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Diritti umani Aggiornato alle 3 minuti di lettura

La lettera di Ilaria Salis, la Giovanna d’Arco delle carceri ungheresi: ecco com’è stato il suo anno di detenzione

La lettera di Ilaria Salis che racconta gli orrori della prigione
La lettera di Ilaria Salis che racconta gli orrori della prigione  (getty images)
È stata pubblicata la lettera di Ilaria Salis in cui la maestra elementare accusata di aggressione a due neonazisti descrive le condizioni inumane delle carceri ungheresi, nelle quali è detenuta dal febbraio 2023. Terribili condizioni di igiene, isolamento e trascuratezza: le sue parole dipingono il quadro più drammatico.
di Maya Artusi Moro

La data della lettera-memoriale in cui Ilaria Salis descrive le condizioni inumane della sua detenzione in Ungheria risale al 2 ottobre 2023. Lo scritto è stato fatto pervenire in Italia grazie ad un ex politico italo-ungherese di sinistra in servizio presso il Consolato italiano a Budapest e consegnato successivamente nelle mani dell’avvocato Eugenio Losco, con il quale la maestra elementare e attivista antifascista era impossibilitata da avere contatti. È da allora che le autorità italiane sono a conoscenza della situazione della prigioniera, accusata di aver partecipato ad un pestaggio ai danni di manifestanti neofascisti nel febbraio 2023. Il caso ha riguadagnato attenzione mediatica di recente, quando la donna è stata vista in udienza ammanettata mani e piedi e con un guinzaglio al collo. 

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Condizioni igieniche disumane: la lettera di Ilaria Salis 

Trasferita di cella undici volte in otto mesi, negata dal ricevere ricevere strumenti per pulire gli ambienti, costretta a rimanere con le stesse lenzuola sporche per più di cinque settimane consecutive. "Per i primi tre mesi sono stata tormentata dalle punture delle cimici da letto,” scrive la donna: “che mi creavano una reazione allergica. Le celle e i corridoi interni sono popolate da scarafaggi, mentre in quello esterno, appena fuori dall’edificio, da cui dobbiamo passare per andare all’aria, spesso si aggirano i topi. A volte viene fatta la disinfestazione nelle celle e veniamo fatte uscire giusto il tempo di spruzzare il veleno, ma quando entro dentro faccio fatica a respirare, mi brucia il naso, mi gira la testa".  L’ora d’aria concessa alle prigioniere è letteralmente una sola all’interno delle ventiquattro che compongono la giornata, trascorse completamente serrate al chiuso. Perfino gli abiti forniti dalla questura che la trentanovenne è forzata ad indossare sono sporchi e di misura sbagliata: “Mi hanno costretta indossare un paio di stivali con i tacchi a spillo che non erano della mia taglia.” 

L’isolamento e la mancata erogazione di cure 

A fronte di una visita di controllo per un “nodulo benigno”, diagnosticato ad Ilaria in Italia, dove le era stato prescritto di tenerlo controllato da vicino, le preoccupazioni di Ilaria vengono ignorate: "Mi hanno detto a voce che va tutto bene e che non dovrei svolgere altri controlli. Mi è sembrato strano", sentenza a cui non segue, per giunta, l’erogazione di alcun referto. In carcere di massima sicurezza da febbraio 2023, la donna, sospettata di essere parte di un’organizzazione di estrema sinistra che pianifica aggressioni fisiche contro simpatizzanti di estrema destra (neofascisti e neonazisti), indica anche che per sei mesi non le è stato permesso di comunicare con la famiglia e gli avvocati. Oltretutto per le sedute in tribunale, l’umiliante usanza corrisponde ad un trattamento deumanizzante: "Qui ti mettono un cinturone di cuoio con una fibbia a cui legano le manette, due cavigliere di cuoio chiuse con due lucchetti e il guinzaglio. Si rimane legati così per tutta la durata dell’udienza". 

Questa foto raffigura una delle undici celle in cui Ilaria è stata trattenuta durante i mesi di prigionia
Questa foto raffigura una delle undici celle in cui Ilaria è stata trattenuta durante i mesi di prigionia  (getty images)

L’udienza in tribunale incatenata e al guinzaglio 

Le immagini agghiaccianti della seduta hanno fatto il giro del mondo, risvegliando l’attenzione del pubblico sul caso. Perfino per gli avvocati (Eugenio Losco e Mauro Straini), che erano a conoscenza dei dettagli, sono rimasti scioccati: “Ci aveva detto che veniva sempre trasferita in queste condizioni, ma vederla ci ha fatto davvero impressione. Era tirata come un cane, con manette attaccate a un cinturone da cui partiva una catena che andava fino ai piedi, con questa guardia che la tirava con una catena di ferro. Ed è rimasta così per tre ore e mezza”. Eppure, in tribunale Ilaria sorrideva radiosa, poiché per la prima volta è riuscita a vedere insieme ai suoi familiari anche degli amici, con cui ha finalmente parlato senza la frapposizione di un vetro.

Il rifiuto dei domiciliari in Italia 

È stata la prima udienza del processo che imputa ad Ilaria l’accusa di aver perpetrato un'aggressione nei confronti di due nazisti avvenuta l’11 febbraio 2023 (la “giornata dell’onore”, una ricorrenza per la quale ogni anno a Budapest si riuniscono migliaia di nostalgici del Terzo Reich) insieme ad altri militanti che sono stati fermati in un taxi. La maestra di scuola primaria si è sempre detta e continua a dichiararsi innocente, ed ha rifiutato il patteggiamento di 11 anni di reclusione offertogli dalla procura. In aula, le due presunte vittime, i quali se la sono cavata con un paio di giorni di prognosi, non erano presenti. La seconda seduta è stata aggiornata al 24 maggio, data fino alla quale la donna sarà costretta a rimanere in carcere a meno che l’Ungheria non accetti delle misure di detenzione alternativa proposte dal nostro stato. 

Arresti domiciliari: una possibilità?
Arresti domiciliari: una possibilità?  (getty images)

Cosa succede ora ad Ilaria? 

Già i domiciliari in Italia sono stati richiesti dagli avvocati, e per ben tre volte (giungo, settembre e novembre 2023), ma le richieste sono state rifiutate a più riprese dai giudici ungheresi per “pericolo di fuga”: è dunque alquanto improbabile che questa strada diventi percorribile in futuro. Non potendo rientrare nel proprio paese, il primo passo potrebbe essere quello degli arresti domiciliari nella capitale ungherese. Il padre di Ilaria, Roberto Salis, ha espresso per la prima volta un moderato ottimismo vedendo la generale riscossione delle coscienze avvenuta negli ultimi giorni e l’attenzione ora dedicata al caso dalle autorità politiche: non sarà facile, ma “si inizia a vedere un po’ di luce.” E se il piano non dovesse funzionare, rimane comunque l’opzione di ricorrere alla Corte europea di Strasburgo “per per la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che è già costata altre condanne all'Ungheria". 

Apparentemente, le compagne di cella di Ilaria l’hanno soprannominata ‘Giovanna d’Arco’, perché è riuscita ad ottenere cose per loro impensabili. Ci si augura solo che le sue condizioni in carcere possano migliorare.