La JOMO di sentirsi escluse (e di non guardare Sanremo)
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Invece di andare a un party, a una inaugurazione, a un aperitivo, i sostenitori della JOMO scelgono di restare sul divano di casa e guardare la loro serie preferita. Invece che guardare le serie che guardano tutti, il festival di Sanremo o correre al cinema per vedere il film del momento, i sostenitori della JOMO leggono un libro scritto duecento anni prima, fanno un bagno caldo o giocano a carte. Il tutto senza rimpianti: rifiutano solo l'idea che la vita sia appagante solo quando si sperimentano costantemente nuove cose, quando si è sempre presenti, quando si può intervenire nelle conversazioni del momento o della settimana, come nel caso di Sanremo.
Viviamo in un’epoca di innumerevoli e costanti novità. E queste novità, che ci interessino o meno, ci giungono costantemente a mezzo social, attraverso le notizie, se leggiamo gli approfondimenti o ascoltiamo i podcast. I sostenitori della JOMO, però, sono quelle persone che non si lasciano più stressare da questa gamma infinita di “opportunità” ma sperimentano la gioia di perdersi qualcosa (letteralmente JOMO è l'acronimo di joy of missing out, il contrario della FOMO, di cui parliamo qui). Insomma viene praticata da chi non cerca più di stare al passo con le "cose" ma cambia deliberatamente direzione per prestare attenzione a quello che veramente le / gli interessa.
dalla fomo alla jomo
Chi decide di praticare la JOMO crede nella qualità delle esperienze più che nella quantità e non lasciano più che le loro decisioni siano dettate dai trend del momento o dall'evento a cui non si può mancare. Si concentrano piuttosto sulle persone e sulle attività importanti per loro, secondo loro e loro soltanto. E ovviamente si prendono regolarmente del tempo per se stessi, anche non facendo nulla. La "gioia di perdersi qualcosa" (JOMO) è quindi l'antitesi della FOMO, il fenomeno per cui ci si sente in ansia o depresse a causa della mancata partecipazione a eventi oppure a occasioni in cui gli altri potrebbero divertirsi, imparare, avanzare di carriera, ottenere informazioni (anche su un film), non partecipare ai dibattiti social.
Il termine non è nuovo: è stato coniato nel 2012 dallo scrittore Anil Dash per indicare il piacere o il sollievo di perdersi ciò che fanno gli altri e, quindi, assaporare la contentezza di fare ciò che si vuole veramente fare.
Ma mentre la FOMO – la paura di perdere qualcosa – è un argomento onnipresente nei media mainstream ormai da anni, la JOMO è un fenomeno esplorato relativamente da poco. Almeno a livello mediatico tradizionale. Ma la JOMO è banalmente la risposta più logica alla FOMO e ovviamente Internet svolge un ruolo fondamentale. Abbiamo già parlato del bisogno di staccarsi dai social per evadere dal confronto costante tra la nostra vita e quella che pensiamo abbiano le persone che seguiamo su Instagram. Ecco: la pressione e lo stress della vita di ciascuno vengono esacerbati da Internet e dall'iperconnessione dovuta all'uso smoderato degli smartphone (non significa che le persone che praticano la gioia di perdersi qualcosa devono fare eremitaggio tecnologico). La JOMO riguarda piuttosto la ricerca dell'equilibrio e l'autodeterminazione rispetto a quanto tempo passiamo a osservare le vite degli altri
la gioia di perdersi qualcosa
Il bello della JOMO è che per applicarla non è necessario seguire un metodo speciale né fare qualcosa in particolare per provare la gioia di perdersi qualcosa. Secondo chi la pratica, la JOMO si lega alla chiarezza rispetto alle proprie priorità: più spesso ci si prende delle brevi pause per riflettere sulla propria vita, più si diventa consapevoli dei fattori disturbanti o benefici, della strada che si sta percorrendo, come e con chi.
Naturalmente alla base della JOMO c'è la capacità di dire di no. Ma è ovvio che quando le proprie priorità sono chiare è più facile dire "no" a inviti e richieste. In sostanza la JOMO arriva automaticamente quando si abbraccia il momento presente. E non è sempre facile ma in una cultura che ci promette – mentendo - che il cielo è l'unico limite, il desiderio di riprendere possesso di sé potrebbe essere la chiave della felicità. Che poi in fin dei conti significa ascoltarsi e seguire i propri desideri.
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