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Charlotte Cooper: la risposta più bella al maschilismo di Pierre de Coubertin



Charlotte Cooper: la risposta più bella al maschilismo di Pierre de Coubertin


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L’inventore dei Giochi Olimpici moderni sosteneva che le donne non avrebbero dovuto praticare sport: per la differente fisiologia e per il ruolo nella società. La tennista inglese Charlotte Cooper fu la prima a dimostrargli quanto si sbagliasse. Proprio a Parigi.

 
di Sandro Bocchio & Giovanni Tosco

Possiamo soltanto immaginare la soddisfazione di Charlotte Cooper. L’orgoglio. La consapevolezza di avere scritto una pagina destinata a rimanere nella storia, non soltanto dello sport. Possiamo soltanto immaginare il suo sguardo fiero quando incrociò quello di Pierre de Coubertin, il barone artefice dei moderni Giochi Olimpici che si opponeva con grande determinazione all’agonismo femminile: sosteneva che la differente fisiologia della donna e il suo ruolo nella società la rendevano inadatta all’attività sportiva. Ma neppure la sua intransigenza poteva fermare quella piccola e allo stesso tempo grande rivoluzione che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, cominciò a modificare la realtà e della quale Cooper fu un simbolo.

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All’Olimpiade di Parigi del 1900 parteciparono ventidue donne (a fronte di oltre milleduecento uomini), impegnate nelle gare di tennis, croquet, vela e golf. Se nelle ultime tre discipline il livello era certamente dilettantistico, tutt’altro si deve dire del tennis, dove la vincitrice - dunque la prima donna nella storia ad aggiudicarsi una competizione olimpica: ancora non si assegnavano le medaglie, introdotte nel 1908 a Londra - fu Charlotte Cooper, campionessa di singolare.  

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REGINA DI WIMBLEDON
 

Nata a Ealing, zona residenziale di Londra il 22 settembre 1870, venne iscritta dal padre Henry nello storico Tennis Club che porta il nome del quartiere e, allenata da Charles Martin, iniziò il suo viaggio verso la gloria sportiva. Vinse il suo primo torneo a quattordici anni e il primo Wimbledon a venticinque e in maniera rocambolesca: contro Helen Jackson, in entrambi i set si trovò sotto 0-5 ma riuscì a recuperare imponendosi 7-5, 8-6. Si ripetè dodici mesi più tardi - quando, nel frattempo, una malattia l'aveva resa completamente sorda - e ancora nel 1898, cosicché si presentò a Parigi da grande favorita. A differenza delle altre tenniste, non indossava il cappellino né i guanti: «Non temo di rovinarmi le mani», sottolineava con un certo disprezzo nei confronti delle avversarie. Per il resto, naturalmente, l’abbigliamento era quello dell’epoca: gonna lunga bianca, corpetto con maniche a sbuffo e scarpine in cuoio nero senza tacco. Aveva una grande forza fisica (non a caso, è stata tra le prime a effettuare il servizio dall’alto come gli uomini), propose un gioco molto aggressivo, andando a rete ogni volta che ne intravedeva la possibilità e stupendo il pubblico per la precisione nelle volée e nei pallonetti. 
 

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DOPPIO TRIONFO
 

Alle Olimpiadi parigine le partite di tennis si disputavano nel circolo di Puteaux, a una decina di chilometri dalla capitale. Nel primo turno Charlotte non ebbe problemi a sbarazzarsi della francese Marguerite Fourrier, battuta con un netto 6-0, 6-2. Faticò leggermente di più nelle semifinali, giocate nello stesso giorno: affrontò la statunitense Marion Jones, figlia del senatore che fondò la città di Santa Monica, vincitrice l’anno prima degli Us Open e prima donna non britannica a partecipare a Wimbledon. Cooper s’impose 6-2 nel primo set e 7-5 nel secondo. La finale era in programma l’11 luglio: la rivale si chiamava Helene Prevost, che aveva appena conquistato il titolo al Roland Garros senza scendere in campo per mancanza di avversarie. La superiorità di Charlotte fu schiacciante anche in questo caso: 6-1, 6-4 è il punteggio che le consegnò la vittoria e un ruolo speciale nella storia dello sport. Non finì qui la sua avventura in terra di Francia, perché il suo cammino proseguì anche nel doppio misto, nel quale gareggiò con Reginald Doherty. I due prima liquidarono con facilità il connazionale Archibald Warden e la boema Edwiga Rosenbaumowa 6-3, 6-0 e in finale sconfissero lo scozzese Harold Mahony e ancora Prevost 6-2, 6-4.

 

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RECORD IMBATTUTO 

Il 12 gennaio 1901 Charlotte si sposò con Alfred Sterry, avvocato e tennista dilettante: giocava con risultati mediocri, tant’è che divenne più noto come presidente della Lawn Tennis Association, la federazione britannica. Fu un matrimonio sui generis per l’epoca, perché lei aveva già trentuno anni e lui meno di venticinque. Pochi mesi dopo Cooper vinse per la quarta volta a Wimbledon, poi sospese l’attività per dedicarsi alla famiglia: nacquero Rex e Gwen (anche lei tennista, ma di minore successo). A sorpresa, nel 1908 Charlotte ritornò sui campi e riuscì nell’impresa di conquistare ancora il titolo sull’erba del circolo più famoso del mondo: aveva trentasette anni e 282 giorni, un record che ancora non è stato battuto. Continuò a giocare con buoni risultati, tanto da arrivare a disputare una finale di Wimbledon, persa contro Ethel Larcombe. Per tutta la carriera, Cooper ha avuto soltanto due racchette: una per gli allenamenti e per gli incontri sotto la pioggia, l’altra quando le condizioni atmosferiche erano migliori. È stata lunga la avventura nel tennis ed è stata lunga la vita: Charlotte è morta nella città scozzese di Helensburgh il 10 ottobre 1966, all’età di novantasei anni.