Sai dove puoi mettere i fiori? Come stanno le donne in Italia: i dati aggiornati all'8 marzo 2025
Perché se questa è parità siamo messe molto, molto male.
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Sì, ogni anno gli stessi discorsi: ogni anno l'8 marzo viene confuso con una "festa" ma dovrebbe essere la celebrazione dei traguardi raggiunti, qualora ve ne fossero di nuovi. Nella realtà, quella vissuta da milioni di donne in Italia, la strada verso la parità è ancora lunga. Troppo lunga.
Ogni anno, l’8 marzo porta con sé fiori, slogan e negazioniste della (vera) condizione femminile. Ma dietro le mimose, i cioccolatini, gli aperitivi "tutte femmine", la realtà delle donne in Italia (e nel mondo) ha una trama ben diversa: una di violenza ancora dilagante, di stipendi più bassi e di opportunità negate. La Giornata Internazionale della Donna non è mai stata una "festa", ma un momento di celebrazione dei risultati politici, economici, sociali e culturali ottenuti. Non fosse che, davanti a una situazione immobile nella sua criticità, occorre ancora chiamare l'8 marzo "giornata della presa di coscienza", meglio se collettiva, su ciò che ancora manca.
La violenza di genere: numeri che parlano da soli
Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno, nel triennio 2021-2023, il 91 per cento delle vittime di violenza sessuale in Italia sono donne. Il 75 per cento delle vittime di atti persecutori e oltre l’80 per cento di quelle di maltrattamenti in famiglia appartengono al genere femminile. Numeri impietosi che smentiscono chi ancora si ostina a negare l’emergenza della violenza di genere, chi si ostina a credere nella bugia che "la parità è stata raggiunta" perché qualche donna che conoscono ha una posizione di potere in qualche azienda o non ha un marito che la opprime. Il problema dell'oppressione non è infatti episodico, ma strutturale: riguarda la cultura, l’educazione, il sistema giudiziario e la politica.
La violenza sulle donne non è un’ombra isolata che oscura le giornate di poche, ma una piaga radicata che richiede un’azione sistemica. E il cambiamento culturale che occorre è profondo, deve partire dalla scuola e deve estendersi al mondo del lavoro e soprattutto alle istituzioni.
Lavoro e gender pay gap: l’altra faccia della disuguaglianza
Direttamente correlato al sistema di violenza culturale, psicologica, fisica e sessuale c'è la violenza economica. Secondo gli ultimi dati INPS, le donne in Italia guadagnano il 20 per cento in meno degli uomini a parità di ruolo e competenze. Un dato che ci colloca tra i peggiori Paesi in Europa per equità salariale. Ancora oggi, la presenza femminile nei ruoli dirigenziali e decisionali è una rarità e il mercato del lavoro continua a penalizzare chi decide di avere figli, relegando la maternità a un ostacolo invece che a una risorsa.
Ma il vero paradosso è che la disparità non si manifesta solo nei numeri. Le donne sono spesso costrette ad affrontare ostacoli invisibili: dalla mancanza di welfare adeguato alla cultura aziendale ancora profondamente patriarcale. Il risultato? Carriere interrotte, scelte obbligate e, spesso, rinunce definitive.
Il Social Gender Norms Index delle Nazioni Unite racconta gli stereotipi di genere come profondamente radicati non solo in Italia, ma nel mondo. Non che questo ci svincoli da una doverosa riflessione. Viviamo in un mondo che per metà crede che gli uomini siano "più capaci" nel lavoro rispetto alle donne (il 46% della popolazione mondiale lo pensa). In Italia questo stereotipo è aggravato dall'assenza di servizi alla cittadinanza adeguati, un tema di cui abbiamo parlato spessissimo perché riflette con precisione l'idea di "donna" che abbiamo: una creatura mitologica che non ha bisogno di aiuti strutturali, perché riuscirà in qualche modo a conciliare i suoi desideri di indipendenza con il suo "naturale" ruolo di caregiver, madre, cuoca, domestica. Ma non è vero: le politiche di sostegno alle famiglie e, in particolare, politiche che liberino le madri, devono essere ancora costruite.
Dalla tecnologia alla politica: l’esclusione silenziosa
Il problema si amplifica nei settori ad alto valore aggiunto. Nel mondo della tecnologia, solo il 16 per cento dei lavoratori nel settore ICT sono donne, e il loro stipendio è in media inferiore del 16 per cento rispetto a quello degli uomini. Questo significa non solo meno opportunità per le donne, ma anche un’innovazione monca, priva di una visione a tutto tondo ma, ancora, ancorata a una prospettiva maschile.
Anche in politica la situazione è lontana dall’essere equa. Avere una donna premier infatti non ha significato assolutamente nulla sul piano culturale: è vero, le bambine e i bambini di oggi stanno crescendo normalizzando l'idea che a presidere il Consiglio dei Ministri ci sia una donna, ma è una donna che ha nominato quasi solo uomini nei suoi Ministeri. E in un sistema che fatica a riconoscere il valore del genere femminile, non serviva di certo una Premier che relega le donne ancora posizioni secondarie o a ruoli marginali.
Oltre la retorica, oltre gli equivoci
Ciascuna deve sentirsi libera di vivere la giornata dell’8 marzo come meglio crede, incluso un approccio celebrativo e festaiolo, ovvio. Ma se le celebrazioni e i festeggiamenti partissero comunque da un momento di bilancio e presa di coscienza? La lotta per la parità di genere deve necessariamente essere intersezionale. Non si può parlare di conquiste delle donne senza includere le esperienze di tutte le donne, da quelle che abitano tutti i ceti sociali alle identità trans e non binarie. L'esclusione sistemica dal dibattito pubblico, dal sistema sanitario, dal mercato del lavoro e a volte dalle stesse politiche di inclusione di alcune specifiche persone, genera l'invisibilità. E l'invisibilità genera a sua volta uno degli equivoci più grossi: poche donne al potere, poche donne economicamente indipendenti, poche donne non sottomesse da un marito/partner padrone, poche donne libere di scegliere, non sono tutte le donne.
La strada per l'uguaglianza è lunga. E la mentalità compiacente che si accontenta del progresso di poche senza vedere il disastro che vivono molte altre la rende ancora più lunga. Troppe donne privilegiate non si rendono conto della loro posizione di privilegio, si dichiarano soddisfatte, negando perfino l'evidenza dei dati. Mentre il mercato del lavoro, la politica e la società continuano a penalizzare percentuali di donne immense, con una pervicacia insostenibile sia culturalmente che economicamente. L’uguaglianza vera non si misura su chi ce l’ha fatta, ma su chi continua a rimanere esclusa.
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