Sì Giorgia, c'è qualcosa di atavico dietro il palco #tuttimaschi di Sanremo. Ed è la normalità, appunto.
E se il problema fosse proprio la normalità?
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Nelle ultime ore ho ricevuto dei messaggi da parte di amici (maschi) che mi chiedevano cosa ne pensassi delle parole della cantante Giorgia che, ospite a Domenica In, ha raccontato l'esperienza sanremese senza dimenticare di ragionare sulla propria esclusione dalla cinquina d'oro. La cantante è infatti arrivata sesta dopo un podio tutto al maschile (in ordine Olly, Lucio Corsi e Brunori Sas) e dopo quarto e quinto posto vinti da Fedez e Simone Cristicchi. Presentata da Mara Venier come “vincitrice morale” del Festival anche per rispetto della sua carriera trentennale, Giorgia ha precisato che non è stato il primo palco tutto maschile, che è “scandaloso” e che “deve essere qualcosa di atavico” a impedire alle persone di votare per le donne.
"qualcosa di atavico" che impedisce alle donne di essere votate
Come è atavico quel “qualcosa” che spinge i dirigenti ad assumere un uomo e non una donna a parità di curriculum, esempio banale. O tre italiane su dieci a credere di non aver bisogno di un conto corrente personale ("c'è quello di mio marito").
Ho spiegato agli amici che nelle ultime dieci edizioni del Festival di Sanremo hanno occupato le prime cinque posizioni 8 donne ma 38 uomini e solo quattro “mixed”, cioè duetti o gruppi tipo i Maneskin che hanno una componente femminile. Mi hanno risposto, credendo di fare battute sagaci, “Allora il patriarcato è pure a Sanremo”.
Ho specificato che essendo una mentalità, né più e ne meno di quanto non lo sia quella mafiosa, è pervasiva e potenzialmente ovunque. Anzi è proprio ovunque, talmente ovunque che non si intercetta come questione. Non è che si decide di non fare vincere Giorgia, o chi per lei, a tavoli tecnici organizzati a posta.
Banalmente in una cultura patriarcale la voce di una donna ha meno mordente di quella maschile, la presenza scenica è meno carismatica di quella di un uomo, il testo è stato accolto bene, è stata applaudita e tutto il resto, ma non abbastanza. E quindi ha vinto un maschio. Perché la voce maschile, i contenuti che veicola e il modo in cui un uomo muove il proprio corpo sono, in una cultura patriarcale, più riconoscibili anzi sono “l'universale” come lo è il male gaze che spinge donne, uomini e persone queer che non hanno fatto il necessario lavoro di decostruzione, a osservare il mondo da una prospettiva maschile, abile, bianca ed etero. Ed è naturale, consueto, "normale", guardare alle cose da quella prospettiva, giudicare cose e persone sulla base di convenzioni che alimentano il privilegio maschile. Inconsciamente, certo.
Giorgia a Sanremo: ha vinto trent'anni fa ma non quest'anno
Gli amici maschi di cui sopra si persuadono e si convincono ogni volta che attiviamo scambi come questi, salvo poi resettarsi nel corso della giornata perché nel frattempo tutto attorno a loro torna a rinfocolare quell'abitudine. E allora il problema quale sarebbe? Non di per sé che Giorgia non abbia vinto (ha vinto contro Mogol con "Come saprei" trent'anni fa) o che il palco sia stato tutto al maschile: in primo luoogo, evidentemente per arrivare sesta, la musica di Giorgia come la sua presenza scenica non incontrano il gusto del popolo che predilige la combinazione autotune & canottiera. Complice anche la spinta della manager-mandrake Marta Donà: accusata, sempre sui social, di aver privilegiato Olly e ignorato Francesca Michelin, altra sua cliente in corsa al Festival. Ma qui entreremmo in dinamiche che non sono di pubblico dominio: accordi pregressi che possiamo solo supporre.
In secondo luogo ha giocato un ruolo la componente culturale: le persone preferiscono i maschi perché è facile, naturale, inconscio preferire chi rappresenta il vertice della piramide del potere.
Ed eccolo il problema: è inconscio. Le persone non sanno nemmeno di preferire i maschi né conoscono il labirintico meccanismo che c'è dietro. E se qualcuno, dati alla mano, chiede loro se dietro le poche artiste vincitrici di Sanremo non ci sia in effetti, quel “qualcosa” di culturale che ai loro occhi rende i maschi “più bravi” dicono no, credendoci.
#tuttimaschi a Sanremo e pure altrove
Allora è un problema che deve porsi chi ne è cosciente: chi lo conosce, lo governa e ci ragiona ma che non riesce a spiegarsi o a farsi ascoltare se non dai circoletti di addette e addetti ai lavori. I ragionamenti sullo squilibrio di genere e quelli su come uscire da quel “qualcosa” di atavico e culturale che porta le persone a preferire i maschi (la faccio semplice) probabilmente non sono accessibili e non sono convincenti, sono percepiti come complessi, arzigogolati, frammentati e inutili da chi, costretto, li ascolta.
Nemmeno i discorsi femministi migliori hanno sfondato il muro, né oltrepassato veramente le bolle se non per diventare slogan vuoti o programmi di politici a caccia di consensi di genere e corsi aziendali sul linguaggio inclusivo. Le persone del mondo reale non sanno niente di femminismo, non sanno cosa sia, pensano sia una voga del Sessantotto già bella che finita o, al massimo, una rottura di scatole a cui doversi piegare per convenzione. Ed è un problema che devono risolvere proprio loro, quelle attiviste e attivisti del movimento femminista e i loro alleati e alleate che oggi si inalberano perché #tuttimaschi a Sanremo, ma anche altrove: dalla maggior parte dei palchi ai tavoli dirigenziali e istituzionali.
Il "festival della normalità, non del patriarcato"
Che il patriarcato sia più vivo e forte che mai si vede se lo si riconosce e non solo per la cinquina maschia vincitrice dell'ultima edizione del Festival: ìanche nei linguaggi, nei tempi delle donne sul palco (mai da sole, ma sempe come vallette di Carlo Conti) nelle posture e negli sguardi di chiunque, pure di Malgioglio ridotto a innocua macchietta gaia, del Festival. Ma sottolinearlo, urlando, non serve a niente senza che ci si domandi pure, soprattutto, perché l'edizione 2025 di Sanremo sembri più simile a quelle degli anni Cinquanta che a quelle degli anni Ottanta. Continuare a lludersi che la società sia più equa di quanto non sia per improvvisare performance infervorate ogni volta che la realtà rigurgita sé stessa è un lusso che inizia a costare troppo caro, a troppe persone. Ridurre le lotte femministe a dibattiti social anche: se ci si fa carico di una causa, deve essere a tutto tondo. Forse è vero che Sanremo è stato un "festival della normalità, non del patriarcato", come scrive Selvaggia Lucarelli sui suoi canali social. Ma è proprio la normalità a essere il problema.
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