Alfonsina Strada, la donna che sfidò gli uomini in bicicletta
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Due ruote di libertà. Due ruote di fatica. La bicicletta, fino al boom automobilistico del secondo Dopoguerra, è stato il mezzo di spostamento più popolare - e più economico - in Italia. Un simbolo di libertà, per l’indipendenza che regalava. Un simbolo di fatica, per chi viveva la bicicletta come sport. Non soltanto per le distanze a volte impressionanti su cui venivano organizzate le gare, ma anche per le caratteristiche stesse delle bici: quelle da corsa di inizio Novecento pesavano intorno ai venti chili, quelle attuali devono avere (come da regolamento internazionale) un peso non inferiore ai 6.8 chili. Una condizione, all'epoca, complicata per gli uomini, figurarsi per le donne. Ma che non spaventa Alfonsa Rosa Maria Morini, per tutti Alfonsina Strada: la prima, e unica, ad aver preso parte a un Giro d'Italia maschile.
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IL "DIAVOLO IN SOTTANA"
Alfonsina è la seconda di dieci figli. Nasce il 16 marzo 1891 in una famiglia di braccianti poveri e analfabeti a Riolo di Castelfranco Emilia, tra Modena e Bologna. Per questi bambini il destino è segnato, devono crescere in fretta e dimenticare i giochi. Le loro braccia servono nei campi o nei lavori casalinghi. Con un po' di fortuna, si riesce a frequentare un minimo di scuola. La vita di Alfonsina cambia nel 1901, quando il padre riceve da un medico di Castenaso (dove la famiglia è andata a vivere) una bicicletta in cambio dei lavori svolti. Una bicicletta subito proprietà della bambina, che aiuta la madre in casa, la sera fa i compiti e, intanto, impara a pedalare, portando il cibo al padre impegnato nelle campagne. Vive in simbiosi con le due ruote, quando sfreccia per le strade del paese diventa il "diavolo in sottana" per velocità e incoscienza. Viene a sapere che c'è chi corre per soldi e la domenica inizia a fingere di andare a messa: si iscrive invece alle gare della zona, lei contro i maschi, spesso battuti. Una attività che la famiglia non apprezza, mamma Virginia pensa che la bici sia in contrasto con i costumi morigerati imposti nell'Italia umbertina. Alfonsina è posta di fronte alla scelta: vuole andare in bici? Lo faccia lontano da casa. Lei prende la famiglia in parola e saluta.
IL DEBUTTO AL GIRO DI LOMBARDIA
Nel 1907 sale sul treno che porta a Torino, capitale dello sport sulle due ruote in Italia. Vola sui tracciati di piazza d'Armi e del parco del Valentino, si guadagna il titolo di miglior ciclista italiana quando batte Giuseppina Carignano, star dell'epoca. È brava anche in pista. Nel 1909 va in Russia al Grand Prix di San Pietroburgo, nella spedizione guidata da Carlo Messori, una figura che tornerà nella sua vita: riceve la medaglia dallo zar Nicola II. Nel 1911 è di nuovo in Piemonte a Moncalieri, dove fissa in 37,192 km il primato dell'ora. Ottiene un premio di 15 lire, decide di trasferirsi a Milano dove incontra Luigi Strada, un cesellatore che diventa suo allenatore-tifoso, di tre anni più anziano. Il 24 ottobre 1915 si sposano e il naturale regalo di nozze è una bicicletta da corsa. Alfonsina è nel pieno della maturità agonistica, sente di essere pronta per una nuova sfida: il confronto vero con gli uomini, non come nelle corse domenicali in Emilia Romagna. Prima va in trasferta in Francia, per esibirsi nei velodromi parigini, e nel 1917 si presenta alla Gazzetta dello Sport per iscriversi al Giro di Lombardia: è una dilettante di seconda categoria, il regolamento glielo permette. Si corre il 2 novembre, l'Italia è impegnata nella Prima guerra mondiale. Soprattutto si interroga sul futuro, da pochi giorni c'è stata la disfatta di Caporetto. Il percorso è lungo 204 chilometri: partono in settantasei, lei è il numero 74. Ci sono campioni come Costante Girardengo e Gaetano Belloni, il favorito è il francese Henri Pélissier, beffato sul traguardo dal belga Philippe Thys: tutti la accettano senza pregiudizi. Si ritirano in venti su una quarantina di partecipanti. Alfonsina non molla e chiude ultima, con un'ora e mezza di ritardo. Nel 1918 ci riprova: vince Belloni, lei taglia il traguardo appena 23 minuti dopo. E non è ultima, perché batte in volata Carlo Colombo.
SULLE STRADE D'ITALIA
Negli anni successivi deve fronteggiare la salute mentale del marito, dal 1924, rinchiuso nel manicomio di San Colombano al Lambro. Lavora come sarta, guadagna 6 lire al giorno, insufficienti per tirare avanti. Ha un'idea folle, prendere parte alla gara a tappe più popolare: il Giro d'Italia. L'edizione del 1924 nasce tra le polemiche, mancano le squadre migliori perché gli organizzatori hanno rifiutato di aprire una trattativa sui compensi. Tra gli iscritti compare “Alfonsin Strada di Milano”: non è un errore di battuta, ma uno stratagemma per entrare nel gruppo. E, da parte della Gazzetta dello Sport, per accendere l'attenzione sulla corsa. Partenza e arrivo a Milano, dal 10 maggio all’1 giugno: 3.613 chilometri e dodici tappe massacranti su strade per numerosi tratti non asfaltate (la più lunga è la Bologna-Fiume di addirittura 415 chilometri). Divisa nera, maglia numero 72, Alfonsina è la più ricercata dai tifosi. Diventa la "Regina del Giro". Riceve fiori, complimenti e denaro: a L'Aquila le consegnano 500 lire raccolte dai lettori del giornale. Lei non molla mai, soprattutto nella tappa che porta a Perugia, flagellata dal maltempo. Cade, fora e rompe il manubrio, sostituendolo con un manico di scopa datole da una contadina. Giunge fuori tempo massimo, dovrebbe essere esclusa. Ma la sua popolarità e determinazione sono tali che le viene concesso di proseguire fuori classifica. Emilio Colombo, direttore della Gazzetta e del Giro, le paga alloggio e massaggiatore fino a Milano. È tra i trenta che tagliano il traguardo, prima e ultima volta di una donna al Giro.
PASSIONE FINO ALLA MORTE
Negli anni successivi vorrebbe di nuovo iscriversi, ma la richiesta viene respinta. Alfonsina sceglie altre gare per l'Europa: ne vince trentasei (sempre contro uomini), nel 1938 stabilisce un altro record dell'ora a Longchamp, in Francia. Lo fissa a 35,28 km, quando ha 47 anni. Nel 1950 rimane vedova e il 9 dicembre si sposa con Messori, l'uomo che l'aveva portata giovanissima a San Pietroburgo. Aprono un negozio-officina di biciclette a Milano, punto di riferimento per amici di un tempo come Girardengo e dove sono presenza fissa grandi dell'epoca come Fausto Coppi, Gino Bartali e Fiorenzo Magni. Muore d'infarto il 13 settembre 1959, a 68 anni. La passione per il ciclismo l'aveva portata alla partenza di una classica, la Tre Valli Varesine. Rientra in serata, si ferma a parlare con la portinaia. Il cuore la tradisce mentre sta cercando di mettere in moto la sua Guzzi 500 rossa. Inutile la corsa in auto all’ospedale: unica anche nell'addio.
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