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Aggiornato il: 6 minuti di lettura

Il caso delle molestie nelle agenzie pubblicitarie italiane

Lo stanno definendo il “#metoo delle agenzie” per la gravità ed esplosività delle accuse, ma gli episodi segnalati non rappresentano una novità assoluta.

di Giulia Blasi

Lo scandalo che sta esplodendo al rallentatore nel mondo della pubblicità italiana ha lo stesso passso di certe demolizioni controllate: una carica, poi un’altra, poi un’altra ancora, finché il palazzo crolla. L’ultimo innesco, quello che ha fatto detonare il caso, arriva da un’intervista realizzata e pubblicata su Facebook da Monica Rossi, pseudonimo di un autore (maschio) coinvolto nel mondo dell’editoria. L’intervistato, per una volta, non è un editore o uno scrittore ma un pubblicitario, Massimo Guastini, ex presidente dell’Art Directors Club Italiano. Nell’intervista, Guastini parla in maniera circostanziata di molestie nell’ambiente dell’advertising e della comunicazione. Fa un nome, quello di Pasquale Diaferia, personaggio potente e conosciuto nell’ambiente, e parla anche di “una chat” presente in una nota agenzia, in cui gli uomini etero dello staff (tutti, o quasi tutti) commentano in maniera oscena e violenta i corpi delle colleghe. Monica Rossi, che seguendo i profili di Guastini aveva colto l’esistenza di un problema, fa la domanda diretta solo all’ultimo: da lì inizia tutto, e molto presto, nei commenti dei post su Facebook che Guastini stava dedicando alla vicenda, viene rivelato anche che l’agenzia della famosa chat è la branca italiana della multinazionale della comunicazione We Are Social.

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La seconda di queste due storie, in verità, era già stata raccontata nel 2020 dal podcast Freegida, che, senza nominare l’agenzia o le loro fonti, aveva tracciato un quadro molto chiaro e agghiacciante. Difficile non notare, qui, come a parità di dettagli sia stata l’intervista a un uomo fatta da un altro uomo a far scoppiare il caso: le voci di Linda e Penny, autrici di Freegida, evidentemente non erano sufficienti a rendere credibile o rilevante una vicenda di molestie in ufficio come ce ne sono tante. Succede. Si sa. Nessuno ci fa caso. Ma quando a parlarne è un uomo, vale a dire qualcuno che appartiene allo stesso genere e allo stesso ambiente di chi molesta, allora molta più gente è disponibile a prestare attenzione. L’uomo, o in questo caso, come vedremo, gli uomini che rompono i ranghi del cameratismo maschile sembrano avere una credibilità maggiore.

Sono due storie molto diverse, quella della chat di We Are Social (e di quello che We Are Social avrebbe o non avrebbe fatto a riguardo) e quella di Pasquale Diaferia. Le racconteremo quindi separatamente, anche se in più punti si toccano: e vedremo perché. Cominciamo da quella di Diaferia, che è già piuttosto impegnativa.

I “comportamenti poco consoni” di Pasquale Diaferia

L’intervista a Massimo Guastini esce il 9 giugno. L’11 giugno, l’ADCI comunica di avere espulso Pasquale Diaferia dall’associazione in una riunione che si è tenuta il 7 giugno. Qualcosa non torna nel tempismo della decisione: sapevano già tutto? E nel caso: perché non sono intervenuti prima?
Perché il comportamento di Diaferia, a quanto pare, era noto da tempo a tutti i livelli del mondo pubblicitario: lo conferma anche Marco Faccio, fondatore di Hub09 Brand People e presidente dell’Associazione Copywriter.

“Già cinque o sei anni fa, Diaferia chiese la radiazione di una serie di persone, fra cui Daniela Montieri, personaggio di spicco dell’associazione copywriter, e Laura Grazioli [gli altri erano Paolo Iabichino e Massimo Guastini, n.d.a.], che si erano permesse di segnalare le molestie che aveva compiuto. I probiviri dell’Art Directors Club decisero di non procedere alla radiazione, ma trovarono una soluzione un po’ democristiana: "non mandiamo via nessuno, ma nemmeno procediamo contro il segnalato.” Faccio ha contezza di Diaferia, come molti nell’ambiente, anche se la conoscenza non è diretta e personale: il pubblicitario è noto, anche se non venerato, nell’ambiente dell’advertising italiano.

“Il mondo della pubblicità si racconta come molto migliore di quello che è” spiega Enrico Sola, pubblicitario di lungo corso, fra le prime persone dell’ambiente a dare visibilità all’intervista a Guastini e a seguirne gli sviluppi sui social. “È un ambiente che vorrebbe essere inclusivo, ma che finisce per riprodurre dinamiche padronali e maschiliste che vanno poi a plasmare l’immaginario collettivo. Se nella pubblicità le donne vengono usate come oggetti erotici è proprio perché a indirizzarlo sono gli uomini, in prevalenza uomini eterosessuali. La dirigenza e la proprietà di queste agenzie è tutta loro. Le donne nelle agenzie sono tantissime, ma pochissime sono rispettate come creative: sono creatrici, non creative.”

L’intervista che Guastini ha rilasciato a Monica Rossi riferisce confidenze raggelanti fatte dalle donne e ragazze che sarebbero state oggetto delle attenzioni di Diaferia. La prima a raccontarlo a Guastini è una delle sue stagiste, una ventenne che il pubblicitario (allora cinquantenne) avrebbe portato in un luogo isolato con la scusa di darle un passaggio verso casa, e avrebbe poi tentato un approccio sessuale. Un’altra donna, intorno ai trent’anni, gli racconta di aver bevuto un caffè shakerato con Diaferia per poi svegliarsi a letto con quell’uomo, che aveva sempre trovato repellente, senza memoria di esserci mai entrata. Sempre secondo Guastini, anche la moglie di Diaferia racconta di aver subìto violenze dal marito, violenze per le quali lo ha portato in tribunale, e che sarebbero state agite anche nel periodo in cui Diaferia stava ideando e promuovendo una campagna contro la violenza sulle donne per conto di un’azienda.

Alla luce di tutto questo, appare più comprensibile la decisione dell’ADCI di espellere Diaferia, pur senza citare, nella nota in cui annunciano l’allontanamento, il motivo per cui sarebbe avvenuto. Di certo, come confermano sia Marco Faccio che Enrico Sola, il club era al corrente di tutto da molto tempo, ma non è intervenuto se non ora, quando le polemiche rischiavano di tracimare.

Tutti gli episodi segnalati da Guastini sono impossibili da denunciare alle autorità: la legge italiana lascia alle vittime di abusi sessuali solo un anno per denunciare. Un periodo di tempo troppo breve, perché spesso è meno del tempo che ci vuole a elaborare l’episodio e a parlarne. Denunciare una violenza richiede coraggio e la determinazione ad affrontare un processo, con tutte le implicazioni del caso, e un anno non basta a radunare le forze per un’azione che per chi denuncia spesso porta alla ri-traumatizzazione delle vittime, in particolare quando il denunciato è potente. O protetto da un sistema che è restio a denunciare sé stesso.

La chat molesta di We Are Social

Nelle ricostruzioni dei giornali, la storia della chat dei maschi con (almeno) 80 iscritti è quella che ha trovato più spazio, sia per la volontà di alcuni degli uomini coinvolti di collaborare (anche ammettendo le proprie responsabilità), sia perché, come dice Marco Faccio, fa più impressione: “80 uomini, ti dà l’idea del branco di leoni”. We Are Social, oltretutto, è un’agenzia internazionale: quello che succede nella branca italiana interessa anche le altre filiali, e un danno reputazionale può comportare una perdita significativa di clienti, se si dovesse appurare che (come sembra) i capi dell’agenzia non hanno preso provvedimenti adeguati.

Secondo diverse ricostruzioni, in agenzia erano state formate diverse chat divise secondo criteri a dir poco discutibili: uomini etero da una parte, donne e “comunità arcobaleno” (cito da un’intervista raccolta dal Corriere della Sera) in altre due chat separate. La chat degli uomini etero, che, a quanto pare raccoglieva tutti (o quasi tutti) i dipendenti dell’agenzia, era diventata il luogo in cui ci si ritrovava – in orario di lavoro – per commentare i corpi delle colleghe, fare apprezzamenti osceni (dettagliati nell’episodio di Freegida di cui parlavamo in precedenza: non li ripeterò) e scambiarsi le foto delle donne in costume da bagno. Viene riportata anche l’esistenza di un file Excel che serviva a determinare la vincitrice del titolo di miglior culo dell’azienda. Una dedizione agli strumenti del pacchetto Office che avrebbe sicuramente potuto trovare miglior impiego.

Sempre stando alle testimonianze raccolte da Linda e Penny, la chat sarebbe stata scoperta per caso da una dipendente dell’agenzia, dopo che un collega maschio – con straordinario candore – gliel’aveva mostrata. Quella rivelazione avrebbe portato a una lavata di testa collettiva da parte dei capi dell’azienda, alla cancellazione della chat, ma a nessun provvedimento nei confronti degli autori di quelle che non dobbiamo avere paura a chiamare molestie, anche se le donne coinvolte non ne erano al corrente. Impossibile pensare che chi partecipava attivamente a quella chat riuscisse poi a interagire con le colleghe in serenità e alla pari, e se sì, quale sarebbe stato il motivo di avere chat segregate per genere o per orientamento? 

L’ipotesi sulla tossicità dell’ambiente di lavoro sembra essere confermato dall’intervista rilasciata da un’ex dipendente, Erica Mattaliano, sempre al Corriere. Mattaliano, che aveva denunciato comportamenti sessisti, racconta di essere stata portata in una stanza a vetri, visibile a chiunque, in cui i suoi capi hanno cominciato a gridarle contro perché convinti che lei si riferisse alla famosa chat, della quale però Mattaliano non sapeva niente. 

Interpellati sull’argomento, i vertici di We Are Social hanno risposto con una nota stringata e generica: “[…] We Are Social condanna, da sempre, qualsiasi forma di discriminazione e atteggiamenti inappropriati. We Are Social è da sempre impegnata nel creare un ambiente di lavoro sano e inclusivo. La società, nel corso degli anni, ha messo in atto numerose iniziative con partner qualificati affinché il benessere e la tutela delle persone siano al primo posto.” Eppure è difficile non domandarsi come mai i team leader coinvolti nella chat non siano stati fatti oggetto di alcuna sanzione concreta, e perché le donne che reagivano al sessismo dei colleghi venissero fatte oggetto di intimidazioni. Viene da pensare che il benessere e la sicurezza delle donne non fossero poi così importanti da meritare azioni drastiche per assicurarsi che vengano preservati.

Entrambe le vicende andranno ulteriormente approfondite. È importante, però, non compiere l’errore di attribuire la formazione di queste culture aziendali tossiche unicamente a Milano e alle sue velleità di imitazione delle dinamiche d’oltreoceano. Questi episodi esistono in ogni ambiente, a ogni livello. Non è una singola agenzia, non è un singolo settore o luogo di lavoro: le molestie verbali e fisiche, gli abusi e il maschilismo organizzato sono presenti e largamente tollerati ovunque. Non abbiamo iniziato a parlarne oggi, e non finiremo di certo domani.