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Maternità in Italia significa Child Penalty (anche per la Gen Z): "Equilibriste 2026" di Save The Children

La maternità prima dei trent'anni è un'eccezione, la child penalty è brutale come la violenza economica e la dipendenza dal partner: cosa dice il report sulla maternità Le Equilibriste 2026 di Save the Children

Il report sulla maternità "Le Equilibriste 2026" di Save the Children racconta l’Italia delle madri e non ci va piano: un figlio, per le donne, significa ancora uscire dal mondo del lavoro, perdere reddito, dipendere economicamente dal partner o dall’ex partner. 

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Il Paese che da anni invoca più figli resta lo stesso in cui diventare madre significa esporsi a una penalizzazione estrema.

scegliere di diventare madri a condizioni impossibili

La maternità in Italia continua a essere trattata come una scelta "libera" oltre che privata, quando i costi che comporta sono immensi, vincolanti e soprattutto pubblici e sociali. Nel dossier curato dall'esperta in demografia Alessandra Minello, il Paese che da anni invoca più nascite resta anche quello in cui diventare madre significa esporsi a una penalizzazione nel lavoro, nella carriera, nel reddito e, nei casi più gravi, nell’autonomia economica e quindi personale.

La cornice è quella di una crisi demografica ormai strutturale. Nel 2025 i nuovi nati sono stati circa 355 mila, il 3,9 per cento in meno rispetto all’anno precedente e l’età media al parto è arrivata a 32,7 anni. L’Italia è sotto la soglia di sostituzione ormai dal 1976: e andrebbe indagata quale sia la reale condizione di "normalità": se da cinquant’anni il numero medio di figli per donna non torna sopra 2,1. non è detto che la normalità fosse averne sei, o dieci. 

Il tema centrale sono le condizioni sotto a cui una donna può scegliere di avere figli oppure no perché oggi la natalità entra dentro il lavoro, dentro il welfare, dentro la casa, dentro la distribuzione della cura. Prima no. E soprattutto dentro il denaro: quello guadagnato e quello condiviso con il partner.

save the children: "97 mila italiane subiscono violenza economica"

Uno dei passaggi più forti riguarda la violenza economica, perché il controllo delle risorse è una forma di potere. Può voler dire monitorare le spese, impedire l’accesso al conto, negare informazioni sul reddito familiare, ostacolare la ricerca di un lavoro, sabotare la vita professionale. Secondo i dati Istat citati dal dossier, tra le donne italiane che nel 2025 sono in una relazione di coppia, l’1,1 per cento, circa 92 mila donne, ha subito violenza economica; la quota sale all’1,3 per cento tra chi ha marito o convivente. Il dato si aggrava quando ci sono figli conviventi. Tra le donne con figli, l’1,3 per cento, pari a 91.914 donne, subisce violenza economica dal partner attuale.

La forma più diffusa è l’impedimento a lavorare o a cercare lavoro, indicata dal 6,9 per cento. Seguono il danneggiamento di oggetti personali, il divieto di conoscere l’ammontare del reddito familiare, l’esclusione dalle decisioni sull’uso del denaro e l’impossibilità di usare il bancomat.

child penalty: non l'abbiamo debellata e la gen z ci farà i conti

Ma parliamo della child penalty, la documentata penalizzazione che colpisce le donne che diventano madri (che non esiste per i padri). Il dossier la definisce come l’insieme degli svantaggi occupazionali e retributivi subiti dalle madri costrette a conciliare lavoro e cura. In Italia, secondo il Child Penalty Atlas citato da Save the Children, la penalizzazione associata alla maternità è pari al 33 per cento e circa il 60 per cento del gender gap occupazionale è spiegato proprio dalla child penalty.

La nascita di un figlio diventa quindi uno dei principali meccanismi attraverso cui le disuguaglianze tra uomini e donne si consolidano nel mercato del lavoro. Tra le donne tra i 25 e i 54 anni, l’occupazione peggiora a seconda dei figli: va dal 68,7 per cento tra chi non ha figli al 63,2 per cento tra chi ha almeno un figlio minorenne. Scende fino al 58,8 per cento tra chi ha due o più figli. Per gli uomini avviene il contrario, il tasso di occupazione cresce: passa dal 78,1 per cento tra chi non ha figli al 92,8 per cento tra chi ha figli minori. Diventare padre rafforza la presenza nel mercato del lavoro; diventare madre la indebolisce. Conveniente, vero?

le discriminazioni aumentano insieme al numero di figli

La frattura è ancora più dura tra i giovani. Tra i 20-29enni, gli uomini con figli lavorano nell’87,2 per cento dei casi, contro il 52,6 per cento degli uomini senza figli. Le donne giovani senza figli lavorano nel 42 per cento dei casi, le madri solo nel 33,4 per cento. Con due o più figli, i padri sono occupati nell’83,7 per cento dei casi, le madri appena nel 23,2 per cento.

L’inattività rende il divario ancora più evidente: quasi sei giovani madri su dieci tra i 20 e i 29 anni sono inattive, contro poco più di sei giovani padri su cento. Con due o più figli, sono inattive il 70 per cento delle madri e il 5,8 per cento dei padri. Ma, per chi lavora, la penalizzazione passa anche dai salari. Nel 2024, secondo i dati Inps citati dal report, la retribuzione giornaliera media lorda delle donne nel settore privato è pari a 82,63 euro, contro 111,25 euro degli uomini: un divario del 25,7 per cento. Nel pubblico il gap esiste ugualmente e resta al 20,5 per cento. La maternità si innesta quindi in un mercato già diseguale e ne amplifica gli effetti.

A sostenere questa asimmetria c’è anche il sistema dei congedi. Nel 2024, su 100 giornate di congedo parentale utilizzate, 85 sono state prese dalle madri e 15 dai padri. Lo squilibrio si è leggermente ridotto rispetto al passato ma resta altissimo. Il dossier segnala anche un rischio: l’aumento dell’indennità all’80 per cento, senza un rafforzamento del congedo di paternità non trasferibile, può finire per prolungare l’assenza delle madri dal lavoro e lasciare i padri più agganciati alla continuità professionale.

la maternità prima dei 30 anni è un'eccezione

Nel 2025 le mamme tra i 20 e i 29 anni sono 300.320, appena il 2,9 per cento di tutte le madri. La maternità prima dei trent’anni è diventata una traiettoria eccezionale: può avere vantaggi biologici e relazionali, ma significa mandare a gambe all'aria una fase delicatissima della vita professionale. Ingresso nel mondo del lavoro, autonomia abitativa incompleta, redditi fragili: tutto ancora, a trent'anni, è instabile

Il lavoro produttivo, però, racconta solo una parte del peso. Il report dedica un approfondimento al carico mentale, cioè tutto ciò che precede l’azione materiale: ricordare, prevedere, organizzare, anticipare bisogni, tenere insieme scadenze e responsabilità familiari. Secondo lo studio FORTIES citato dal report 2026 di Save the Children, il carico mentale materno è sistematicamente più alto di quello del partner.
il 69 per cento delle madri tra i 18 e i 24 anni e il 59 per cento di quelle tra i 25 e i 29 anni dichiara problemi di salute mentale, tra depressione, ansia, burnout o depressione post partum.

Resta poi il nodo dei servizi, argomento di cui abbiamo parlato tantissimo: senza servizi di cittadinanza le madri sono condannate a essere solo madri. Nell’anno educativo 2023/24 i posti autorizzati nei servizi per la prima infanzia, pubblici e privati, erano 378.500, pari a 31,6 posti ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni. Il target europeo da raggiungere entro il 2030 è il 45 per cento, per dire.

anche nel 2026 le madri pagano la scelta a carissimo prezzo

La crescita c’è, ma il dossier - e pure noi - la giudica insufficiente, anche perché l’incremento è trainato dal settore privato, che assorbe il 78,4 per cento dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto all’anno educativo precedente. Più posti, quindi, non significa automaticamente più diritto al nido.

La conclusione del report è una richiesta politica precisa: superare l’approccio emergenziale alla natalità e costruire politiche capaci di tenere insieme lavoro, welfare, condivisione della cura e servizi educativi: la maternità resta formalmente una scelta libera ma non lo è. Diventa concretamente diseguale quando una donna deve pagare quella scelta con il lavoro, il reddito, il tempo, la salute mentale o la propria autonomia economica. Cioè con la vita.