È facile dire “ergastolo”, il difficile è ammettere che il femminicidio nasce dalla cultura, non dalla capacità di delinquere
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In Italia si introduce la nuova fattispecie penale di “femminicidio” che diventa punibile con l'ergastolo. Da una parte si è finalmente dato a un reato il suo nome, dall'altra non viene riconosciuto per quello che è: l'espressione più alta di un sistema violento. Infatti non agganciare alla punzione una proposta educativa significa - o in buonafede, o in malafede - rinunciare a riconoscere il femminicidio come parte della cultura della violenza.
premessa: se fossi uomo mi offenderei
Andando con ordine: con buona pace di chi chiede "e allora i maschicidi?", il femminicidio è in qualche misura una fattispecie di reato diversa dall'omicidio. Uccidere una donna non sempre significa commettere femminicidio, ma quando la matrice è quella ideologica e culturale che legittima la violenza sulle donne allora è un femminicidio. Secondo punto, e non perché ci si vuole lagnare sempre e comunque, si tratta di un intervento più propagandistico che altro. E più rivelatore che altro: il disegno di legge ci restituisce la pervicacia con cui la Politica (tutta, ahinoi) continua a fingere di non capire dove sta il problema vero. O, peggio, lo sa (cioè nelle cultura patriarcale). Ma la sicurezza delle donne è meno importante che tenere il punto sulla propria agenda politica. In sintesi: non è la promessa di un ergastolo che farà cambiare idea ai violenti, ma la rieducazione o l'educazione sin da piccoli.
E se io fossi un uomo mi offenderei perfino, perché intervenire solo sul piano punitivo significa che il governo ritiene che il mio genere di appartenenza sia ineducabile, una causa persa su cui non val la pena investire mezz'ora a settimana di educazione di genere in classe. E non certo per questioni economiche: mantenere un detenuto al carcere a vita costa centinaia di euro ogni settimana. L'uno.
cosa dice il disegno di legge sull'ergastolo per chi commette femminicidio
Si parla di “estrema urgenza criminologica del fenomeno” ma anche di “particolare struttura del reato”, motivo per cui si è ragionato sull'ergastolo come pena da infliggere a chi lo commette. A chi, cioè, “cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l’espressione della sua personalità”. E fin qui non fa una piega. Poi sulla stessa linea, le stesse circostanze di commissione del reato sono diventate delle “aggravanti per i delitti più tipici di codice rosso”, quindi si deve calcolare un aumento delle pene attualmente previste (di almeno un terzo e fino alla metà o addirittura fino a due terzi, poi dipende).
Ci sono poi delle altre novità come per esempio l'ammissione degli obblighi che l’Italia si è assunta ratificando la Convenzione di Istanbul, obblighi che puntualmente disattende.
Dare alle cose il loro nome è fondamentale, ma non se sono svuotate
Il punto di partenza è che dare alle cose un nome è essenziale per imparare a gestirle, comprenderle e, se sono problemi, annientarle. Chiamare il femminicidio con il suo nome significa legittimare le lotte femministe e far entrare nel linguaggio giuridico e poi nella cultura, un reato che prima non c'era e soprattutto il portato culturale immenso che ha: il femminicidio infatti è l'apice di una piramide di discriminazione che segrega le donne, è solo – si fa per dire – l'espressione più violenta di una cultura strutturata che inizia quando da bambine vien detto loro che sono diverse dai bambini. Ma ci arriviamo, intanto è un obbligo forse anche morale riconoscere l'importanza di un intervento che mette al centro il femminicidio proprio perché ne evidenzia la specificità (e la gravità).
D'altro canto, come giustamente sottolineano molti giuristi e molte giuriste tra cui Francesca Florio (che definisce l'intervento un “capolavoro di propaganda fine a sé stessa"), l'ergastolo è già previsto per i fatti riconducibili allo schema del femminicidio perché esistono già delle aggravanti. E sono proprio le aggravanti che, nei casi di omicidio, consentono di giungere all'ergastolo.
si fa presto a dire "ergastolo" (per quel che vale)
Ma non solo: in primo luogo ai fini del contrasto alla violenza di genere questo intervento è del tutto inutile: la carcerazione e l'ergastolo stesso – e, dove c'è, la pena di morte – non hanno mai fatto da deterrente. L'ergastolo è stato introdotto per la prima volta nel codice penale del 1889 in sostituzione della pena di morte e, per come lo conosciamo oggi, è stato disciplinato nel 1930.
In secondo luogo l'ergastolo in sé viene somministrato solo a persone particolarmente pericolose e, in questi casi buca del tutto la funzione rieducativa della pena prevista dall'articolo 27 della Costituzione. Le carceri infatti, in teoria, avrebbero la funzione di rieducare gli individui per reinserirli in società. Per questo le pene, per quanto severe, devono mantenere una prospettiva di reinserimento sociale. Punire i femminicidi con l'ergastolo oltre a, ripetiamo, essere inutile, è semmai è repressione penale. Stop.
Una critica interessante l'ha mossa anche l'avvocata penalista Roberta De Leo sul mancato rispetto del principio costituzionale di uguaglianza. Riconoscere una tutela speciale alle donne ma escludere altre categorie che subiscono violenza per altri fattori di odio e discriminazione (per esempio le persone lgbtqia+ o razzializzate o ancora con disabilità) viola tale principio. Secondo la giurista sarebbe più corretto riconoscere la discriminazione di genere tra le aggravanti della finalità di discriminazione cioè, per esempio, avrebbe avuto senso approvare il famoso disegno di legge contro omofobia, misoginia e abilismo (che aveva questo scopo) piuttosto che dare vita a un nuovo reato autonomo. “Anziché puntare a prevenzione, educazione e interventi strutturali anche di emancipazione economica, introduciamo reati a vanvera, consapevoli che non servano. Perché investire su interventi sistematici di prevenzione (a partire dall’educazione nelle scuole) costa, ma scrivere nuove leggi fa sempre fare una bella figura”, ha scritto sui suoi canali social.
senza prospettive di educazione si svuota il "femminicidio" della cultura da cui origina
La violenza di genere è un fenomeno gravissimo e per questo i reati connessi non possono essere trattati come gli altri. Più di qualsiasi altro tipo di violazione, stupri e femminicidi dimostrano l'urgenza di educare sin dalla culla i bambini e le bambine e pure gli adulti e le adulte. Ma educare i bambini e le bambine alla libertà e diseducarli all'indottrinamento patriarcale significherebbe pure non parlare più di famiglie tradizionali, di ruoli di genere, di mogli devote e mariti lavoratori, significherebbe estendere i servizi alla cittadinanza e tanti altri cambi di passo che deriverebbero da una presa di coscienza vera, rispetto a cosa sia la violenza di genere. Ma dal momento che il governo Meloni ha trovato proprio nella supposta tradizionalità della famiglia la propria cifra di comunicazione principale e preferita, è ovvio che opti per l'introduzione di un nuovo reato così, per dire che se ne occupa. Ancor di più se si può esercitare quel potere massiccio e muscolare che dimentica la funzione rieducativa delle carceri.
Dire, anzi urlare “ergastolo” è facile. Come è facile costruire campi sportivi a Caivano, sperando che in virtù di un campo di calcio le bambine smettano di essere viste come prede o sessualizzate (o che si sessualizzino da sole per mancanza di altri modelli). E come è facile voltarsi dall'altra parte quando centinaia di donne ogni anno si scontrano con il fatto che il diritto all'aborto – nato proprio per dare parità di opportunità alle donne e farle uscire dai cicli di violenza e limitazioni – è un privilegio di classe. Il difficile è agire veramente contro la cultura che legittima la violenza di genere, soprattutto quando si è parte del problema.
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