A scuola di fallimento con Francesca Corrado (che ha avuto l'idea)
A fondarla è Francesca Corrado: parliamo con lei del perché, del "come" e soprattutto dell'idea di fallimento (sbagliata) che ci impedisce di vivere bene
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Guardando l'enciclopedia Treccani troviamo la voce fallimento (che ovviamente deriva dal verbo fallire) e i suoi significati tra cui: "Stato di insolvenza di un imprenditore commerciale: essere sull’orlo del fallimento, fare, dichiarare fallimento"; e "Esito negativo, disastroso, grave insuccesso" ma anche "Riconoscere l’inutilità dei proprî sforzi, l’impossibilità e incapacità di raggiungere gli scopi fissati, rinunciando definitivamente alla lotta, all’azione".
Insomma la parola "fallimento" non evoca sensazioni auspicabili. Ma "Dietro la parola fallimento c'è anche un significato positivo. Dipende dalla prospettiva da cui si guarda", spiega Francesca Corrado, fondatrice della Scuola del Fallimento, "Può essere un inciampo che ti lascia per sempre a terra oppure uno scalino che ti spinge ad oltre".
La scuola di fallimento
La scuola nasce a Modena, nel 2017. Oggi torniamo a parlarne volentieri con la fondatrice perché - e lei è d'accordo - evidentemente è necessario insegnare alle persone a vivere il fallimento in modo alternativo. La pandemia del 2020 ha rotto un po' di equilibri e nel bene e nel male siamo costretti, come comunità, a fare i conti con la fallacia (appunto) di questa macchina imperfetta che chiamiamo società.
Ma chi è Francesca Corrado? È nata a Crotone, città della Calabria che Francesca Corrado stessa definice "non sempre ridente" ma in cui ha vissuto una infanzia felice. Si è trasferita a Modena per studiare: Economia Politica prima, un dottorato in Storia del pensiero Economico poi e ancora un Executive MBA. "Ho sempre avuto la presunzione che in un modo o nell'altro tutto sarebbe andato bene se avessi seguito il mio istinto". Viaggia molto, lavora (fa la ricercatrice e insegna al Dipartimento di Economia), fa anche formazione e diventa pure vicepresidente di una startup oltre che Fondatrice di Play Res, una realtà che si occupa di ricerca e promozione del gioco in tutte le sue forme (da tavolo, videogioco, di simulazione, di ruolo). Ma come e perché diventa Presidente della Scuola di Fallimento?
Da una riflessione che ha abbracciato in seguto a degli eventi personali. "Ho sempre cercato, fallendo, di aspirare alla perfezione. Un esercizio complicato perché ti porta a rivedere costantemente quello che fai tu e che fanno gli altri. Ad un certo punto della vita comprendi però che la perfezione non solo non esiste, che tutto è perfettibile, ma che in fondo la perfezione è noisa e che l'unica cosa che conta è agire e aspirare a fare oggi meglio di ieri. Il fare ti espone però a due rischi: l'errore e la critica altrui. L'importante è vivere entrambi come un' opportunità di crescita e di apprendimento".
Parlando di questo tema in giro per Modena, Francesca si rende conto che la città sentiva l'esigenza di parlarne, di approfondire e cambiare approccio. "Andavo in giro a chiedere alle persone se sarebbero venute alla mia eventuale "scuola di fallimento" e rispondevano di sì, ma non ci credevo più di tanto all'epoca. Oggi so che ho colto il bisogno di superare dei tabù".
"san fallimentino" e altri giochi
Il primo evento in assoluto è stato organizzato per i NEET, acronimo di "Not in Education, Employment, or Training": ovvero i giovani che non studiano, non lavorano né si preparano al lavoro. Oggi i corsi sono per le scuole o per le aziende, "ogni tanto facciamo degli eventi per persone facenti parti di comunità specifiche (per esempio sono rivolti a donne, a chi sta avviando una start up). E poi c'è San Fallimentino: un corso speciale per i fallimenti amorosi. Alcuni durano il tempo uno speech, quindi circa venti minuti, altri sono percorsi di un anno. Si fanno lezioni interattive, con esercizi o giochi di ruolo, da tavolo, improvvisazione teatrale: "l'idea è permettere alle persone di sperimentare un fallimento ma in un contesto assolutamente protetto come quello del gioco in cui la realtà è simulata".
Per quanto riguarda esperienze più singolari, "facciamo anche incontri one to one, ma se vediamo che ci sono delle criticità indirizziamo le persone verso psicoterapeuti o avvocati, dipende dalla loro esigenza: non sono una psicologa e mi rendo conto che alcune persone hanno dei problemi che vanno affrontati in altri percorsi, il nostro target sono persone più interessate a cambiare mindset".
basta la parola a far paura "fallimento"
"Alcune aziende vorrebbero che sostituissi la parola fallimento con altre meno spaventose, per paura di sbattere contro una profezia che si autoavveri", confessa la fondatrice.
Ma il problema è proprio quello: il fallimento è solo punto finale di una serie di azioni che noi compiamo, non c'entra la sfortuna.
Francesca racconta che le sono successe delle cose che erano sì, indipendenti dalla sua volontà - compresa la malattia di suo padre - ma perdere la casa, il lavoro, il partner non vuol dire "perdere tutto: io avevo altre cose come le competenze, la curiosità, la volontà di cambiare mindset". Infatti racconta che ha pensato per prima cosa di organizzare per sé stessa un progetto che la aiutasse a superare il proprio fallimento. "Avevo letto molti libri che normalizzano il fallimento ma nessuno che offre spunti di rilancio per il dopo, per quando sei pronta a ricominciare".
Come funziona un cervello di fronte al fallimento? E in generale: "è la domanda che ci poniamo", spiega Corrado. "Conoscere le modalità con cui prendiamo le decisioni, se siamo razionali o emozionali, che profilo emozionale abbiamo: sono i punti di partenza necessari a rielaborare il concetto di fallimento. E le esperienze sono molto differenti le une dalle altre: ai miei corsi è arrivata una madre disperata perché i professori della figlia mantengono un atteggiamento minaccioso e le urlano che quel voto basso la segnerà a vita. Di fatto le insegnano che il suo valore dipende dai risultati che porta a casa. Un'altra giovane donna mi scrive che dal momento che a scuola e all'università le è sempre andato tutto benissimo, ora che è adulta non è capace di sollevarsi dopo un inciampo. Non ha mai imparato a cadere e rialzarsi".
guardiamo alle cose da un'altra prospettiva
Non sarà bello, fallire, ma è utile e a volte necessario a crescere, migliorare, cambiare direzione. E se pensiamo che non è bello è solo perché ci è stato insegnato che è qualcosa di cui vergognarsi. Come se fosse una prerogativa di pochissimi. Ma i falliti sono tanti, anzi, tutti falliscono. Purtroppo "tra i giovani è tornato in voga l'uso della parola fallito o fallita come un insulto: si utilizza per denigrare, da sempre, ma personalmente registro un incremento di questo insulto tra gli studenti. Ed è il motivo per cui ho chiamato questa scuola così: dietro la parola fallimento c'è anche un significato positivo. Dipende dalla prospettiva da cui si guarda. Può essere un inciampo che ti lascia per sempre a terra o uno scalino che ti spinge oltre".
È anche vero che "negli ultimi anni l'attenzione ai temi della vulnerabilità è molto aumentata ma nonostante ciò continuaimo a vivere nella società della colpa, con una tendenza malsana al perfezionismo", osserva Francesca Corrado. "Complici i social, ci siamo abituati a una costante esibizione della felicità finta. E la cosa triste è che anche quando l'influencer di turno racconta il proprio fallimento lo fa con una estetica costruita per far fuzionare bene il racconto, ovvamente a quel punto, finto".
E si tratta, secondo Corrado, "di washing e null'altro: il rischio è che parlare di fallimenti e di come condonarli sia solo una moda sotto alla quale resiste lo stigma. Di certo esistono oasi felici, in aziende o scuole che non premiano la cultura della competizione, ma c'è molto lavoro da fare".
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