Dal regno della fuffa è tutto: dopo l'impennata del trash (e il dominio dell'AI) i social sono finalmente morti
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I social media, dopo anni di dominio incontrastato sulle nostre vite, stanno collassando. E non si tratta di un collasso tecnico o economico ma di un crollo culturale e umano che i numeri confermano.
Secondo l’analista Vincenzo Cosenza, tra il 2024 e il 2025 gli utenti complessivi sono in calo: la contrazione è dello 0,16 per cento, un dato apparentemente modesto, ma significativo se lo si legge come parte di una curva discendente che ha appena iniziato la sua traiettoria. Il caso più eclatante è quello di X (ex Twitter): -27,6 per cento nel 2025, con 4,4 milioni di utenti italiani persi (vien da dire ci mancherebbe, visto l'ambientino) e un crollo del 30 per cento nel tempo di permanenza sulla piattaforma.
Altri social non se la passano meglio: Twitch registra un -35 per cento, Tumblr perde il 40 per cento del tempo speso, Facebook lascia sul campo 1 milione di utenti (-2,9 per cento), Instagram cala dell’1,9 per cento. Anche YouTube, la corazzata dell’intrattenimento video, segna un -1 per cento.
Un’inversione di tendenza netta che però ci sentiamo di dire, era prevedibile: i social non offrono più nulla. Negli ultimi anni si è consumata una trasformazione devastante dello spazio e, pure, una forma di controllo agita dai proprietari che argina e censura i contenuti che considera "problematici". Ma sostanzialmente è accaduto che quelli che un tempo erano strumenti di connessione e condivisione sono diventati palchi per l’esibizionismo compulsivo, vetrine dell’egocentrismo, fabbriche di intrattenimento senza contenuto.
Cibo finto, skincare cancerogene, arredamento improbabile, vestiti di plastica
La maggioranza dei piatti spettacolari che vediamo non sanno di niente, quando non causano intossicazioni a chi li prova a casa. I trattamenti di bellezza casalinghi sono inutili (e la denuncia viene da professionisti/e) quando non dannossissimi, e provocano irritazioni o bruciature. I tutorial che imitano la manualità senza insegnare nulla, ma costringono a vedere svariati secondi di preparazione di qualcosa che era già noto trent'anni fa.
Tutto è performativo, nulla è reale. E il pubblico, sempre più disilluso, ha cominciato a capire che c’è una distanza incolmabile tra ciò che si vede e ciò che è. Nel frattempo, la voglia di visibilità ha consumato le persone che hanno deciso di trasformare ogni gesto quotidiano in un pretesto per farsi guardare.
Ogni istante della vita è un potenziale contenuto: vediamo gente che fa la spesa, gente che cucina, gente che cambia il pannolino, gente che cammina e dice la sua su persone e cose che non conosce nessuno. "Volevo commentare la shitstorm su Riccardo", si sente dire aprendo TikTok. Ma chi è Riccardo? Ma cosa c'è da dire e da mostrare? Vogliono solo presenziare, filtrati e filtrate, per specchiarsi nella fotocamera.
E infatti, quando si esaurisce il repertorio, si passa ai figli e alle figlie. Sappiamo che i contenuti a tema "Family" sono aumentati del 95 per cento nell'ultimo anno. Sì, siamo al punto più basso di questo egocentrismo digitale: l’esposizione sistematica dei minori. Neonati in posa, bambini usati per generare tenerezza e quindi click, e quindi denaro, infanzie trasformate in narrazione pubblica per colmare il vuoto creativo e finanziario di genitori che non vogliono lavorare ma vogliono essere famosi. Un cataclisma etico e culturale.
Non si tratta più di comunicare qualcosa, di partecipare a qualcosa: si tratta di non sparire, anche a costo di fare balletti ridicoli nel proprio tinello. Ed ecco perché la gente sta mollando i social, perché si annoia. Ed è una noia profonda, sistemica, verso contenuti ormai indistinguibili, replicati, privi di significato.
Le vite delle persone comuni hanno smesso di essere interessanti, in questa costante e autoprodotta versione super trash del Grande Fratello. Il problema è strutturale. I social hanno incentivato per anni una cultura narcisistica e autoreferenziale. Ma - senza offesa per chi di mestiere non fa la celebrity - è stato interessante, per un periodo, vedere Madonna che faceva colazione a casa sua o Achille Lauro che passeggiava. È normale, da quando è nato il divismo abbiamo collettivamente tentato di bucare il velo che separa le persone comuni dai divi, dalle dive. E con i social abbiamo avuto l'illusione di farlo.
Il 57% dei contenuti è generato dall'AI
Ma nel frattempo abbiamo imparato a misurare il valore di ciò che facciamo in base a quante persone lo guardano. Abbiamo creduto che ogni pensiero meritasse una story, ogni emozione una reaction, ogni gesto un palcoscenico. E ora ne paghiamo il prezzo: l’assuefazione, la disillusione, il rigetto. Non si tratta di demonizzare i social, che sono stati anche strumenti preziosi a cominciare dal loro annullare le distanze geografiche, per non dire che sono (stati) il mezzo più democratico che sia mai esistito, fino alle odierne censure di Meta.
Ma è evidente che qualcosa ci è sfuggito di mano. Nessuno sa più stare in silenzio, nessuno sa più stare al proprio posto. Tutti, tutte, hanno la convinzione che il mondo debba loro qualcosa, per esempio attenzione e validazione. Mentre nella realtà i contenuti che girano di più sono quelli generati con l'intelligenza artificiale: i gattini, le persone che cadono e fanno ridere (...), i consigli sullo sport da praticare, i video di self empowerment e spiritualità sono tutti finti. Non stiamo nemmeno più guardando persone reali.
Allora in questo panorama desolato non può che resistere ha in effetti qualcosa di già valido da offrire. Chi ha un mestiere vero, chi lavora con le mani, chi sa creare. Chi cucina davvero, chi scrive per davvero, chi disegna, costruisce, ripara, vende cose vere, di qualità vera. Chi non ha mai basato il proprio valore sui like, ma sulla qualità di ciò che produce sopravviverà e probabilmente continuerà ad avvalersi dei social come vetrina, non come rifugio né come unica fonte di guadagno. Chi invece ha costruito il proprio impero sul nulla non può che sparire. E sì, è giusto così.
Una selezione naturale del mondo digitale che forse ci condurrà a una nuova era. Dopo anni di bulimia comunicativa, di narcisismo da vetrina, di reality personali autoprodotti, potremmo assistere a un ritorno all’umano. Forse non saremo più ossessionati, ossessionate, dal farci vedere, ma dal fare qualcosa, dal parlare davvero con le altre persone piuttosto che avviare monologhi che nessuno ascolta da tempo.
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