Da scrigno dei ricordi a vetrina: i social hanno distrutto la fotografia?
L'iper produzione di immagini è il miglior modo, paradossalmente, per dimenticare.
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Chi c'era quando scattare una fotografia serviva a immortalare un momento per conservarne la memoria? Si attendevano giorni, a volte settimane, perché il rullino venisse sviluppato e ci si incontrava per guardarle. Erano poche, spesso fuori fuoco e c'era sempre qualcuno con gli occhi chiusi. Ma erano ricordi preziosissimi. Oggi chi scatta una fotografia lo fa solo per postarla sui social. E spesso sono selfie. Alcuni profili mostrano solo lo stesso selfie, della stessa persona, con sfondi che si vedono appena. Che ricordi sono?
Secondo il report di Data Never Sleeps su Instagram vengono pubblicate 46.740 mila fotografie al minuto, ogni giorno. Ma 100 milioni di persone utilizzano la funzione “storie”, sempre di Instagram, per postare altre fotografie o video che restano disponibili per sole 24 ore. Ma dal momento che questo report è uscito nel 2017, possiamo considerare questi numeri triplicati, come minimo.
Non siamo qui per discutere di iperconnessione o sui tratti della personalità di chi si scatta sempre lo stesso selfie (autostima traballante, narcisismo, creazione di mondi illusori) ma del rapporto tra i ricordi e la fotografia, ora che la fotografia non è più di chi la scatta, ma di tutto il resto del mondo. O almeno della cerchia di followers. E aveva senso, all'alba dei social, condividere le foto di un bel momento: i "followers" erano solo persone con cui ci si consceva nella vita reale e con cui si aveva il piacere di condividere alcuni momenti.
la fotografia sui social: vita ordinaria di cui non frega niente a nessuno
Ci si teneva reciprocamente al passo su cosa succedeva nella vita dell'altro e si condividevano i ricordi. Pezzetti di vita particolarmente interessanti che valeva la pena fissare nella memoria. Oggi le fotografie e i video vengono scattati ogni minuto, senza apparente ragione se non quella di essere mostrati a estranei ed estranee. Le fotografie di oggi sono selfie o al massimo momenti di vita quotidiana (super infiocchettata, mica autentica) di cui un tempo non sarebbe fregato niente a nessuno. E invece.
Oltre a trovare il loro destino appese al muro o poggiate su qualche tavolino, queste immagini finivano tradizionalmente per essere relegate in un cassetto o al massimo dentro giganteschi e pesantissimi album di famiglia. Ma in quanto duplicati, cartacei quindi reali, di un momento vissuto, le foto facevano sembrare che quel momento fosse disponibile ogni volta che lo si voleva rivivere. E si faceva eccome, forse qualcuno lo fa ancora: aprire vecchi album o scatole impolverate e riguardare dei momenti, toccandoli. Guardare vecchie foto insieme innescava conversazioni su altre esperienze passate, avvicinava le persone arrivando perfino a promuovere un senso di unità e appartenenza. Mentre c'è da chiedersi chi si riunisce con gli amici oggi per scorrere i feed dei propri social fino a tornare a un post di dieci anni fa e immergersi in quel preciso ricordo. Nessuno. Al massimo lo si fa in solitaria.
Che poi, eventualmente, non saranno mai ricordi autentici: saranno ricordi frammentati e manipolati, imbellettati per essere mostrati a partire dalle espressioni dei volti ritratti. Partendo dal presupposto ormai tristemente accettato che se non c'è una foto - o un video - a documentare qualcosa, quel qualcosa non è mai avvenuto: il "se non ci sei non esisti", che innesca la presenza sui social, ha collettivamente distorto la natura delle fotografie. Sono passate dall'essere degli oggetti personali a vetrina di "momenti" creati ad hoc. Per esempio spostando via le posate dal tavolo perché "squilibrano" lo scatto di un sushi colorato. E vengono spostati elementi in continuazione affinché le proprie fotografie siano perfette per essere condivise. Quindi, anche se fossero vissute come mezzo per accedere ai ricordi, sarebbero ricordi falsi.
che fine fanno i ricordi?
Il lato positivo della condivisione delle proprie vite sui social c'è. La fotografia è un mezzo potente per interagire o rappresentare le identità ma anche per costruire ponti e comunità, raccontare storie, documentare lo stato dell'arte quando si vogliono sollevare polveroni. Ogni foto che viene condivisa ha il potenziale per raccontare una storia (eccetto i selfie in posa a tutto schermo). Ma la maggior parte dei contenuti che vengono diffusi sui social sono delle messe in scena iper editate che sembrano, probabilmente sono, irrealistiche e performative.
Con il passare del tempo non si tiene più a memoria dove si fosse quando si è toccato lo schermo dello smartphone per scattare un selfie, con chi si fosse, di cosa si stesse parlando. Perché i ricordi, che lo si voglia o no, svaniscono e i primi a sparire sono i dettagli. E sono i dettagli a fare la differenza, sono gli imprevisti e la persona "venuta male". La fotografia, quando era autentica, ci consentiva di fermare il tempo per rivedere i momenti nella loro complessità imperfetta.
Paradossalmente nell'era digitale la tecnologia ci consente di scattare, guardare immediatamente e conservare per sempre tonnellate di foto in dispositivi piccolissimi e portatili ma invece abbiamo imparato ad avere ricordi usa e getta che nessuno guarda più e chi li vede passare, mescolati a miliardi di altre immagini, se ne dimentica. Compresi noi.
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