Se Dio è amore allora Dio è cura: il femminismo che farebbe bene al Papa (e al Pianeta e ai popoli)
Dalla liberazione dei confini (e dei corpi), al potere predatorio di uomini e Paesi fino alla fine del silenzio che avvolge la questione più dolorosa e urgente: ecco cosa scriveremmo su una ipotetica guida da spedire al prossimo Papa, sperando che diventi almeno un po' femminista.
Il femminismo non è guerra, ma cura. E non è ideologia identitaria, ma pratiche di giustizia mirate alla liberazione dei corpi dalle oppressioni. Ora, se veramente Dio è amore e l’amore è cura, liberazione, ascolto, giustizia, allora quel Dio non può che essere femminista. Abbiamo immaginato di scrivere una guida pratica a un papato femminista da inviare direttamente in Vaticano, così che al termine del conclave il neo eletto possa metterne in pratica i punti (non sarebbe certamente il primo uomo a farlo).
E tra incenso, marmi e preparativi per le celebrazionI post elezione, questo piccolo manuale di cura potrebbe essere un sentiero reale per rompere l'antico patto tra Chiesa e patriarcato.
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la posizione delle suore: da serve a pari
La vita delle suore, sopratutto quelle che vivono in Vaticano, non è facile come quella dei loro "colleghi" uomini. Un Papa che abbraccia la filosofia femminista si porrebbe il problema e penserebbe a come trasformare le suore da forza lavoro silenziosa e spesso invisibile a protagoniste attive della vita ecclesiale. Non più ancelle spirituali relegate a ruoli servili, ma teologhe, predicatrici, donne a cui è concesso aspirare a una crescita e non costrette a subire la segregazione. Un papato femminista riconoscerebbe il valore intellettuale, politico e pastorale delle religiose, garantendo loro accesso a incarichi direttivi, diritto di voto nei Sinodi, autonomia economica e rappresentanza. La cultura dell'obbedienza e della “santa umiltà” attualmente usata per zittire le sorelle verrebbe smantellate in favore di una Chiesa paritaria, in cui la vocazione femminile non sia sinonimo di silenzio, esclusione e secondarietà, ma di potere trasformativo e pubblico.
Aborto e verginità: un cambio di passo per il bene di tutte
Forse cominceremmo proprio dai dogmi con i quali abbiamo imparato a convivere sin da piccole. Il primo che ci viene insegnato è proprio relativo alla verginità femminile come bene da custodire: secondo l'esempio di madonne, sante e martiri che sono tutte pure, tutte "intatte". Ma il mito della verginità è un costrutto sociale, uno dei primi che le bambine imparano a osservare in modo dogmatico e che è solo funzionale a controllare il corpo femminile, a inbirlo e a privarlo. Un papato femminista saprebbe che ostacolare la Scienza con una grammatica della spiritualità significa costruire spazi di ignoranza e sottomissione: una Chiesa femminista collaborerebbe con i consultori e le strutture sanitarie pubbliche mettendo a servizio delle persone più fragili l'immensa conoscenza che i suoi uomini e le sue donne acquisiscono in anni e anni di studio, non per fare proselitismo antiscientifico.
Rispetto all'aborto, la condanna sociale è la figlia diretta dell'idea di sacralità del ventre materno, cioè una delle eredità più tossiche della dottrina cattolica. Un papato femminista non è chiamato a "promuovere l'aborto", ma a comprenderlo limitando anzi ponendo fine alla propria sfera di ingerenza sui sistemi sanitari pubblici - soprattutto sul nostro, il più vicino - per riconoscere che l'accesso all'aborto sicuro è una questione di giustizia sociale, salute pubblica e dignità umana. Lì dove le donne ogni anno muoiono a causa di aborti praticati clandestinamente, la misericordia non è nel perdono concesso a posteriori alla fedele impaurita che si confessa tra lacrime e pentimento, ringraziando il cielo per essere rimasta viva, ma nella sospensione del giudizio.
il papato femminista e la liberazione dei corpi
La modestia come qualità femminile non esiste nel Nuovo Testamento: alcuni passi sottolineano l'importanza del rispettoso silenzio nel contesto pubblico ma altri celebrano il ruolo delle donne come testimoni e seguaci di Gesù al pari degli uomini. Allora la "modestia" come imprescindibile segno di virtù femminile è stata propagata direttamente dalle stanze dei Vescovi: un altro modo per controllare, inibire e ostacolare l'emancipazione e l'autodeterminazione delle donne. Oggi le donne non devono più coprirsi il capo in Chiesa in segno di modestia, ma un papato femminista potrebbe e dovrebbe cambiare paradigma rispetto alla cifra con cui a messa si parla di donne: piuttosto che imporre loro la modestia, nei confessionali e nelle omelie, potrebbe e dovrebbe incoraggiarle a perseguire la propria indole e la propria felicità. Sì, anche se significa divorziare.
La sottomissione femminile non sarebbe trattata come un sacramento: ancora oggi la Chiesa benedice e invoca un'idea di "famiglia a ogni costo" spingendo le persone sposate a resistere, sopportare, perdonare e quindi imponendo (gli uomini di fede, per i fedeli, sono la parola di Dio) di restare lì dove sono infelici, disumanizzate, abusate. Ma non vogliamo essere ipocrite: ad apprendere di doversi sottomettere sono soprattutto le fedeli donne, in una filosofia di abnegazione che si propaga anche tra le non credenti. Un papato femminista non parlerebbe di obbedienza come virtù femminile, non consentirebbe ai suoi uomini di convincere con ogni mezzo le donne a subire matrimoni violenti né solo quelli infelici. Riconoscebbe che l'amore cristiano non è dominio, ma mutualità e spezzerebbe le catene e le gerarchie, insegnando il rispetto. Soprattutto quello verso sé stesse e il concetto stesso di amore.
terra, risorse, corpi: le stesse logiche di sfruttamento
Accogliere i flussi migratori non basta, bisogna schierarsi. La Chiesa accoglie o si schiera? Un papato femminista alzerebbe la voce contro quei confini che definiscono gerarchie tra i popoli, che consentono a chi li amministra (criminali associati con i governi più corrotti) di abusare del proprio potere per schiavizzare e torturare chi sogna di attraversarli per abbandonare, con dolore, la propria terra depredata da Paesi stranieri. Un Papa femminista saprebbe che non prendere posizione al fianco del più debole significa schierarsi dalla parte dell'oppressore. E non si limiterebbe a invocare la Pace, userebbe il potere diplomatico dello Stato Vaticano per costruirla, quasi per imporla, non per mantenere relazioni utili alla conservazione di poteri terreni, mediando tra vittime e carnefici.
Un Papa femminista saprebbe che la solidarietà senza denuncia è solo carità sterile, che la pace è un atto politico e non solo una condizione spirituale di cui parlare e in cui sperare astrattamente all'Angelus della domenica.
La stessa logica di sfruttamento che opprime i corpi, opprime la terra: un papato femminista non può ignorare la questione ambientale, perché la logica che devasta il pianeta è la stessa che opprime i corpi. Oggi la Terra non è un bene da tutelare ma un magazzino da svuotare. Nessun rispetto per i cicli, nessun ascolto dei limiti, nessuna reciprocità: siamo i predatori più feroci, ciechi e irrispettosi di tutti, sfruttando nei modi più crudeli animali, risorse, persone. Un papato femminista non parla di “custodia del Creato” come se fosse un giardiniere con i guanti bianchi, ma riconosce che la crisi climatica è frutto di secoli di disuguaglianza e chiamerebbe la brutalità verso popoli, animali e Paesi con il suo nome. Serve una teologia della riparazione, non della redenzione. Dio, se davvero è amore, non abita nei paradisi fiscali né negli oleodotti ma nei villaggi sommersi, nei campi avvelenati, nei polmoni che non hanno aria, nello sfruttamento minorile, nella schiavitù moderna, nella tratta di persone e animali, nella devastazione ambientale.
la fine del silenzio sulla questione più urgente
Postilla: diamo per scontato che - femminista o più probabilmente no - il prossimo Papa solleverà più di quanto non abbiano fatto i suoi predecessori la questione degli abusi sui minori, sciogliendo i nodi che fino a oggi hanno impedito alle vittime di avere giustizia e rispondendo alle richieste di verità che giungono in Vaticano dai fedeli di tutto il mondo. Ecco perché non ha senso inserire il tema, dolorosissimo, tra i punti di una guida femminista. Infine, essere femministi e femministe non significa parlare di donne e questioni di genere. Significa stare dalla parte di chi viene marginalizzato, escluso, silenziato. Se Dio è amore, come si dice, allora è anche cura e liberazione. Ed è tempo di un Papa che scelga consapevolmente gli spazi in cui muoversi e dalla parte di chi schierarsi e, sopratutto, contro chi. E lo dica a gran voce.