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Famiglia queer Aggiornato alle 2 minuti di lettura

Michela Murgia e la famiglia omogenitoriale (che non trova spazio in Italia)

Michela Murgia e la famiglia omogenitoriale (che non trova spazio in Italia)
(getty images)
Su Instagram, Michela Murgia sta raccontando la queerness della sua famiglia, per sottolineare quanto sia importante conoscere, oltre che riconoscere, modelli famigliari che esistono e che si allontanano dall'idea "tradizionale" di nucleo.
di Alice Michielon

 

Michela Murgia: com’è essere una coppia omogenitoriale

La queerness familiare è una cosa che esiste e raccontarla è una necessità sempre più politica”, scriveva in un recente post su Instagram l’attivista e scrittrice Michela Murgia. Lo ha ribadito di nuovo, con intenzioni e dichiarazioni, in un ultimo scritto pubblicato sul proprio profilo social, in cui racconta, per la prima volta in maniera pubblica, il suo essere mamma di Raphael insieme a Claudia. Insieme, compongono “l’unica coppia omogenitoriale” all’interno della “nostra famiglia queer”, “perché da 12 anni condividiamo un figlio”.
Il racconto è delicato e toccante non per una sua asprezza interna, ma (purtroppo) per il contesto in cui esso è costretto a germogliare. “Nei successivi dodici anni io ho divorziato, lei si è sposata, abbiamo vissuto tante cose insieme, ma una cosa non è mai cambiata: siamo rimaste le madri di Raphael. È stato facile? Sì e no. La parte facile l’ha fatta lui, che ha un’intelligenza emotiva che noi neanche dopo una vita di analisi. La parte difficile l’hanno fatta gli altri”.

Cambiare prospettiva dopo la diagnosi

Risale a poco tempo fa l’intervista in cui Michela Murgia ha raccontato la sua malattia, un cancro al quarto stadio, che “non è una catastrofe, ma un pezzo della mia vita, che vale come gli altri e non voglio trattarla come un segreto oscuro o una cosa di cui vergognarmi”. Una malattia la cui diagnosi risale al 2014, ma di cui non ha parlato perché “non volevo pietà, non volevo essere accusata di sfruttare la malattia. Avrei potuto fermarmi, ma avrei vanificato l’impegno di centinaia di persone. Allora ho tenuto duro, e sono andata a curarmi fuori dalla Sardegna: se avessi fatto la chemio a Cagliari, mi avrebbero riconosciuta e sarei finita sui giornali. Ho taciuto anch’io con i miei familiari più cari, mia madre e mia zia, perché ho capito che non avrei potuto affrontare il loro lutto. Una mamma che vede la figlia malata di cancro può solo essere disperata. Se io non ero cambiata perché avevo un tumore, il mio tumore avrebbe potuto paradossalmente cambiare loro".

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La consapevolezza della malattia, però, ha cambiato anche la sua prospettiva sulla propria famiglia omogenitoriale e sul modo in cui la legge italiana la regola. “Parentado biologico diffidente, quando non ostile. Compagni giudicanti. Conoscenti morbosi. Mille spiegazioni. Silenzi di protezione. La paura che a una dogana qualcuno ti chieda perché viaggi all’estero con un minorenne che non è tuo figlio. La certezza che non puoi andarlo a prendere a scuola, perché non sei nessuno. La preoccupazione che a lei succeda qualcosa e tu non possa dire: ci sono anche io. O che succeda qualcosa a te e lui non possa dire: era mia madre. Ci siamo nascoste per anni, madri in casa, amiche fuori, per far stare tranquillo il mondo. Poi un anno e mezzo fa mi sono ammalata ed è cambiato tutto”.
In Italia, sul tema, il tavolo è ancora aperto: dopo la decisione di vietare la registrazione dei figli delle coppie gay per il genitore non biologico, l’Eurocamera ha infatti approvato un emendamento al testo della Risoluzione di Stato di diritto che “condanna le istruzioni date dal governo italiano alla municipalità di Milano di sospendere la registrazione delle adozioni delle coppie omogenitoriali”.