Le tre vite di Jenny Lang Ping, signora del volley
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Il cerchio si chiude il 20 agosto 2016, Jenny Lang Ping ricomincia una terza vita. Una terza vita che somiglia tanto alla prima, con parecchi anni in più, inevitabilmente. Prima eroina, poi traditrice, infine di nuovo eroina quando la Cina batte la Serbia nella finale per l’oro del volley ai Giochi di Rio de Janeiro. In panchina si siede chi, nel 1984, si era messa al collo l’identica medaglia a Los Angeles, quando ancora non si chiamava Jenny e picchiava implacabile sui muri avversari da zona quattro: era Iron Hammer, il martello di ferro. Lang Ping è la prima in assoluto, in campo femminile come maschile, a centrare il doppio oro, prima come giocatrice e quindi come allenatrice. Karch Kiraly, icona della pallavolo statunitense, arriverà solo cinque anni dopo, nell’edizione di Tokyo 2020 rimandata di un anno causa pandemia.
LA DIPLOMAZIA DEL PING PONG
La sua storia comincia a Tianjin, metropoli di quattordici milioni di abitanti nel nord della Cina. Nasce il 10 dicembre 1960, figlia di un poliziotto e di una manager di albergo. Cresce nel pieno della rivoluzione culturale imposta da Mao Zedong, che vuole rafforzare il proprio potere puntando sulle nuove generazioni, con risultati sanguinosi che avrebbero lasciato un profondo segno ideologico e umano. I genitori la sognano medico, lei cresce fino ai 184 centimetri che la introducono al mondo della pallavolo. Una scelta non facile, per la mentalità militare vissuta anche nello sport: dormivano su assi di legno e avevano solo tre set di divise. "Ai tempi di Mao non c’era nulla per cui essere felici, o per non esserlo", racconta. Qualcosa comunque stava cambiando. Il 10 aprile 1971 la nazionale statunitense di tennis tavolo è a Pechino per sfidare quella cinese: è la prima visita di una rappresentanza Usa da quando Mao è al potere. Nasce la “diplomazia del ping pong”, che porta alla storica visita del presidente Richard Nixon nel febbraio 1972 e ai primi timidi segnali di apertura del regime al mondo. A fine anni Settanta Pechino intuisce come lo sport possa essere il passaporto per conquistare prestigio agli occhi del mondo. Gli atleti cominciano a partecipare a gare all’estero, sempre tenuti sotto controllo da agenti di sicurezza fatti passare per accompagnatori. Si vuole evitare le fughe che caratterizzano le squadre del blocco sovietico e si vuole tenere sotto controllo ogni parola dei singoli: "Eravamo allenati a dire le stesse cose, a comportarci in certi modi", sottolinea Lang Ping.
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IL GRANDE RITORNO A LOS ANGELES 1984
La svolta avviene nel 1984, anno in cui la Cina torna all’Olimpiade. Mancava da Helsinki 1952, quando la squadra era arrivata a cinque giorni dalla fine delle gare: solo un atleta partecipò ai 100 stile libero. Poi il vuoto, per protesta contro il riconoscimento di Taiwan. A Los Angeles la Cina si presenta con 219 atleti e molte aspettative, mantenute dal quarto posto nel medagliere: quindici ori, otto argenti e nove bronzi. Tra gli ori c’è quello della pallavolo femminile, un altro sport rispetto a oggi: set ai 15, cambio palla senza rally point, non esiste il libero. Lang Ping trascina la Cina: secondo posto nel girone, 3-0 in semifinale al Giappone e 3-0 agli Stati Uniti dominati in finale 15-3 e 15-9 dopo un primo set ai vantaggi (16-14). Il mondo scopre Iron Hammer, che firma l’ultimo punto che vale l’oro e diventa una icona in patria, dando una svolta al mondo dello sport. Le atlete non ricevevano soldi, Lang Ping riempiva la casa di biciclette (sempre lo stesso modello): era il premio quale miglior atleta in patria. Fino a quando lo Stato non decide di ricompensare gli sportivi con premi in denaro e maggiore libertà di movimento. "Se non ci fosse stata lei, nessuna di noi avrebbe goduto del tipo di vita che ora abbiamo", disse la tennista Li Na. La Cina aveva debuttato nel volley nel 1978, con Lang Ping si trasforma nella squadra da battere. Prima di Los Angeles ci sono i primi posti alla Coppa del Mondo (1981) e al Mondiale (1982), quindi un’altra Coppa del Mondo (1985). Nel 1986 la conferma al Mondiale in Cecoslovacchia, ma Lang Ping ha già scelto di ritirarsi. È la sportiva più famosa del Paese, le hanno dedicato decine di palazzetti e francobolli celebrativi, le nozze nel 1987 con il giocatore di pallamano “Frank” Bai Fan sono trasmesse in diretta dalla tv di stato, è un idolo per milioni di persone. Lei però si sente prigioniera nel ruolo di modello che il Partito Comunista le ritaglia addosso. La imbarazza anche una vicenda di corruzione: funzionari locali si intascano i soldi stanziati per costruire un impianto per cui si era impegnata a Hunan. Subito dopo le nozze vola negli Stati Uniti, dove nasce la figlia Lydia. Prende il nome di Jenny, studia inglese e diventa assistant coach all’Università del New Mexico: "Mi serviva qualcosa di diverso, non potevo passare la mia vita nascosta in casa: volevo provare la normalità. Sarò sempre cinese (non cambia nazionalità, ndr), anche se indosserò i colori di un’altra nazionale. I tifosi mi amano, spero che capiscano la mia scelta".
LA RIVINCITA DI RIO DE JANEIRO
La capiscono fino al 2005, quando Jenny Lang Ping assume l’incarico di allenatore della nazionale femminile Usa di volley, prima straniera scelta per un ruolo così importante. Un percorso preceduto fino al 1999 dalla panchina con la Cina - con cui perde la finale di Atlanta 1996 con Cuba -, quindi dalle esperienze in Italia a Modena, Novara e Jesi. Una scelta che prende in contropiede il potere costituito, politici e stampa la chiamano traditrice. Ma i sentimenti sono contrastanti, durante un tour in Cina nel 2005 "le madri quasi le lanciavano i figli: mai visto. Non si può neanche fare un parallelo con Michael Jordan da noi", ricorda Nicole Davis, libero della squadra Usa. Il momento più duro il 15 agosto 2008, all’Olimpiade di Pechino. Al Capital Indoor Stadium si disputa Cina-Stati Uniti, nel girone eliminatorio. È la “partita”: 13.000 spettatori nell’impianto, 250 milioni davanti alla tv. Gli Stati Uniti vincono 15-11 al quinto set, il post-match è fatto di insulti dei tifosi e di critiche della stampa alla loro ex beniamina, che replica: "Dovreste essere orgogliosi che la nazionale statunitense offra questo posto a una cinese". Ottiene l’argento, battuta 3-1 dal Brasile. Oto anni dopo, la rivincita. E la terza vita.
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