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Lo odiamo ma non riusciamo a mollarlo: è quello con lo smartphone il rapporto più tossico che abbiamo mai avuto

Lo odiamo ma non riusciamo a mollarlo: è quello con lo smartphone il rapporto più tossico che abbiamo mai avuto
(getty)
Non è una condanna e non è nemmeno un’apologia nostalgica del "si stava meglio prima".
È una domanda aperta: che tipo di intimità siamo ancora in grado di sostenere?
di Eugenia Nicolosi

La scena ricorrente è vedere un cellulare che suona e vedere la persona che lo possiede lasciarlo suonare. A volte dice ad altavoce "poi richiamo", altre volte no. E non é che non risponde perché sta a tavola - e si sa, sarebbe scortese - o al cinema: non risponde perché non ne ha voglia. Ora, dal momento che spesso la chiamata viene lasciata correre via mentre si sta facendo "il nulla" o mentre si sta scorrendo tra i reel di Instagram, questo dovrebbe preoccuparci più di quanto non faccia.

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Il gesto comunissimo di guardare il telefono squillare e scegliere di non rispondere perché non se ne ha la forza, la voglia, la disponibilità interiore è rivelatore di un rapporto assolutamente malsano che abbiamo con questo strumento. Il telefono, quello che una volta era solo un mezzo per parlare, è diventato una presenza ambigua, costante, pressante, stressante eppure - diciamolo - un rifugio.

lo guardiamo mentre squilla ma ci sale l'ansia, tanta è la stanchezza

Da un lato è per eccellenza il rifugio più alienante di tutti, una specie di luogo sicuro in cui non occorre interagire - non davvero - in cui si può restare in silenzio lasciandosi bombardare da contenuti, immagini, suoni e vite altrui. Dall’altro lato, però, è anche lo strumento che batte casa esigendo attenzione quando suona, e che ci riporta alla realtà: non siamo sole, soli, al mondo (per fortuna).

Una chiamata, più che un messaggio privato, è una specie di richiesta inaspettata e percepita come invasiva per noi che seppure viviamo connessi, connesse, in ogni minuto del giorno, non avevamo stabilito di riceverla. Allora finiamo per invocare una libertà che ci è già concessa nei fatti, cioè quella di non rispondere. E non rispondere va bene, è già pratica comune e non serve giustificarsi. Soprattutto quando è di autodifesa, perché siamo esauste, esausti. Ma da cosa? Dalla sensazione di essere perennemente connesse, connessi senza che ci sia in realtà alcuna connessione. Così ci siamo disabituate, disabituati, a dire "pronto" a meno che non fosse già concordato.

"Mi fai sapere quando posso chiamarti?" è una aberrazione

Allora il telefono assume questo orrendo doppio volto che ormai ha: è il compagno silenzioso che non ci chiede nulla che ci offre distrazione e l'illusione del conforto passivo ma è anche il mezzo tramite il quale la socialità (quella reale) ci preme addosso. La contraddizione è tutta qui: cerchiamo il telefono per isolarci però ci isoliamo nutrendoci di informazioni su persone e fatti esterni a noi, subiamo il telefono quando persone a noi vicine - non avrebbero il numero, diversamente - annientano la distanza emotiva e geografica cercandoci.

Preferiamo, probabilmente, guardare i Koala che dormo aggrappati sui rami o un tizio che prepara le piadine da qualche parte in Piemonte piuttosto che sapere cosa deve dirci quell'amico, quell'amica, che ci sta "addirittura" telefonando. Non va bene.

E ogni mancata risposta è una scelta che racconta qualcosa che non sempre è comprensibile e non sempre giustificabile, ma la domanda vera è come abbiamo fatto a trovarci al punto da preferire la solitudine. Perché i social questo sono: spazi di solitudine. Evviva la libertà di non rispondere, ovvio, ma rendiamoci conto che quello col telefono è il rapporto più tossico che abbiamo mai avuto. È un bullo che ha finito per comandarci, per crearci malessere, per distaccarci dalle persone che amiamo, dalla vita.