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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Siamo senza pudore: essere "cringe" non è più imbarazzante e perfino la vergogna è questione di privilegio

Siamo senza pudore: essere cringe non è più imbarazzante e perfino la vergogna è questione di privilegio
(getty)
Dal creator di 37 anni che dice di sembrare adolescente alle papere con l'AI di Sanremo: il cringe domina le nostre vite ma nessuno si imbarazza più.
Cosa vuol dire essere cringe se ancora vuol dire qualcosa?
di Eugenia Nicolosi

Un creator brasiliano quarantenne ha guadagnato milioni di followers con dei video assolutamente cringe in cui finge di essere scambiato per un diciassettenne da persone evidentemente d'accordo con lui e spingere una presunta carriera da modello: "37 years old model who looks 17".

No, non sembra per niente un diciassettenne. Ma non é nemmeno la cosa più cringe che gira sui social o, in generale, davanti ai nostri occhi. 

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Sono cringe i video (pubblici) in cui la gente scorreggia, balla in pigiama, fa smorfie, singhiozza disperatamente o mette in scena quotidianità ridicole solo per avere viralità quindi popolarità.

Sono cringe le finte gag sui palchi istituzionali, tra battute stantie e sessismo benevolo e sono cringe i giornalisti che in diretta commentano i corpi delle atlete o delle colleghe. È cringe il personaggio pubblico pluripremiato che scrive editoriali strapagati palesemente con l'AI, ridondanti, ripetitivi, ovvi. Sono cringe le personalità politiche quando escono al naturale: lo scorso febbraio 2025 la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha serenamente detto «Io rappresento plasticamente tutto quello che odiate». Lo sapevamo, grazie.

È stata cringe la scena delle persone del pubblico di Sanremo trasformate in papere dall'intelligenza artificiale usata malissimo, che pure glitchava, da chi dovrebbe essere capofila nell'avanzata tecnologica. E ci siamo per forza chieste, chiesti, quanto vengono pagate dalla Rai quelle persone incapaci di usare tools ormai basilari.

perfino la vergogna è una questione di privilegio

C’era una volta una sensata e comune paura del ridicolo. E la paura del ridicolo, nelle sue variabili logiche e non puritane, svolgeva una funzione sociale precisa: manteneva l'ordine. Oggi quel senso di ridicolo è totalmente evaporato o quasi, perché che siano creator brasiliani o politici italiani, sono ormai milioni le persone che non solo non temono il ridicolo, ma cavalcano con orgoglio il proprio mostrarsi cringe.

Forse il cringe non fa più paura a causa di una specie di rivendicazione popolare dell'autenticità. O forse come civiltà abbiamo proprio perso il senso dell'imbarazzo e del ridicolo: forse l'asticella si è abbassata definitivamente, forse perché ci sentiamo potenti ("sono ministro/a") o forse perché lo abbiamo consapevolmente sacrificato in favore di tornaconto e guadagni vari ed eventuali ("ho milioni di followers").

E va sottolineato che c’è una differenza sostanziale tra chi rischia (sempre consapevolmente) il ridicolo e chi può permetterselo. Non avere paura di essere cringe spesso è un sintomo di privilegio. La Rai che utilizza malamente l’intelligenza artificiale per riempire la platea di Sanremo con papere digitali ci rivela tutta l'asimmetria nella quale viviamo.

Allora un colosso mediatico può permettersi di essere cringe senza pagarne il prezzo ma una persona qualunque rischia. La verità è che perfino la vergogna è distribuita in modo diseguale

Che cos’è il cringe (e cosa è diventato)

Precisiamo che cringe e comico non sono sinonimi. Anche quando producono una risata che sembra simile, lavorano su meccanismi diversi: se la comicità è basata sul controllo dei tempi o di una battuta, il cringe è involontario. Per intenderci: la scena di Sex and the city in cui Carrie va a casa di Big - senza invito - indossando il basco francese è estremamente cringe.

Il termine "cringe" infatti nasce per descrivere una reazione, non l'azione comica: "cringe" è quel brivido di imbarazzo che proviamo di fronte a un comportamento percepito come goffo e fuori luogo. 

Ciascuno di noi calibra, o almeno calibrava, parole, gesti e toni per mantenere una certa postura pubblica. Il cringe nell'altro allora è, dovrebbe essere, di certo era, il segnale che quella rappresentazione stava in qualche modo fallendo compromettendo la nostra credibilità. Da qui la paura di essere cringe: non per l'imbarazzo in sé, ma perché le ripercussioni sociali e pubblici dovute a quell'imbarazzo scatenato negli altri. Oggi è evidente che l’imbarazzo non è più un deterrente.

Grazie ai social l’auto-sabotaggio è diventato parte di una forma inquietante di personal branding in cui la performance imbarazzante approfitta dell'algoritmo perché l’eccesso premia sempre, anche quando è un eccesso di cringe.

La soglia della visibilità che si alza continuamente, inoltre, ci racconta per emergere bisogna spingersi "oltre". E cosa c’è di più "oltre" ed efficace del superamento deliberato del pudore? Chi è disposto, disposta, a esporsi senza filtri o senza apparenti filtri conquista la medaglia dell'autenticità percepita e pure l'algoritmo.

L’abbassamento sistematico della soglia comune del decoro

Non vogliamo fare moralismi né indugiare nostalgicamente in un passato evidentemente più elegante e decoroso. Ma appunto, il passato era evidentemente più elegante e decoroso. E qui arriviamo al punto: il pubblico "sentire" è la struttura che determina la riuscita o meno di una convivenza. La vergogna, in dosi sane, è una tecnologia di ordine sociale perché stabilisce dei limiti legandosi al senso di opportunità. Quando la vergogna scompare, scompare anche l'elemento regolatore e lo spazio pubblico diventa un circo in cui non solo non si ha alcun limite di pudore o decoro, ma sono pure guai se si muove una critica.

E qui il problema diventa collettivo: se tutto può essere spettacolarizzato, accettato e celebrato, perfino il cringe, il discorso pubblico perde profondità. Il tenore del dibattito scende vertiginosamente (e lo vediamo, per esempio, mettendo a confronto la classe politica di ieri con quella di oggi) e il senso collettivo di decoro si setta su un valore minimo anzi inesistente. Ciò che ieri era maleducato, inopportuno e indecoroso oggi è ordinario anzi normale. Paradossalmente, mentre alcuni monetizzano il cringe, altri vivono ancora nel terrore di essere definiti tali. Per fortuna forse.