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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Ciabatte, pigiami e candeggina: l'estetica social dell’anti-decoro (e cosa ci dice sulla nostra società)

Ciabatte, pigiami e candeggina: l'estetica social dell’anti-decoro (e cosa ci dice sulla nostra società)
(getty)
Non è una impressione: i social sono pieni di creators che si mostrano come nulla fosse in pigiama e ciabatte ottenendo milioni di visualizzazioni.
Ma che succede?
di Eugenia Nicolosi

Dalle pagine ironiche - come Le Pulitone - alla realtà è un attimo. E nemmeno ci siamo accorte, accorti, del passaggio. I social sono pieni di gente in tuta, pigiama e ciabatte: raccontano aneddotti familiari manco fossero questioni di interesse pubblico e loro i Windsor, fanno dissing alle vicine, suocere e cognate (che poi replicano), si fanno vedere intenti, intente, a svolgere attività quotidiane normalissime attraendo svariate centinaia di migliaia di followers che forse hanno messo il primo "like" per solleticare un personale gusto trash, ma alla fine stanno partecipando alla crescita di questa inspiegabile tendenza. 

Il video di Connie Francis che fa il lip sync alla sua stessa canzone (virale) su TikTok

i social pieni di donne che puliscono (in ciabatte)

C'è da chiedersi per quale ragione, secondo alcuni creators, i loro gossip di condominio sarebbero di pubblico interesse. E c'è da chiedersi per quale ragione per mostrarsi in pubblico, sperando di diventare virali quindi famose, famosi, non ci si prenda nemmeno più la briga di togliersi il pigiama. Forse è colpa dello smart working, della pandemia, del ritorno alle cose semplici, ma a un certo punto abbiamo iniziato a perdonarci e consentirci la sciatteria fino a renderla una estetica a sé. C'è da chiedersi cosa ci sia realmente dietro al fenomeno al quale stiamo assistendo.

Forse qualcosa di più profondo e inquietante, non una banale nuova estetica dell’anti-curato che non è né autoironica né casuale, e che non ha nulla a che vedere con la povertà economica.

Sui social impazzano video di creator che si mostrano in pigiama, in tute consunte, ciabatte di plastica, capelli arruffati non è per prendersi in giro o per prendere in giro qualcuno che lo fa. Lo fanno sul serio. Ma partiamo da chi invece nasce per ironizzare: a gennaio 2026, l’account Instagram @le_pulitone supera i 142mila follower. La raccolta di contenuti che propone vede creators di tutta Italia (e non solo) intente a lavare i pavimenti in modalità alluvione, versando interi flaconi di detersivo, acidi compresi, rigorosamente da calpestare a piedi nudi.

È un’estetica precisa: quella del fare le cose per bene, dichiarandosi "pulite" e mostrando per la suddetta pulizia una attenzione grottesca, mentre si è vestite come se si fosse appena uscite dal letto.

a piedi nudi nell'acido: scene di degrado ormai normali

Questa estetica del trasandato o comunque questa noncuranza di come si appare (in pubblico: i social sono spazi pubblici) è stata abbracciata dalla maggioranza dei e delle family influencer che si filmano con addosso magliette sporche di rigurgito di neonato alle creator di Only Fans che tra un balletto e un altro si registrano in pigiama, ai trapper (o sedicenti tali) che passeggiano per le vie in tuta e ciabatte. Insomma non importa quale sia il target, la moda è farsi vedere in totale mise domestica. Una massa crescente di persone decide consapevolmente di mostrarsi in una forma che, fino a poco tempo fa, sarebbe stata considerata indecorosa.

Non stiamo assistendo a un momento di liberazione dal giudizio che pure nei fatti c'è. Ora siamo in una fase diversa, in cui il disinteresse estetico diventa standard rappresentativo e battaglia sociale. Non curarsi per finta - perché poi si usano i filtri "bellezza" per il viso - è una forma di appartenenza a una comunità digitale che esalta l’immediatezza grezza come valore superiore. Viene direttamente dalla pratica di usare "maestrina" come insulto a chi ci corregge. 

Il punto non è non posso permettermi altro, è "scelgo di mostrarmi così": in una dimensione esibita di sciatteria quotidiana elevata a linguaggio. C'è un legame evidente con l’estetica trap, da anni sdoganata come simbolo culturale. Tute oversize, ciabatte da piscina, abiti informi e cappucci calati non sono più segni di marginalità, ma status inverso e rivendicato.

la battaglia sociale e la ricerca disperata di attenzioni

In questa grammatica, curarsi è sospetto: significa voler piacere, voler vendere qualcosa. Mostrarsi così come si è (ma in realtà come si sceglie di essere) diventa l’unica forma possibile di autenticità, anche quando questa autenticità è costruita con la stessa cura maniacale del finto spontaneo.

Si potrebbe pensare che sia una forma di semplificazione, una reazione al mondo patinato di dieci anni fa o ancora, i social stanno rivelando l'Italia per come è. Quelle stesse persone che li popolano in pigiama e ciabatte sono quelle vere, che non avrebbero mai spazio sui media tradizionali e che invece oggi possono auto mostrarsi. Ma c'è dell'altro: molte persone utilizzano i social come fossero canali privati: si mostrano ballando allo specchio, raccontando cosa pensano della vicina di casa, convinte che quel contenuto raggiunga solo una cerchia di persone. È ignoranza digitale. La casa diventa palcoscenico, la tuta da mercatino è il costume di scena, il lavaggio del balconcino teatro del contenuto.

Questo nuovo linguaggio sociale, fatto di sciatteria visiva, trasandatezza ostentata e disordine e dialetto urlato come firma stilistica, non è più una provocazione ma una norma. È una specie di conformismo rovesciato che scambia la cura per ipocrisia e il brutto per verità. Forse è un’estetica che riflette una stanchezza profonda, un senso di smarrimento culturale, ma anche una ricerca disperata di attenzione.