Da Italia - Norvegia a una visione per demascolinizzare il calcio (no: "demascolinizzare" non è una parolaccia)
Qualcosa non va, vero?
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Quando la nazionale italiana femminile entra in campo, qualcosa nei cliché dell’identità sportiva comincia a sgretolarsi. Con le recenti vittorie – che hanno dominato i titoli di cronaca sportiva – le Azzurre non hanno lasciato spazio a dubbi: nessuno poteva ignorarle.
Hanno dimostrato, con forza e talento, che il calcio è spettacolo, precisione tattica e cuore sportivo anche quando a giocarlo sono ragazze. Ora tocca finire di demascolinizzarlo. Se il successo delle Azzurre è ormai riconosciuto, allora è il momento di costruire le strutture - culturali, sociali, psicologiche - che garantiscano pari opportunità a tutte le bambine.
Demascolinizzare il calcio: il futuro del gioco passa dalla parità
In un’epoca in cui lo sport si afferma come linguaggio universale, il calcio continua a essere, per molti, sinonimo di mascolinità. Una percezione radicata, come mostra anche il rapporto OutSport 2024: su una scala da 1 (molto femminile) a 5 (molto maschile), il calcio si colloca a 4,5, al pari del rugby e dei motorsport, i più connotati come “maschili”.
La danza, all’estremo opposto, è vista come sport “da femmine” con un punteggio medio di 1,8. La realtà del campo riflette questa percezione: predominanza maschile tra tesserati, allenatori, dirigenti e anche tra chi assiste alle partite.
Una tendenza che quindi ha radici culturali profonde. Da un lato, il calcio è lo sport più accessibile e diffuso al mondo; dall’altro, fino a pochi decenni fa, le donne sportive venivano etichettate come “antiestetiche” e scoraggiate dal praticare discipline ritenute troppo fisiche o aggressive.
Un’identità costruita sul genere “Il codice comportamentale dentro al calcio è legato a un certo tipo di maschilismo", afferma Rosario Coco, presidente di Gaynet e di coordinatore di Outsport ma anche autore del libro Storie Fuorigioco - al momento impegnato agli Eurogames di Lione. “Anche nei contesti più inclusivi, come nel calcio gay friendly, si notano differenze nel modo in cui i calciatori si relazionano con i corpi femminili. È qualcosa di introiettato e che va trattato sociologicamente".
come è avvenuta la "mascolinizzazione" del calcio (e degli sport in generale)
Alla base di questa mascolinizzazione c'è un intreccio di fattori: dalla storica esclusione delle bambine dallo sport, alla connotazione virile di movimenti come la corsa o il contatto fisico, fino alla rappresentazione simbolica del calcio come campo di prova della virilità.
Le cifre parlano: nonostante i buoni risultati della nazionale femminile, l’Italia conta circa 45.785 tesserate nel calcio (dato 2023-2024), meno della metà di Paesi come l’Inghilterra (oltre 100mila), la Francia (circa 167mila) o la Germania (oltre 187mila).
Il divario non è solo tecnico, ma culturale: più bambine iscritte significa più donne coinvolte, e quindi più possibilità di trasformare il calcio in uno sport davvero per tutte e tutti. La vera chiave, in tal senso, è la formazione: "Se vuoi più bambine nelle scuole calcio, devi intervenire prima: nella scuola e nella famiglia", insiste Coco.
“Con programmi di educazione alle differenze di genere, rispetto e cultura della diversità, si costruiscono ambienti in cui le famiglie si sentano sicure a iscrivere le figlie alla scuola calcio", va da sé che Ii problema, però, è che molti progetti educativi vengono bloccati sul nascere.
“Oggi qualunque proposta rischia lo stop da parte del ministero, dai movimenti pro vita o da genitori spaventati dalla leggenda della teoria gender, ma i bambini e le bambine fino a undici o dodici anni giocano a calcio insieme e senza problemi. È il mondo adulto a insegnare che bisogna separare i maschi dalle femmine".
sperimentare modelli nuovi: ragazzi e ragazze che giocano insieme
Un tempo nelle scuole c'erano le classi separate e così il calcio - tutto lo sport - è l'ultima bandiera di una cultura sorpassata. Un'idea per demascolinizzare il calcio potrebbe essere quella di "seperimentare modelli nuovi: competizioni miste e aperte: le competizioni miste (con quote per genere) o aperte (senza vincoli), permettono di prolungare le interazioni alla pari tra bambine e bambini anche dopo l’età in cui oggi vengono divisi. È una pratica che abbatte le barriere di genere e aiuta a normalizzare la coesistenza nello sport".
Ma deve esserci la volontà di farlo. Gli enti sportivi locali, le scuole, le federazioni potrebbero avviare percorsi sperimentali di questo tipo: non come eccezione, ma come parte della programmazione ordinaria, per formare nuove generazioni libere da quelle idee vetuste che condizionano anche il giro d'affari attorno al calcio. Nel calcio infatti esiste una notevole disparità di stipendio tra giocatori e giocatrici, con gli uomini che guadagnano - ovviamente - di più.
Questa differenza è evidente sia nei campionati professionistici che a livello internazionale. Le calciatrici della Serie A in Italia guadagnano in media 1.250 euro al mese, mentre un giocatore di Serie C, che è un campionato maschile di categoria inferiore, può guadagnare il doppio, circa 2.500 euro.
A livello globale, lo stipendio medio annuo per una calciatrice professionista è di circa 10.020 euro, mentre nei club di prima divisione la retribuzione può salire a 22.092 euro, ma in seconda divisione scende a 4.009 euro. I calciatori professionisti, soprattutto quelli che giocano nei campionati più importanti, possono guadagnare milioni di euro all'anno, con cifre che variano a seconda del club, del rendimento e della popolarità.
Il ruolo cruciale dei media: lo sport femminile è ancora tra le pagine di "costume"
Una rivoluzione culturale non passa solo dal campo: serve anche un cambiamento nel modo in cui lo sport viene raccontato. “I media, a partire dalla RAI, devono smetterla di trattare lo sport femminile come una parentesi frivola da inserire nelle pagine di Costume e Società" avverte Coco. "Ancora siamo capacit di scrivere titoli in cui quattro atlete vengono presentate come "moglie di", "sorella di" o perfino ‘l’amica di Diletta Leotta".
È il tutto viene esposto a lettori e lettrici in uno stile da cronaca rosa, che sminuisce, infantilizza e discrimina. "Occorre imparare a coprire lo sport femminile con lo stesso rigore, lo stesso linguaggio tecnico, la stessa attenzione con cui si racconta quello maschile. E soprattutto tra le pagine di Sport. Parlare di calcio femminile non deve più essere un gesto inclusivo: deve essere la normalità.
Demascolinizzare il calcio non è un’utopia, è una sfida concreta che coinvolge politica, scuola, federazioni, media e società civile. Servono incentivi, investimenti, percorsi educativi e narrazioni diverse. Ma soprattutto, serve il coraggio di smontare una cultura che per troppo tempo ha escluso metà della popolazione da uno dei linguaggi collettivi più potenti del nostro tempo. Come conclude Rosario Coco: “La scelta non è solo sportiva. È una scelta politica. E stiamo perdendo tutti tempo nel compierla".
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