci siamo evolute, evoluti, perché l’evoluzione non ha la modalità "aggiorna ora". È lenta e praticamente indifferente alle nostre scadenze umane. Nel frattempo, però, abbiamo costruito un ambiente sociale che cambia alla velocità di una notifica: scuola, lavoro, social, famiglia, reputazione.

nessun essere umano può gestire questo modello sociale

Il risultato è un cortocircuito: un cervello nato per gestire rischi concreti (fame, esclusione dal gruppo, pericoli fisici) oggi deve reggere rischi astratti ma continui (prestazione, confronto, giudizio, visibilità). E lo fa come può: spesso trasformando l’ambizione in ansia.

L’American Psychological Association collega tutto questo alla high-stakes achievement culture: un ecosistema in cui bambini/e e ragazzi/e crescono con l’idea che ogni passo sia un provino e che l'errore non sia concesso. Che vuol dire: che la cultura del successo ad alta posta ("high-stakes") è collegata a problemi di salute mentale e descrive come il perfezionismo di oggi - cioè imposto ed esterno - sia associato a ansia e depressione.

E i social, in tutto ciò, rendono tutto più scientifico in senso perverso: trasformano il giudizio in numeri. Like, visualizzazioni, follower, engagement. Il cervello ama i numeri al punto che li scambia per la realtà. Così l’autostima è ormai totalmente dipendente dall'esterno, lì dove l'esterno non sono le cerchie ristrette (quelle per cui siamo programmati) ma il web, il mondo insomma. E nessun essere umano può gestire questa pressione.