Perché pregare contro l'aborto davanti agli ospedali è una forma di violenza
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Dal 27 settembre fino al 5 novembre, hanno sostato davanti all’ingresso del Policlinico di Modena per 40 giorni, dalle 7 di mattina alle 19 di sera, dandosi il cambio per far sì che in media ci fossero sempre una quindicina di persone. Per tutto quel tempo hanno pregato, affinché le donne che entravano nella struttura ospedaliera per praticare l’interruzione volontaria di gravidanza (Igv) cambiassero idea. Nella città emiliana, la Comunità Papa Giovanni XXIII (APG23) ha partecipato alla maratona “40 giorni per la vita” promossa dall’associazione Pro Vita & Famiglia, una campagna internazionale che punta a porre fine all’aborto attraverso la preghiera e il digiuno, ponendosi davanti agli ospedali e alle cliniche che la praticano per “sensibilizzare” la società.
“Apparentemente la loro preghiera composta e civile è innocua, ma più volte negli anni ci sono arrivate segnalazioni anonime di donne (che potevano essere pazienti, famigliari o medici) che ci hanno raccontato di essere state fermate da alcuni membri e incalzate sul tema dell’aborto”, commenta su fem Serena Ballista, presidente di Unione donne in Italia (Udi) di Modena.
L'associazione femminista, insieme a tante altre, ha infatti chiesto alle autorità competenti che ciò non succeda più: "Nella visione più positiva, e cioè che non abbiano fermato nessun ragazza che volesse abortire per convincerla a desistere, la loro stessa presenza è una violenza e sarebbe più lecito, in linea con la legge 194, che questo tipo di manifestazioni fossero concesse in piazza e non davanti luoghi sensibili come gli ospedali", sottolinea Ballista.
Preghiera o violenza?
Al di là della maratona dei 40 anni giorni, la pratica di pregare davanti all'ingresso della struttura ospedaliera non è una novità per la città di Modena: da anni infatti, come riporta la presidente di Udi della città, l'associazione antiabortista si ritrova a sostare e pregare davanti all'ospedale circa una volta alla settimana - "casualmente il giorno in cui si pratica l'Igv", commenta Ballista -, mostrando crocifissi di legno alti più di un metro e manifesti più o meno espliciti in cui c'è scritto, ad esempio, “Fermate le mani assassine dei medici” o riportanti l'immagine della Madonna.
L’intento di queste preghiere, però, non è indolore. L'obiettivo, come sottolinea Ballista, è quello di offrire soluzioni alternative all’aborto e, di conseguenza, far desistere le ragazze e le donne che vogliono effettuarlo, facendo leva sulla fede o sul senso di colpa: “Per noi dietro questa preghiera si nasconde quella che è una vera e propria violenza feroce contro le donne che accedono alla struttura per interrompere una gravidanza, che le fa sentire giudicate sulla base di una scelta che spetta solo a loro e a nessun altro”.
Ma non solo: anche nella migliore delle ipotesi, in cui queste persone pro vita non avvicinano le donne che accedono alla struttura, "la loro presenza è già una forma di dissuasione intimidatoria. Perché, stando lì davanti, anche in silenzio, applicano una forma di manipolazione psicologica e fanno leva su un momento della vita di queste donne che è vulnerabile e difficile e di certo non si affronta con allegria e spensieratezza. Questo atteggiamento, secondo noi, è una pratica di dissuasione e la dissuasione non è prevista nella legge 194".
Ma è legale?
“Se per pregare una tantum non c’è bisogno di nessun consenso, l’importante è non disturbare la quiete pubblica, per le maratone dei 40 giorni i manifestanti antiabortisti hanno fatto avviso di pubblica manifestazione e le autorità competenti hanno ritenuto che non ci fosse un tema di sicurezza pubblica", racconta Ballista. Per questo le associazioni si sono rivolte alle autorità competenti, anche alla luce dei recenti casi di cronaca, per capire e valutare insieme se è più necessario tutelare le donne, evitando che anche in questo caso siano vittime di violenza altrui, oppure se sia più importante permettere la libertà di culto e preghiera. Ma, soprattutto, per quanto ancora le donne dovranno sopportare la presunzione altrui di decidere per loro?
Non si tratta comunque di un problema solo di Modena o dell'Italia. Diverse città del nostro Paese si sono trovate in una situazione simile, ponendosi le stesse domande, dal momento che non esiste una direttiva nazionale a riguardo. Nel Regno Unito, per esempio, si è scelto di difendere le donne, cercando di porre un freno a questo tipo di preghiere, ma al momento non sta avendo molto successo: molte donne hanno denunciato di essere ancora molestate nonostante il Parlamento abbia votato un anno fa una legge che istituisce delle "zone di accesso sicure" alle cliniche che praticano l'aborto, vietando così ai manifestanti anti-aborto di recitare preghiere, mostrare cartelli, leggere brani della Bibbia o tentare in altro modo di dissuadere le donne dall'avere aborti entro 150 metri dall'ingresso.
Non basta fare le leggi, devono anche essere rispettate
In Italia abbiamo un problema di accesso all'Ivg, nonostante l’aborto sia legale dal 1978, previsto dalla legge 194. Questo perché il giudizio di chi non condivide la scelta di abortire spesso determina l'esecuzione o meno di questo diritto che è quindi garantito solo sulla carta, ma nella pratica no: i medici obiettori di coscienza in alcuni ospedali sono predominanti, costringendo così le donne a spostarsi in un’altra struttura o addirittura in un’altra regione per ottenere un trattamento che secondo la legge, dovrebbe essere sempre garantito.
Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) relativi al 2021, nel nostro Paese il 63,4% dei ginecologi, il 40,5% degli anestesisti e il 32,8% del personale non medico sono obiettori di coscienza. Questi dati poi variano di regione in regione e non tutte le strutture con reparto di ostetricia e/o ginecologia effettuano l’Igv: solo il 59,6% delle strutture italiane (cioè 335 su 560) ha praticato l'Ivg. In media, risultano disponibili 2,8 punti Ivg ogni 100mila donne in età fertile. Di conseguenza, nel 2021 in Italia ci sono stati 63.653 aborti, pari a un tasso di abortività di 5,3 Ivg ogni mille donne tra i 15 e i 49 anni, uno tra i più bassi a livello globale.
La violenza sta (anche) nelle piccole cose
La violenza di genere ha diverse forme, ma ancora oggi molte non vengono riconosciute. "Come si fa fatica a comprendere che la violenza non è un fulmine a ciel sereno e il femminicidio è un continuo di atti misogini: prima bisogna essere in grado di notare tutte le azioni che sminuiscono o discriminano quotidianamente la donna. Quello che si deve fare ora è avere lo sguardo lungo e non minimizzare atti di questo tipo", conclude Ballista.
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