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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Lavoro, quasi la totalità dei Millennial vorrebbe ricominciare da zero (e sogna un sistema senza Boomer)

Le promesse da marinaio dei Boomer non hanno più alcuna presa: i Millennial si emancipano dalle regole dei più vecchi (che stanno pure mandando al fallimento aziende)
di Eugenia Nicolosi

Pare che il 91 per cento dei Millennial cambia lavoro ogni tre anni circa o almeno sogna, medita, di farlo (qui lo studio). I Millennial sognano anche di ricominciare da zero, sganciandosi dalle pratiche dei Boomer, mentre i Boomer stanno bene dove stanno (e certo) e rimangono nello stesso posto di lavoro una media di circa dieci anni.

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Perché i Millennial cambiano lavoro più spesso

I motivi sono più che ovvi: i Millennial vivono nel desiderio di crescita professionale promesso ma mai realizzato, mentre i Boomer coprono ruoli apicali da quando avevano l'età che hanno oggi i MillennialI Boomer hanno anche stipendi più alti e in generale una qualità della vita soddisfacente: i loro sogni, in sostanza, si sono più o meno avverati. La quasi totalità dei Millennial invece sogna una progressione di carriera che non arriverà mai, per questo cambiano posto di lavoro o comunque ipotizzano di farlo: si spostano verso lidi più promettenti o almeno meno frustranti, cercando la stabilità.

Il mercato del lavoro ha addestrato i Millennial ad accettare qualsiasi condizione perché "alla fine qualcosa otterrai", intanto ringrazia. Nel frattempo, ai piani alti, il potere resta saldamente in mano a una generazione che ha costruito le proprie certezze in un altro secolo e continua a imporle come se nulla fosse cambiato.

Il divario tra Millennial e Boomer nel mercato del lavoro

Il risultato è un sistema formalmente aperto ma sostanzialmente blindato, dove la mobilità diventa necessaria perché, paradossalmente, il valore di un lavoratore o lavoratrice viene riconosciuto quando la persona arriva da altre aziende o società. Mai all'interno del posto in cui si lavora già, dove si potrebbe rimanere immobili praticamente per sempre.

Per anni il racconto sui Millennial è stato sempre lo stesso: incostanti e allergici al sacrificio, incapaci di scegliere una strada e restarci. Ma è una caricatura che ai Boomer serve per non guardare in faccia la realtà. Perché la verità è che i Millennial non hanno inventato l’instabilità, sono stati costretti a farsela piacere e ad adattarvisi perché i Boomer hanno impedito all'erba di crescere dopo il loro passaggio. Sì: i Boomer sono come Attila.

La generazione dei Millennial è cresciuta con le promesse del vecchio ascensore sociale ma è arrivata, iper specializzata e competente, quando quell’ascensore era ormai fuori servizio. E quindi si accollano anche le battute sul tempo infinito che hanno "sprecato a studiare".

Il problema però non è soltanto economico: i Boomer hanno costruito il loro immaginario del lavoro in un mondo pre-internet, ancora centrato sulle grandi filiere produttive, sulle carriere lineari e sulle gerarchie che, chiaramente, vogliono mantenere a tutti i costi. Il mondo dei Boomer era ed è un mondo in cui il posto fisso ha un valore materiale oltre che simbolico: il lavoro per i Boomer è la loro stessa identità.

La crisi dei Millenial sul lavoro: promesse di carriera mai realizzate

Peccato che quel modello è stato poi smontato pezzo dopo pezzo, sempre da loro, nel nome della modernizzazione: delocalizzazione, globalizzazione, esternalizzazioni, compressione dei salari, culto della flessibilità ("perché sennò ne trovo altri mille che fanno il lavoro al posto tuo"). Hanno distrutto le condizioni che rendevano possibile la stabilità, ma hanno lasciato intatto il linguaggio morale con cui continuano a giudicare chi quella stabilità non riesce più a raggiungerla.

E così ai Millennial è toccato il peggio di due epoche. Da una parte, un sistema che pretende ancora fedeltà, pazienza, gavetta, subordinazione e dall’altra, un’economia che offre contratti fragili, stipendi erosi, carriere intermittenti, costi della vita fuori scala. In mezzo, un’enorme ipocrisia.

Perché il lavoro viene ancora raccontato come un percorso di crescita ma nella pratica è spesso una sequenza di prove a eliminazione. Praticamente è un feroce reality ipercompetitivo.

"cercasi apprendista con esperienza": il problema dei contratti fragili e stipendi bassi

Gli annunci entry level che richiedono anni di esperienza non sono una stortura marginale: sono il manifesto di questo tempo. Ti chiamano junior ma ti vogliono già formato, formata. Qui sta il punto politico della questione: il sistema non è in crisi perché i giovani non si adattano, è in crisi perché continua a funzionare secondo una logica vecchia e che sembra costruita per difendere chi è già insediato.

Le gerarchie dei Boomer non sopravvivono per caso ma perché l’intero impianto del lavoro contemporaneo, pur presentandosi come meritocratico, è strutturato per proteggere rendite di posizione, anzianità accumulate in un altro ciclo economico, modelli di leadership ormai svuotati. La retorica del merito serve a selezionare verso il basso; la stabilità vera resta concentrata verso l’alto.

Per questo i Millennial cambiano lavoro: perché hanno imparato che la permanenza, da sola, non garantisce più nulla. Restare, più spesso di quanto non vorremmo, può voler dire semplicemente perdere anni. Allora cambiare lavoro, perfino settore professionale, è una strategia di difesa. È il tentativo di strappare aumenti che internamente non arrivano, di sfuggire ad ambienti tossici, di trovare un minimo di riconoscimento ed equilibrio in un mercato che chiede tutto e restituisce poco. Anzi quasi niente.

I Millennial cambiano lavoro perché cercano stabilità

La questione dei Millennial mette a nudo il grande fallimento ideologico degli ultimi decenni e lo spaesamento generazionale. Anche perché a cosa, esattamente, dovrebbero restare fedeli? A un sistema che non offre loro assolutamente niente e in più pretende da loro forme di adattamento infinito? A un mercato del lavoro che promette crescita per giustificare anni di sottoinquadramento? A gerarchie che invocano il merito mentre blindano accesso, stipendi e avanzamenti a persone che intanto mandano intere aziende a gambe all'aria perchè non si formano? La frattura è tutta qui. Non tra giovani e lavoro, ma tra una generazione e le regole vecchie e fallimentari a cui le viene chiesto di sottostare per sopravvivere.

I Millennial non stanno abbandonando il campo. Stanno prendendo atto che il campo è truccato e allora hanno capito prima delle altre generazioni che il lavoro, così com’è stato organizzato da chi comanda, non garantisce più né identità né futuro. Né stabilità. E allora stanno provando a riscrivere le regole.