Kimia Yousofi, il coraggio di difendere i diritti delle donne afghane
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La prestazione sportiva era l’ultimo dei suoi pensieri. L’eliminazione nelle batterie dei 100 piani ai Giochi Olimpici di Parigi non le interessava proprio. Era preparata. Ma quello era il momento da cogliere per lanciare il suo messaggio al mondo, un messaggio coraggioso e delicato che avrebbe avuto una visibilità straordinaria. Kimia Yousofi ci ha pensato a lungo prima di farlo. Nessuno l’avrebbe intervistata, dunque occorreva trovare un modo alternativo per rivolgersi ai milioni e milioni di telespettatori e per raggiungere chi non era davanti allo schermo ma avrebbe letto la sua storia sui giornali, sui siti, sui social network. Kimia Yousofi arriva da un Paese martoriato da decenni, vittima dell’invasione sovietica, dell’occupazione statunitense e del governo talebano. Un Paese per il quale la comunità internazionale si è mobilitato, salvo poi dimenticarlo in fretta, abbandonandolo al suo destino sotto il comando oscurantista dei fondamentalisti islamici.
L’ESILIO PER SOPRAVVIVERE
Yousofi è fortunata rispetto ai milioni di suoi connazionali, donne soprattutto. Dopo le Olimpiadi di Tokyo, è stata inserita nel piano di evacuazione organizzato dal governo australiano in collaborazione con il Comitato Olimpico Internazionale e quello afghano in esilio per mettere in salvo la comunità sportiva. Una settantina di atleti con le loro famiglie (solo nel suo caso, trentuno persone). Certo, non è semplice vivere lontani dalla propria terra, ma era l’unica soluzione per sottrarsi ai terroristi, come non esita a definirli pubblicamente, che hanno levato ogni diritto alle donne e, in generale, al popolo afghano. A loro si è rivolta dopo la gara, mostrando il retro del pettorale sul quale aveva scritto quattro parole: education in nero, sport in verde, our rights in rosso. Educazione, sport, i nostri diritti, con i colori della bandiera di quella terra senza pace. Dopo, il velo delicatamente appoggiato sul capo, una bandierina con la citazione della celebre canzone di John Lennon "Give peace a chance”, ha potuto esprimere meglio il proprio pensiero: «Ho un messaggio per le ragazze afghane: cercate le vostre opportunità e sfruttatele. Non arrendetevi. Non lasciate che gli altri decidano per voi».
UNITI CONTRO I TALEBANI
Sa, Yousofi, che per chi vive in Afghanistan è impossibile ribellarsi all’oscurantismo talebano. Ma sa anche che è il suo è l'unico modo per provare a tenere accesa una luce su quanto sta succedendo. «Questa è la mia bandiera, questo è il mio Paese e sto combattendo per noi. Ci sono tante persone del Comitato olimpico afghano che mi hanno aiutato. Rappresenterò la mia cultura il più possibile». I talebani hanno mandato ai Giochi tre atleti, uomini ovviamente: nell’atletica, nel nuoto, nel judo. «Lo sport femminile è stato fermato. Se non viene praticato perché le ragazze dovrebbero andare in nazionale?», chiedeva il loro portavoce Atal Mashwani con odiosa provocazione. Per questa ragione, il Cio ha ammesso altrettante atlete, nel segno di quella gender equality che è stata la stella polare delle Olimpiadi di Parigi, dove per la prima volta ha gareggiato lo stesso numero di uomini e di donne. Kimia avrebbe potuto correre nella nazionale dei Rifugiati, ma ha preteso fortemente di indossare i colori dell’Afghanistan, il bianco e il verde della tuta con cui si è presentata alla stampa, mentre sulla pista aveva una maglietta rosa salmone. «Lotto per una terra in cui sono arrivati i terroristi. Come ci si sente se ti arrivano in casa e ti dicono: “Vattene, ora è casa mia”? Si sono presi il nostro Paese, dove nessuno li riconosce come governo, ma non si può parlare: per questo lo faccio io. I miei compagni di squadra mi sostengono: le condizioni in Afghanistan sono terribili pure per molti uomini, anche se ovviamente è molto peggio per le donne che ho l’onore di rappresentare. Sono persone private dei diritti essenziali, compresa l’educazione scolastica, il più importante di tutti».
I SOGNI RUBATI
Dopo l’esperienza parigina, è tornata nella nazione che l’ha adottata. La allena un tecnico australiano, John Quinn, e sta cercando un lavoro, per raggiungere quell’autonomia che è condizione necessaria per diventare davvero indipendenti. Il coraggio dimostrato ai Giochi le sarà di aiuto in questo senso. E ogni occasione sarà buona per ribadire il proprio messaggio: «Rappresento i sogni rubati di donne che non possono decidere come esseri umani».
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