Spiegare a Katy Perry (e al resto della crew spaziale) il legame tra crisi ambientale e genere
E allora, se la pubblicità della libertà di "alcune" viene esercitata a scapito delle condizioni di vita di miliardi di altre non è emancipazione: è colonizzazione simbolica.
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Molte persone sono rimaste perplesse dalle polemiche attorno al viaggio "spaziale" di undici minuti dI Katy Perry ma solo perché non è forse chiarissimo come la questione ambientale incide sulle questioni di genere e come il viaggio spaziale abbia inciso sulla crisi climatica. Quindi, il viaggio spaziale ha inciso (male) sulla questione di genere.
Qualche settimana fa, sei donne, tra cui la cantante Katy Perry, hanno intrapreso un volo suborbitale con Blue Origin, la compagnia spaziale di Jeff Bezos. L’iniziativa è stata presentata al pubblico come un “trionfo del femminismo”, una celebrazione dell’emancipazione femminile proiettata oltre l’atmosfera terrestre. Ma basta grattare la superficie di questo racconto scintillante per rivelarne le contraddizioni più profonde: non si è trattato di un atto liberatorio, ma dell’ennesimo esercizio di potere e consumo mascherato da progresso.
il viaggio "delle ricche" che ha minacciato tutte noi
Secondo le stime riportate da Scientific American e The Guardian, ogni volo suborbitale di Blue Origin produce circa 75 tonnellate di CO₂ – l’equivalente delle emissioni annue di dieci persone in media. A questo si aggiunge l’emissione di particolato metallico nella stratosfera, un tipo di inquinamento ancora scarsamente regolato, ma potenzialmente devastante per l’equilibrio climatico globale. Celebrarlo come un simbolo di uguaglianza è, nella migliore delle ipotesi, un fraintendimento.
Nella peggiore, è un’operazione di marketing che svuota il femminismo dei suoi principi, riducendolo a un gadget per le élite. Perché se la libertà di alcune viene esercitata a scapito delle condizioni di vita di miliardi di altre – soprattutto donne e soggettività marginalizzate – non è emancipazione: è colonizzazione simbolica.
La crisi climatica e ambientale è una questione di genere
Nella foto di copertina vediamo Francisca Chagas dos Santos, una donna come tante, che si riposa dalle attività di pulizia della casa del proprio figlio. Pulizie che può fare, paradossalmente, solo durante le alluvioni. Si trova nell’Amazzonia brasiliana e, come lei, migliaia di persone hanno usato l'acqua sporca del fiume esondato per pulire le proprie case perché quell'acqua sporca, del fiume, è l'unica che hanno. Era il 2015.
Il cambiamento climatico non è solo una crisi ambientale: è una crisi profondamente politica. E colpisce in modo sproporzionato le donne, le popolazioni indigene, le comunità razzializzate e quelle a basso reddito. Secondo UN Women, circa l’80 per cento delle persone sfollate a causa di eventi climatici estremi sono donne e ragazze. L’ONU ha sottolineato come le donne nei Paesi più fragili siano più esposte agli effetti del degrado ambientale, poiché responsabili della raccolta dell’acqua, della produzione alimentare e della cura della famiglia: attività tutte colpite dalla scarsità di risorse e dalla devastazione ecologica.
Le comunità a basso reddito e le minoranze etniche affrontano impatti climatici più severi. Negli Stati Uniti le comunità nere e ispaniche hanno sperimentato interruzioni di corrente più lunghe durante eventi climatici estremi come l'uragano Ida, evidenziando disuguaglianze nell'accesso alle infrastrutture energetiche. In Europa, le ondate di calore colpiscono più duramente le popolazioni povere, che spesso vivono in abitazioni sovraffollate e senza accesso a sistemi di raffreddamento adeguati. Uno studio in Spagna ha rilevato che i quartieri a basso reddito subiscono tassi di mortalità più elevati durante le ondate di calore.
Questi non sono effetti collaterali: sono sintomi strutturali di un sistema economico e politico che accumula ricchezza e privilegio da un lato, e distribuisce precarietà e disastri ambientali dall’altro. La crisi climatica è il prodotto diretto del capitalismo fossile, della logica estrattiva, della disuguaglianza sistemica. Ed è proprio all’intersezione tra ambiente, genere e giustizia sociale che si gioca oggi la battaglia politica più urgente.
il femminismo è per forza (almeno un po') ambientalista
Eppure, le donne – in particolare le donne indigene e del Sud globale – non sono solo vittime. Sono protagoniste attive nella resistenza e nella proposta. Sono loro a guidare movimenti per la difesa della terra e dell’acqua, a promuovere modelli alternativi di economia circolare e comunitaria, a costruire alleanze transnazionali per una transizione ecologica realmente inclusiva. Per questo femminismo e ambientalismo non possono essere trattati come battaglie parallele. Sono profondamente intrecciati.
Un femminismo che ignora la crisi climatica non è solo miope; non è femminismo. Un ambientalismo che ignora le disuguaglianze di genere non è solo incompleto, ma strutturalmente deviato. Il volo di undici minuti nell'orbita di Katy Perry e compagne rappresenta, nel migliore dei casi, un gesto simbolico vuoto; nel peggiore, un insulto per tutte quelle donne che, mentre qualcuna gioca alla pioniera spaziale, camminano chilometri per trovare acqua potabile, resistono a progetti di estrazione mineraria, lottano per la sopravvivenza delle loro comunità. La libertà, oggi, non si può ancora misurare in chilometri di volo sopra la terra. Si misura nella capacità di trasformare radicalmente il sistema che costringe la maggioranza di noi a vivere sotto la soglia della dignità. Ed è su questa terra, per questa terra, per tutte che la battaglia per la giustizia deve essere combattuta.
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