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moda Aggiornato il: 2 minuti di lettura

Dall'ugly chic al cringe chic: il brutto attrae

Dall'ugly chic al cringe chic: il brutto attrae
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Tra i mille -core che spopolano su TikTok, nel mare magnum dei trend del momento, è emersa una nuova tendenza estetica, il “cringe-chic” che vuole riportare in auge molti di quei capi che da tempo consideravamo caduti nel dimenticatoio. Un esempio: i leggings galassia. Ma per capire pienamente il nuovo fenomeno “cringe-chic” occorre partire dalle radici della bruttezza, passando per Miuccia Prada e arrivando a delineare il significato di cringe.

di Chiara Trimigliozzi

Le diverse forme del brutto e la riabilitazione novecentesca

Il brutto, teorizzato di solito come semplice negazione del “bello”, è in realtà un concetto più ampio e imprevedibile che nel corso del tempo ha assunto diverse declinazioni, dal mostruoso al satanico, dal repellente allo sgradevole, e che Umberto Eco ha ricostruito nel suo volume “Storia della Bruttezza” (Bompiani, 2007).

L’intellettuale, dopo aver ritracciato la “Storia della bellezza” (2004), ha voluto offrire uno sguardo su quello che viene da sempre considerato come il suo opposto, la bruttezza, attraverso tutte le sue manifestazioni nella civiltà occidentale, dall’antica Grecia fino all’epoca contemporanea.

Ripercorrendo quasi tremila anni di storia, Eco ricostruisce i significati associati al brutto, dall’immoralità nell’antica Grecia che veniva rappresentata nella sproporzione (in antitesi alle proporzioni armoniose nella rappresentazione della virtù) al profano e satanico in età cristiana fino ad arrivare al Romanticismo, periodo nel quale nel mondo dell’arte il brutto attrae e incuriosisce. Dal ‘900 in poi si assiste quindi a una riabilitazione del brutto, che diventa oggetto di rappresentazione per l’arte che offre un nuovo modo di guardare e riflettere sulla realtà. 

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Quando Miuccia Prada ha portato il brutto in passerella

É il 1996 quando Miuccia Prada decide di rompere i codici stilistici dominanti con la collezione “Banal Eccentricity” che vuole rimettere in discussione i concetti di brutto e bello andando a modificare per sempre il concetto di desiderabilità. In un Fashion System dominato dalla visione dettata da Gianni Versace e Tom Ford di un corpo femminile bello e seducente, Miuccia Prada propone sul corpo esile di Kate Moss delle silhouette che riprendono e allo stesso tempo sovvertono il tipico tailleur da donna, proposto nelle tonalità del verde torbido e del marrone e associato a stampe che riprendono le tappezzerie degli anni ’70. Una collezione volutamente brutta che crea un sentimento di disgusto così tanto forte da trasformarsi in attrazione. In quel momento qualcosa nelle leggi della moda è cambiato per sempre, portandoci a desiderare e a comprare quello che non avremmo mai pensato di volere.

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Che cos’è il cringe?

Il concetto di disgusto è inesorabilmente legato anche a una connotazione più contemporanea del brutto: il cringe. La parola “cringe” arriva alla popolarità attraverso Internet (e i meme) ma in realtà affonda le sue origini nell’inglese antico; in passato la parola “cringan” descriveva il “cadere in battaglia, piegarsi” e si trasforma in “cringe” quando alla sconfitta viene addizionato il sentimento di vergogna. Nell’era contemporanea il “cringe” non viene più associato alla battaglia ma soltanto alla vergogna nei confronti di un passato più o meno recente. Il “cringe” è il senso di imbarazzo misto a vergogna che proviamo quando rivediamo i nostri vecchi post su Facebook, quando in una sessione decluttering dell’armadio ci imbattiamo nell’ennesima t-shirt fluo della nostra adolescenza, o quando in una cena con parenti o amici si parla di quel concerto che adesso non andremmo mai a vedere… Ma se tutto questo all’improvviso diventasse di nuovo cool?

Da cringe a cool, il rapido rimescolamento dei codici della Gen Z

Dopo il grande (e per molti inaspettato) revival Y2K che ha invaso i nostri feed social nelle scorse stagioni, la Gen Z vuole rimescolare nuovamente i codici estetici: a ritornare cool sono i leggings galassia, le maxi cuffie per ascoltare la musica e le t-shirt dalle stampe più improbabili. Quello che dovrebbe stupire non è tanto che questi capi possano tornare di moda, ma la velocità con cui un indumento possa passare dal “socialmente accettabile” all’imbarazzante. La rapidità con cui i trend si susseguono e l’incapacità anche di recepirli prima che siano ormai caduti nel dimenticatoio non fanno altro che alimentare un consumo del momento in cui tutto può diventare cringe e tutto può diventare cool.