Sara Gama, la donna che ha cambiato il calcio in Italia
Sara Gama è stata capitana della Nazionale e della Juventus, con cui ha vinto sei scudetti consecutivi. Il suo ruolo nell'Assocalciatori e in Federcalcio ha contribuito a introdurre il professionismo in Italia.Sara Gama è stata capitana della Nazionale e della Juventus, con cui ha vinto sei scudetti consecutivi. Il suo ruolo nell'Assocalciatori e in Federcalcio ha contribuito a introdurre il professionismo in Italia.
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Sabato 10 maggio 2025 è stato il giorno dell'omaggio a Sara Gama. Tempo di addii e, specialmente, tempo di bilanci del calcio femminile. Uno sport che, forse più di tutti, in Italia ha dovuto combattere con pregiudizi di genere e paragoni impropri con quello maschile. E dire che, a lungo, eravamo stati un modello di riferimento anche internazionale. Squadre di livello, giocatrici e risultati della Nazionale. Ancora nel 1997 era giunta seconda all'Europeo, battuta dalla Germania. L'ultimo acuto, poi l'eclissi nel Terzo millennio. Se altre nazioni ponevano il calcio come sport al centro degli interessi del mondo femminile, soprattutto aprendo la strada al professionismo, in Italia veniva visto come un passatempo per donne che avevano l'ambizione di fare concorrenza agli uomini.
LE SCELTE DELLA FIGC E DEI CLUB
Alcuni passaggi sono stati decisivi. Innanzitutto la presidenza federale del tanto contestato Carlo Tavecchio, protagonista di acrobatiche affermazioni omofobe, razziste e di genere ma un dirigente capace, allo stesso tempo, di individuare scelte buone e di prospettiva. Come quella di inserire i club professionistici maschili nel calcio femminile o di individuare, nel 2017, Milena Bertolini come ct della Nazionale. Poi la svolta convinta di alcune società storiche e non è un caso che la Juventus, nel 2017 con la nascita delle Women, abbia segnato un punto di non ritorno. Infine le atlete, che per anni sono scese in campo senza sentirsi calciatrici di Serie B. La loro bravura ha fatto riscoprire il calcio: nella Nazionale, giunta fino ai quarti al Mondiale 2019 con partite ospitate in diretta nella prima serata Rai, e nei club, in grado di competere con realtà di eccellenza come Lione, Barcellona, Chelsea. In questa traiettoria, il contributo di Sara Gama è stato decisivo. Non solo in campo: «C'è una differenza importante tra come ho trovato questo mondo e come lo lascio - ha raccontato nei giorni successivi al ritiro -. Credo di aver dato una spinta in più».
DAL BRESCIA ALLA JUVENTUS
Il suo è stato un tragitto lungo, reso più complicato per essere figlia di un matrimonio misto: papà congolese e mamma di Trieste, dove nasce il 27 marzo 1989. I primi passi nelle squadre giovanili, in cui bambini e bambine possono giocare assieme. Nel 2005 debutta giovanissima in Serie A, subito difensore centrale e subito leader. Lo fa a Tavagnacco fino al 2009, quindi al Chiasellis dove gioca poco per la rottura del crociato in Nazionale. Nel 2012 la prima svolta, con l'approdo a Brescia, una delle società leader. In una stagione convince il Paris Saint-Germain a ingaggiarla: un paio di annate complicate da altri infortuni, ma anche la soddisfazione di essere la prima italiana a raggiungere una finale di Champions, persa contro il Francoforte il 14 maggio 2015 per un gol al 92'. In quell'anno torna in Italia, ancora nel Brescia allenato da Bertolini. Quindi, nel 2017, la chiamata della neonata Juventus, irresistibile per lei e altre compagne come Barbara Bonansea, Valentina Cernoia, Martina Rosucci, Cecilia Salvai.
FINALMENTE IL PROFESSIONISMO
Proprio contro il Brescia le bianconere vincono il primo campionato di Serie A aggiudicandosi ai rigori lo spareggio, il 20 maggio sul neutro di Novara. È l'inizio di un percorso in cui Gama, allo scudetto, alla Coppa Italia e alle due Supercoppe conquistate a Brescia, aggiunge sei scudetti (i primi cinque consecutivi), tre Coppe Italia e tre Supercoppe. Capitana della Juventus e capitana delle azzurre che, nel 2019, ritrovano il Mondiale dopo vent'anni. In Francia sono prime in un girone con avversarie di qualità come Australia e Brasile, battono la Cina agli ottavi ed escono ai quarti per mano dei Paesi Bassi poi finalisti, e sconfitti, con gli Stati Uniti. È l'anno in cui l'Italia (ri)scopre il calcio femminile e, soprattutto, apprende che le nostre giocatrici hanno uno status da dilettanti. Uno dei nostri tipici controsensi: si allenano e giocano come professioniste, ma senza garanzie collettive su contratto, infortuni e contributi pensionistici. È il secondo aspetto su cui Gama si impegna a fondo, «una doppia carriera pesante». Da ottobre 2018 è nel Consiglio Federale della Figc. Il 30 novembre 2020 diventa la prima donna vicepresidente dell'Associazione italiana calciatori e, quasi un anno dopo, entra nel Direttivo della Commissione nazionale atleti Coni. L'obiettivo del lavoro è sempre uno: il professionismo per le calciatrici. Sara ha doppia consapevolezza, la prima («La questione non è paragonarci a Chiellini o a Cristiano Ronaldo») apre la strada alla seconda: «Vogliamo avere le stesse tutele: il diritto a una pensione, a un’assicurazione, alla maternità». Un lavoro che trova compimento il primo luglio 2022, quando il professionismo apre le porte alle donne.
CONTRO IL RAZZISMO
Ma non c'è soltanto questo aspetto nella sua vita. Un altro è rappresentato dalla questione della pelle, che non va giù a odiatori e imbecilli di professione. Se ne accorge ancora in quel fatidico 2019, quando sulle pagine ufficiali della Nazionale compaiono messaggi contro una n*** che indossa la fascia di capitana. Parole ignoranti, cui la Federazione risponde dando piena fiducia alla giocatrice, cui la Mattel aveva dedicato una bambola perché «esempio per le nuove generazioni nell'abbattere le barriere». Sara sa che le parole sono importanti, però lo sono di più i fatti. In quei giorni sottolinea: «È importante parlare del razzismo, ma è fondamentale agire, punendo chi non si comporta in modo corretto. Il calcio in Italia è lo specchio della società, se la società ha problemi, questi si ripercuotono nel calcio. Possiamo essere un esempio: se il calcio cambia può cambiare anche la società. Dipende da noi.». Un concetto sviluppato in questo 2025, soffermandosi sulla questione razziale e di genere: «Non si può imporre un vocabolario, vanno ripetuti i concetti corretti e un lessico rispettoso. Chi è più conosciuto ha più responsabilità. Le donne non sono migliori degli uomini, si tratta di avere, a parità di competenze, gli stessi accessi a ruoli chiave».
L'OMAGGIO DELLO STADIUM
Il 10 maggio 2025 è stato il giorno dell'addio. Uno splendido addio, celebrato all'Allianz Stadium contro l'Inter, davanti a 15mila spettatori e ai dirigenti della Serie A femminile, presenti per premiare lei e la Juventus di nuovo campione d'Italia, dopo due scudetti consecutivi della Roma. Trascorsi tre minuti di partita, come il numero di maglia di Sara, il match si è fermato e lei è uscita dal campo abbracciando tutte - compagne e avversarie - e consegnando la fascia di capitana a Rosucci, entrata al suo posto. Il giro di campo, le profonde emozioni, le lacrime e le parole: «Non mi immaginavo questa carriera, pensavo solo a divertirmi. Ed è ciò che dico alle bambine, divertitevi senza badare a quello che dicono gli altri». Un mondo che lascia da calciatrice, ma che è pronta a cambiare ancora da dirigente. Per tutte le donne che vogliono fare sport. E, soprattutto, giocare a pallone.
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