Di sesso e libertà fittizi: il femminile in "Povere creature!"
(Attenzione: allerta spoiler)
Condividi su
Questa la domanda che mi ronza in testa da quando sono andata al cinema, trascinando colpevolmente con me anche i miei amici, a vedere l’ultimo film di Yorgos Lanthimos, presentato alla Biennale di Venezia 2023 e attualmente in lizza agli Oscar con ben 11 nomination (battuto in numero solo da Oppenheimer) e almeno la metà delle statuette dorate in consegna di diritto. Perché sì, “chi ne sa” ha già in mente chi potrebbe vincere quest’anno e Poor Things!, giustamente tradotto in italiano in Povere creature! si trova sicuramente in pole position. Seppur si dica che quanto più un film è divisivo tanto più il successo non gli è assicurato, ma la qualità certamente garantita, in questo caso tutti parlano di un capolavoro annunciato, del miglior film dell’anno, della pellicola di Lanthimos più travolgente mai scritta, il suo apice. Io, d’altra parte, l’ho odiato.
Cosa (non) mi è piaciuto di "Poor Things!"
Passino le scenografie in CGI al limite non solo del buon gusto ma anche dell’estetica funzionale al racconto, che purtroppo in questa pellicola mi hanno dato ben poco e hanno trasformato il piacere del gotico surreale timburtoniano in un’epoca vittoriana non ben definita, la cui particolarizzazione avrebbe meritato di rendere l’ambientazione più personaggio e meno scena, ma tant’è.
Passino certi dialoghi che sono certa saranno per alcuni “il giusto mix di idiozia e stupefacente” e che dovrebbero raccontare il contrasto tra l’umano e il non ancora tale (ossia: l’essere consapevolmente macchiati dalle brutture delle convenzioni sociali dell’alta società e il non averle ancora apprese) e che invece mi hanno semplicemente portato alla risata per sfinimento. Passino i primi piani e i dolorosissimi fish eye (a cui probabilmente Lanthimos vorrebbe dare il proprio nome, e che quindi chiameremo, d’ora in avanti, “yorgate”) che puntano tutto sulle espressioni facciali della protagonista mentre scopre nuove posizioni sessuali.
Passino. Quello che non passa, per me, è che il coming of age di una donna che deve scoprire sé stessa e il mondo e che in ultima istanza vuole conquistarlo, passi solo attraverso il piacere sessuale a momenti, il metodico meccanismo della penetrazione in altri.
Ma andiamo con ordine.
Di cosa parla "Povere creature!"
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Alsdain Gray, un autore scozzese che nel libro critica la morale vittoriana e dà alla storia un twist molto diverso da quello posto da Lanthimos, che ha preferito puntare tutto sul surrealismo magico di un tour decadente nei vizi, nelle abitudini e nei tratti che rispondono benissimo alla domanda “di cosa è fatto l’uomo?”.
Bella Baxter, la protagonista interpretata da Emma Stone, è una donna suicidatasi e il cui corpo, non ancora in rigor mortis, è stato ritrovato dallo scienziato Godwin Baxter (Willem Dafoe), un positivista figlio di un padre che ha fatto di lui il suo primo e ultimo esperimento, e che trova in quella donna una miniera d’oro: è incinta. Decide quindi, nel suo laboratorio in cui vivono cani con il corpo da pollo e strane pecore, di inserire il cervello del feto all’interno del cranio di Bella, per renderla un infante in un corpo adulto che cresce e ha brama di conoscenza.
Un corpo che vuole divorare e che per farlo passa attraverso la sperimentazione scientifica prima, il rapporto con l’altro poi (in primis, l’assistente di Godwin) e, successivamente, nelle mani sbagliate di un avvocato fanfarone (Mark Ruffalo) che non desidera altro che il corpo di Bella, soprattutto quando è ancora bambina nell’animo. La crescita le toglierà il linguaggio infantile e il fascino ai suoi occhi, costringendolo a ritrovarsi innamorato di una creatura algida che non è più interessata ai suoi “furiosi sobbalzi” e che sa esprimersi come una donna adulta (ma che sorpresa!).
I terribili uomini di Lanthimos
Perché è vero che, da un lato, Povere creature è una feroce e dissacrante critica agli uomini, praticamente in toto: Godwin rivela di essere un eunuco, che sembra essere l’unico motivo per cui non approfitta sessualmente di Bella. L’assistente si innamora di lei quando se ne deve prendere cura, nella sua fase più teneramente (e cinematograficamente ben gestita) infantile, il che aprirebbe a una serie di discussioni sul consenso e il male gaze che il film non ha ritenuto di dover affrontare. L’avvocato è un uomo banale e mediocre che al crescere della consapevolezza di Bella sul mondo retrocede quasi in parallelo, passando dall’essere un furbo Casanova a un bambinetto strillante “trooooooo*aaaaaaa” quanto più possibile. Gli uomini con cui fa sesso a Parigi non sono altro che i loro feticci, e l’ex marito è un violento possessivo. Tutti, a loro modo, vogliono imprigionarla, ma Bella riesce a farla franca sulle convenzioni sociali “dell’epoca”, e anche odierne, mostrando come la conoscenza, la lettura e la scoperta possano infine darle la libertà di essere chi e come vuole, intraprendendo alla fine anche il percorso universitario di medicina.
E fin qui, tutto bene. Capisco perché molti l’hanno paragonato a Barbie in termini di autodeterminazione della donna in un mondo di uomini ridicoli e perché si parla di Oscar a Ruffalo e Stone, che si sono divertiti a sguazzare in una sceneggiatura che, per un attore, deve essere un vero e proprio parco giochi.
Il problema, per me, è che manca tutto il resto.
Ma Bella Baxter, quindi, chi è?
Sì, c’è un momento in cui Bella va in visibilio e scopre il cibo (quando gusta i pastel de nata a Lisbona: dalle torto), un altro brevissimo istante in cui forse si rende conto di cos’è l’amicizia, una scena di empatia nell’Alessandria di Lanthimos davanti a dei bambini morti e così via. Ma non c’è mai, davvero, una scoperta che si basi su un errore. Ed è questo credo il difetto più fatale del film, perché se in ogni coming of age la o il protagonista passa attraverso un momento di rottura dovuto a un proprio errore, un motivo ci sarà pure.
Bella scopre il mondo leggendo e confrontandosi con il bieco della società, ma non sbaglia mai, non soffre mai per un suo errore. E sono d’accordo con l’avvocato quando parla di lei come se fosse un robot, perché in parte lo è. Ed essere “programmati” alle intuizioni e ai sentimenti, significa davvero autodeterminarsi o semplicemente essersi appoggiato a convenzioni nuove?
Il sesso è il pregio e il problema di questo film a causa dell’assenza di reali esperienze altre. E questo, per me, lo allontana di molto dall’essere un film femminista perché, tolto il pregio di una narrazione della sessualità femminile reale e non adornata di fiocchetti rosa, il fatto che questa sia così centrale è forse un gatto che si morde la cosa. Se tutto riconduce solamente a quello, come fa una persona a essere, sentirsi, completa?
Insomma: com’è possibile che una donna debba passare sempre e solo attraverso la metafora del sesso per autodeterminarsi?
Condividi su