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Perché Sanremo è pur sempre Sanremo, anche se il trend 2026 è dire che non si guarderà (infatti poi si guarda)

Dall'anno del lockdown, quando i social lo hanno trasformato in happening (in mancanza di alternative), Sanremo è diventato iconico: tutti ne parlano.
Ma c'è chi dice "no".
 

La gente dice che questo febbraio 2026 non guarderà il Festival di Sanremo. La gente dice pure che raramente lo ha visto, se non per ricostruire l'origine di un meme o informarsi su un gossip. Insomma per rimanere al passo (o per FOMO).

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Molte persone associano il Festival Sanremo a momenti felici della propria infanzia o adolescenza. Non tanto alle canzoni in sé, che storicamente vengono ignorate perché si preferiscono quelle che non vincono o le (ex) B-side di quelle portate sul palco, quanto al rituale: guardarlo con i genitori o i nonni addormentarsi sul divano mentre i "grandi" commentavano. 

Sanremo è uno dei pochi eventi che si ripete ogni anno nello stesso periodo e questo crea un meccanismo psicologico tipo madeleine televisiva che ci riporta alla memoria momenti passati e - soprattutto - chi eravamo noi. Per questo ogni cambiamento nel Festival viene vissuto come un piccolo tradimento identitario. E sì: stiamo parlando di eventi come la morte del maestro Beppe Vessicchio ma anche della morte dell'etichetta (i cantanti sul palco in canottiera).

Cosa ci dice tutto questo? Che Sanremo non è solo intrattenimento. Non è nemmeno più il centro dell’immaginario come poteva essere negli anni della tv monopolistica, ma resta un marcatore identitario: "Che ti piaccia o no l'Italia ormai è questa", (cit. la zia inorridita per i testi volgari).

guardare sanremo per restare al passo coi meme

E forse proprio per questo, il trend del 2026 è dire che non si guarderà Sanremo. Sui social è un continuo incrociare video che ruotano attorno al tema "le dieci cose che si possono fare invece di guardare Sanremo", o comunque su quello del "quest’anno passo". Troppo faticoso (fisicamente, psicologicamente e politicamente) o troppo noiosa la conversazione che innesca: la gente sembra avere mille ragioni per dedicarsi ad altro. 

E però le dichiarazioni su Sanremo sono rivendicazioni di identità e di postura politica. Dire "non lo guardo" significa dichiararsi distanti da un prodotto dell'establishment che "non mi rispecchia" (perché non è inclusivo, perché non conosco nessun cantante etc)..

Perché Sanremo è Sanremo, mica un banale programma televisivo. Prendere le distanza dal Festival della canzone italiana (olè) significa prendere le distanze dall’establishment culturale. Perché Sanremo, nel bene e nel male, è l’establishment: è Rai ed è pure la tradizione nazionale, con un palco debordante di convenzioni e battute stantie, di dinamiche che molte persone percepiscono come superate. E no, non basta dare il canonico mazzone di fiori al valletto o al cantautore maschio, né pensarsi libere per bucare il muro di antichità che circonda il festival.

E dal momento che il mainstream è ormai percepito come vecchio e conservatore, la promessa del rifiuto (poi regolarmente infranta) assume anche una sfumatura morale tutta sua. "Non lo guardo il Festival" significa: sappi che non mi riconosco in quel sistema. Ma Sanremo è inevitabile: anche chi non lo guarda lo guarda, perché vede clip sui social, ascolta i brani sempre sui social, legge le polemiche e commenta i meme. E poi ecco qua: quando milioni di persone parlano della stessa cosa scatta l’effetto piazza, perché il nostro cervello odia restare fuori dal discorso collettivo.

si è persa la magia di Sanremo? ecco cosa dicono i dati

La sensazione generale è che il Festival - per un motivo o per un altro - funzioni, ma che non abbia la stessa magia che aveva quando eravamo adolescenti (come tutto, del resto). I dati degli ultimi vent'anni che dicono? Che il trend di lungo periodo è in crescita, con un’accelerazione fortissima dal 2022 in avanti.

I dati disponibili su Eurofestivalnews dicono che dal 2010 al 2013 lo share è stato stabile attorno al 47-48 per cento. Il 2014 ha segnato un minimo storico (39 per cento), e poi negli anni 2015 - 2019 c'è stato un recupero e relativa stabilizzazione tra 47 per cento e 50 per cento.

Nel 2020 c'è stato primo salto importante sopra il 53 per cento. Nel 2021 però c'è stato un calo. il Festival si è svolto in clima da pandemia e senza pubblico all'Ariston). Dal 2022 in poi abbiamo assistito una crescita poderosa sopra il 58 per cento, poi oltre il 60 per cento, complici i social che sin dall'anno precedente hanno trasformato il Festival in una specie di happening virtuale a cui poi nel 2022 hanno voluto partecipare tutti.

come migliorare il festival di sanremo (ma a che serve?)

Carlo Conti piace o non piace? Il ventaglio di artisti che si esibiranno (in gara o ospiti) otterranno l'attenzione del pubblico o solo Tony Pitony lo farà? La gara interessa davvero o la gente attende per svariate ore solo la gag della serata o il monologo pseudopolitico da attaccare con una mitragliata di polemiche?

Non lo sappiamo. E per i motivi di cui sopra non sapremo mai perché la gente guarda Sanremo anche quando non c'è un lockdown a gambizzare qualsiasi idea di mondanità. Forse è perché è l’ultimo prodotto che unisce il Paese o almeno crea l'illusione di farlo. In un’epoca di estrema solitudine e sociopatia da bolla social, il fatto che per cinque sere esista ancora un oggetto culturale condiviso è un’anomalia di cui dovremmo parlare di più.

Per il resto Sanremo è evidentemente un fossile della televisione, anche perché perfino la televisione in sé è già un fossile. Ma non per questo è da buttare via, anzi: ci restituisce un clamoroso "come eravamo", fornendoci spunti di riflessione a mai finire.