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Dare un nome alle cose è il primo passo per ridurre i tabù

Jim Hutton e Freddie Mercury 

Chiamare con il loro nome disturbi alimentari, parlare apertamente di salute mentale ma anche di mestruazioni, orientamenti sessuali, disabilità: rispetto alla lotta ai tabù convenzionali come società abbiamo fatto passi da gigante nell'ultimo decennio, ma la strada ancora è lunga e, ovviamente, passa anche e soprattutto dalle parole.

La riflessione può partire dalla proposta della Lega di multare con 5mila euro chi usa il femminile per parlare di professioniste donne. Chiedere alle persone di non pronunciare la parola "avvocata" o "magistrata", uscendo dalla propaganda, non serve a tutelare la lingua italiana (che prevede eccome la declinazione al femminile delle professioni) ma può servire ad aprire una conversazione sull'importanza di chiamare le cose con il loro nome. Dignità, legittimità, esistenza: le cose esistono e diventano legittime quando si inizia a nominarle. E allora è importante per molte ragioni ma principalmente per due: parlare di un argomento ad alta voce e in pubblico serve a scrollare via lo stigma che circonda quell'argomento e ad abbattere la sensazione di solitudine provata dalle persone direttamente coinvolte nell'argomento. Ma, ed è più importante, serve ad alimentare consapevolezza rispetto ai diritti sociali e civili. Quindi alla costruzione di una società realmente equa.

Salpingectomia: lo stigma contro le donne che si operano per non avere figli

coming out e mestruazioni: l'importanza della conversazione pubblica contro i tabù

Per esempio: in Italia il primo coming out di una celebrità che si è dichiarata pubblicamente gay è stato quello di Ricky Martin ed è successo “solo” nel 2010. Prima non esistevano ragazzi e uomini gay? È vero, come dicono alcune persone, che “prima non erano così tanti”? Chiaramente il numero di ragazzi e uomini gay non è aumentato nel tempo ma a partire dal 2010 sono stati molti di più quelli che si sono sentiti liberi di fare coming out vedendo che lo stigma veniva leggermente, inizialmente, scalfito da una nuova narrazione.

Ancora: siamo nel pieno dello stigma mestruale. Le persone, in generale, anche oggi si imbarazzano quando vedono le ragazze passarsi un tampax in pubblico o pronunciare la parola mestruazioni. Il che, come abbiamo abbondantemente spiegato qui, è un freno letale per l'emancipazione, per la questione ambientale e perfino per le economie dei Paesi. E parte anche, soprattutto dal linguaggio. La prima volta che in televisione è stata pronunciata la parola “mestruazioni”, nel mondo, è stato nel 1985: era lo spot dei tampax con protagonista l'attrice di Friends, Courtney Cox, che ha detto ad alta voce “period” (in inglese appunto “mestruazioni”). Lo stesso spot, lo stesso anno, è uscito in Italia con una versione edulcorata che non prevedeva la pronuncia della parola proibita. Sappiamo dal report sulla giustizia mestruale che bisogna aspettare il 2017 affinché la campagna “Blood Normal” arrivi anche in Italia e si assista quindi alla prima pubblicità che rappresenta realisticamente il sangue mestruale: rosso e non più blu o azzurro. Nel 2020, la cantante Emma Marrone è la protagonista di uno spot sulle mestruazioni, dove guida una marcia femminile (in cui compaiono anche donne nere) contro gli stereotipi di genere. Infine, nel 2024 esce la pubblicità “Ma davvero stiamo parlando di mestruazioni?”, che vuole promuovere un discorso aperto, cominciando dal chiamarle con il proprio nome.

lo stigma per eccellenza: hiv, aids e salute mentale

C'è anche la questione dell'Hiv e dell'Aids, che rappresentazioni scioccanti, ipocrite e stigmatizzanti hanno, per decenni, convinto la popolazione mondiale fossero la stessa cosa (invece sono cose diverse) ma non solo: molte persone sono state convinte che fosse la “malattia dei gay” quando invece sappiamo dai dati che il contagio tra le persone eterosessuali è pari alla stessa percentuale e, soprattutto, hanno alimentato la paura e il silenzio. Paura e silenzio hanno a loro volta inevitabilmente portato a un aumento dei contagi invece che a una consapevolezza del reale rischio di contrarre l'Hiv – con cui si riesce a vivere relativamente bene, se si diagnostica in tempo e non si tramuta in Aids.

Ma c'è anche la questione della salute mentale o quella dei disturbi del comportamento alimentare: cose che ancora solo alcune persone, di alcune generazioni, hanno imparato a nominare e affrontare ma che nell'immaginario comune, soprattutto diffuso tra le generazioni X o Boomer, restano ancora tabù di cui non si parla e che si finge di non vedere, soprattutto se riguardano persone vicine (figli o figlie). Ma ignorare disturbi del comportamento alimentare propri o di persone vicine per paura di ammettere il problema serve solo a condannare a problemi di salute più gravi chi ne soffre. E parlarne ad alta voce serve proprio affinché a queste persone arrivi un messaggio destigmatizzante, perché capiscano che quello che stanno attraversando non è un caso eccezionale di cui oltretutto vergognarsi.

Insomma: dare un nome alle cose serve a identificarle e identificarle è una pratica necessaria per la costruzione di una società equa e che non escluda. E ciò che diciamo e come lo diciamo riflette ciò che pensiamo. Il modo in cui parliamo di persone con problemi di salute mentale può combattere la discriminazione o può rafforzare stereotipi che hanno un impatto reale sulla vita delle persone, a maggior ragione se non si aprono conversazioni pubbliche. 

stigma: l'impatto del silenzio sulla vita delle persone

Cos'è lo stigma in generale nella nostra società? Adottando un approccio di definizione da dizionario, lo stigma è "un segno di disonore associato a una particolare circostanza, qualità o persona". Lo stigma solitamente si manifesta in tre forme: lo stigma pubblico consiste nella discriminazione e nella svalutazione da parte degli altri, può riferirsi a stereotipi verso le persone con determinate caratteristiche e influenza le prospettive di queste stesse persone sul lavoro, nelle relazioni sociali e perfino nel sistema pubblico di cure. E infatti esiste lo stigma sanitario: l'accesso ridotto alle cure e alle risorse a causa delle politiche pubbliche è influenzato dallo stigma sistemico. Lo stigma sistemico esiste quando quegli stereotipi di stigma pubblico si traducono in leggi e finanziamenti che sostengono o meno le organizzazioni che regolano o influenzano la società e il sistema sanitario. Mentre lo stigma pubblico colpisce individui o gruppi più piccoli, lo stigma sistemico colpisce grandi gruppi di persone.

Infine, lo stigma è anche interiorizzato: l'interiorizzazione degli stereotipi negativi colpisce l'autostima di una persona limitandone ambizioni, consapevolezza e di conseguenza l'esercizio dei propri diritti civili e sociali. 

scegliere di parlare ad alta voce delle cose

I social sono utili per moltissime cose, ovviamente (pensiamo all'accessibilità o alla possibilità di interazione tra persone lontane o il riconoscersi nelle diversità della globalizzazione). Ma in particolare i social offrono uno spazio immenso per le nuove narrazioni rispetto a moltissimi temi e per la diffusione di nuovi linguaggi non offensivi e non stereotipati. Per millenni le persone considerate differenti sono state escluse, torturate, sottoposte a trattamenti disumani e trattate come cavie da esperimento. Come società abbiamo fatto molta strada ma resistono, e non sono nemmeno troppo sottili, linee di stigma che vogliono ancora cancellare molte delle esperienze non conformi. È vero che non c'è più la caccia alle streghe, ma quante persone con disabilità vediamo condurre telegiornali o programmi in televisione? Nessuna. E basta questa informazione per mettere a fuoco quanto ancora nella nostra società si tenda a escludere, in virtù di miti discriminatori.

Quante volte si parla di mestruazioni pubblicamente usando il termine mestruazioni? Pochissime, per non dire esclusivamente chi milita. Quante volte si parla apertamente di pratiche e preferenze sessuali considerate non convenzionali? Quasi mai: pratiche come il bdsm o la non monogamia etica sono ancora avvolte nello stigma. Quando basterebbe dirsi "non sono monogamo, non sono monogama" ed evitare tristi e dolorosi tradimenti reciproci. Chiaro, chi è eticamente non monogamo non incorre in discriminazioni sul lavoro né corre il rischio di essere aggredito per la strada (come accade ancora alle persone lgbt) ma è utile a far capire quanto poco utili e molto nocivi siano i silenzi sulle esperienze.