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L'ascensore sociale si è rotto con i Millennial dentro: sono i primi a stare peggio dei genitori

Forse bisognerebbe smettere di chiedere ai millennial perché non comprano casa, perché non fanno figli, perché non mettono radici, perché non risparmiano abbastanza.

I millennial sono la prima generazione dell’Occidente del dopoguerra a vedere incrinarsi in modo strutturale la promessa che i figli avrebbero avuto più sicurezza materiale dei genitori. In poche parole sono la prima generazione (tra le recenti) a stare peggio di quella dei genitori.

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Il punto è questo: per decenni, da dopo il 1945, la prassi era che ogni generazione avrebbe fatto almeno un passo avanti. I figli e le figlie dei contadini sarebbero diventati operai, impiegati, laureati, i figli e le figlie degli operai sarebbero entrati nella classe media e i figli e le figlie della classe media avrebbero comprato casa, avuto stabilità, perfino prestigio e avrebbero accumulato patrimonio.

lavorare mille ore a settimana e dipendere dai genitori

Non sempre accadeva, ovviamente, ma era una traiettoria abbastanza comune. Questo con i millennial non succede. Davanti ai millennial questa traiettoria si interrompe per la prima volta in modo visibile e soprattutto diffuso. Non perché tutti i millennial siano poveri, povere, senza possibilità di studiare e avanzare (socialmente, economicamente) rispetto ai propri genitori, ma perché cambia il rapporto tra impegno e risultato.

Le generazioni precedenti entravano nell’età adulta dentro a economie in cui salari, casa, lavoro stabile e welfare rendevano più plausibile costruire autonomia al contrario dei millennial che invece, arrivano adulti dentro una sequenza di crisi da quella del 2008, all'austerità, l'inesorabile precarizzazione e il costo della casa totalmente fuori scala. E questo al netto della pandemia, altro momento che francamente non ci meritavamo.

Quindi sono la prima generazione a stare peggio dei genitori in questo senso, perché sono la prima generazione cresciuta con la promessa del progresso ma che diventa adulta quando quella promessa non funziona più.

La novità è proprio dentro a quella delusione, vivere l'adolescenza credendo davvero che basta fare la propria parte per vivere bene e scoprire che non è così ma che un tempo era davvero così. Ed è la parte che brucia di più.

Quella della casa è la questione peggiore

Per molti genitori è stato facile, per molti millennial è la prova documentale della propria insufficienza economica perché i prezzi immobiliari e gli affitti hanno corso in avanti molto più velocemente di quanto non abbiano fatto gli stipendi. Una generazione intera si è sentita accusare di non saper diventare adulta proprio mentre veniva privata degli strumenti economici di cui hanno goduto le altre generazioni, a cominciare dalla stabilità lavorativa.

Secondo l’Istat, nel 2024 il 67,7 per cento degli uomini tra i 18 e i 34 anni vive con i genitori, contro il 58,7 per cento delle donne. La permanenza nella famiglia d’origine è aumentata dopo la Grande recessione e poi di nuovo con la pandemia. Se viene raccontata come un tratto culturale, come se gli italiani e le italiane fossero semplicemente mammoni, è per chiara malafede: molti giovani restano a casa perché uscire costa troppo e il lavoro che si svolge non basta.

Nel 2024, in Italia, la povertà assoluta tra i 18 e i 34 anni riguarda l’11,7 per cento dei giovani, oltre un milione di persone. È una cifra che dovrebbe bastare a chiudere la stagione dei predicozzi generazionali perché è evidente che problema è l’abbassamento del rendimento del sacrificio che pure si continua a pretendere.

l'ascensore sociale si è rotto con i millennial dentro

Studiare non garantisce più il funzionamento dell’ascensore sociale, lavorare non garantisce più autonomia (vera, non quella che impone coinquilini/e) e avere un contratto non garantisce più una casa e una stabilità perché il grande divario tra millennial e genitori passa dalla quota di stipendio mensile e ciò che (non) resta a fine mese.

L’Ocse segnala che le generazioni più anziane hanno beneficiato più dei giovani della crescita dei redditi e dell’aumento del valore degli asset, soprattutto immobiliari e in Paesi come Italia e Spagna, i millennial incontrano maggiori difficoltà nell’accumulare ricchezza rispetto alle generazioni precedenti.

E che succede quando il lavoro non produce più stabilità e il patrimonio dipende sempre di più dalla famiglia di partenza? Succede che il merito smette di essere un criterio credibile. La società continua a dire ai giovani di impegnarsi ma intanto premia chi eredita e chi può permettersi uno stage mal pagato perché alle spalle c’è qualcuno che paga l’affitto. Il risultato è una mobilità sociale sempre più debole e una disuguaglianza sempre più dinastica: non conta solo quanto lavori, ma da dove parti, che famiglia hai, quale patrimonio ti sostiene, quali rischi puoi permetterti di correre.

La cosa più ingiusta è che nonostante sia evidente la condizione in cui stanno vivendo, i millennial continuano a essere raccontati come eterni adolescenti incapaci di vivere come dei "veri adulti". Forse sarebbe il caso di smettere di chiedere ai millennial perché non comprano casa, perché non fanno figli, perché non mettono radici, perché non risparmiano abbastanza visto che la risposta a tutte queste domande è "perché non possono".