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Laura Santi è morta con il suicidio assistito: la sua scelta e la questione aperta delle leggi in Italia

Scomparsa Laura Santi, si parla delle lacune legislative rispetto al suicidio assistito in Italia 

Dopo un lungo percorso legale e tre anni di attesa, Laura Santi ha scelto di morire con il suicidio assistito. Affetta da una grave forma di sclerosi multipla, aveva ottenuto il via libera dalla sua Asl solo nel 2024. La sua storia riaccende il dibattito sulle leggi in Italia sul fine vita e sull'autodeterminazione individuale.

“La vita è degna di essere vissuta, se uno lo vuole, anche nelle condizioni più feroci. Ma dobbiamo essere noi a decidere”. Con queste parole, Laura Santi, giornalista umbra di 50 anni, ha salutato il mondo, scegliendo di morire con il suicidio assistito nella sua casa a Perugia, circondata dall’affetto del marito Stefano.

Affetta da una forma avanzata e progressiva di sclerosi multipla, Laura aveva perso l'uso del tronco e degli arti, era completamente tetraplegica e costretta in sedia a rotelle da 16 anni. Le sue condizioni, come lei stessa aveva raccontato in interviste pubbliche e comunicazioni private, erano diventate “un inferno quotidiano” fatto di dolori costanti, spasmi, incontinenza e totale dipendenza da altri.

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Tre anni di battaglie per accedere al suicidio assistito

Nonostante il suo stato clinico, il percorso per ottenere il suicidio assistito è stato lungo, tortuoso e carico di ostacoli. La sua richiesta risale al 2022. Ci sono voluti tre anni, due denunce, due diffide, un ricorso d’urgenza e un reclamo legale per ottenere finalmente, nel novembre 2024, una relazione medica che attestasse il possesso dei requisiti previsti dalla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale.

Quella sentenza, nota per il caso di DJ Fabo e Marco Cappato, ha stabilito la non punibilità per chi aiuta una persona a morire, a determinate condizioni. Nel caso di Laura Santi, i requisiti erano presenti: malattia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di autodeterminarsi.

Il verdetto positivo dell’Asl Umbria 1 e del comitato etico è arrivato solo nel giugno 2025. Il mese successivo, Laura ha scelto di auto-somministrarsi il farmaco letale, come previsto dalla legge, sotto assistenza medica volontaria.

La sentenza dj Fabo e le lacune legislative in Italia

Il caso di Laura si inserisce nel solco tracciato dalla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale sul caso di dj Fabo, che ha aperto la possibilità di ricorrere al suicidio assistito in Italia in presenza di condizioni ben precise: malattia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di autodeterminazione. Tuttavia, in assenza di una legge nazionale sul suicidio assistito, ogni caso continua a dipendere dall’interpretazione delle singole ASL, con tempi e ostacoli spesso insostenibili per i malati.

Proprio per questo motivo, figure come Marco Cappato, attivista e politico dell’Associazione Luca Coscioni, da anni portano avanti una campagna per una legge chiara e giusta sul fine vita, che garantisca davvero la libertà di scelta a tutti coloro che soffrono. Laura Santi è stata parte di questa battaglia come attivista e consigliera dell’associazione.

Le parole finali: “Ricordatemi, ma non smettete mai di combattere”

Il suo messaggio d’addio, affidato all’Associazione Luca Coscioni, di cui era attivista e consigliera generale, ha colpito profondamente l’opinione pubblica. Un testo lucido, dolente ma pacificato: “Sto per morire. Non potete capire che senso di libertà dalle sofferenze, dall’inferno quotidiano che ormai sto vivendo. Mi porto di là sorrisi, tanta bellezza. Vi prego: ricordatemi. E nel farlo, non smettete mai di combattere, anche quando le battaglie sembrano invincibili.”

Un ultimo appello che suona come una chiamata collettiva alla responsabilità civile, e alla difesa del diritto di scelta sul proprio corpo e sulla propria morte.

Nelle sue ultime lettere, Laura ha affidato parole di grande lucidità e coraggio all’Associazione Coscioni e a chi le è stato vicino: “La vita è degna di essere vissuta, se uno lo vuole, anche fino a cent’anni e nelle condizioni più feroci. Ma dobbiamo essere noi, che viviamo questa sofferenza estrema, a decidere. E nessun altro.”

Con la sua decisione, ha voluto lanciare un messaggio chiaro: il suicidio assistito non è una fuga, ma un atto di libertà, consapevolezza e dignità, che deve essere riconosciuto e tutelato dallo Stato.

 

“Non potete capire che senso di libertà dalle sofferenze, dall’inferno quotidiano che ormai sto vivendo. O forse lo potete capire. State tranquilli per me. Io mi porto di là sorrisi e bellezza. Ma vi prego: ricordatemi.”

Cosa dice la legge in Italia sul suicidio assistito?

In Italia, il suicidio assistito non è regolato da una legge organica, ma dalla già citata sentenza della Corte Costituzionale, che ha aperto la strada a casi individuali. Tuttavia, manca un quadro normativo chiaro, e ogni richiesta deve passare attraverso un iter complesso, diverso da Regione a Regione e spesso ostacolato da interpretazioni restrittive.

Il tema è da anni al centro dell’impegno politico e civile di Marco Cappato e dell’Associazione Luca Coscioni, che con campagne di disobbedienza civile e azioni legali ha portato in aula i casi più emblematici del dibattito sul fine vita.

Nonostante le proposte di legge depositate in Parlamento, il quadro normativo resta fermo. Laura Santi ne è l’esempio più recente: una cittadina che ha dovuto combattere in tribunale per vedersi riconosciuto un diritto che per molti altri, in altri Paesi europei, è garantito da tempo.

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La morte di Laura Santi riapre il dibattito sul diritto all’autodeterminazione e sulla necessità di una legge chiara e uniforme in tema di fine vita. La sua voce si unisce a quella di tante persone che, negli ultimi anni, hanno chiesto con dignità di poter decidere come concludere la propria esistenza quando la malattia rende ogni giorno un peso insopportabile.

Il suo ultimo gesto non è stato un grido di resa, ma un atto di libertà consapevole. E ora tocca alla politica decidere se restare in silenzio o affrontare, finalmente, un tema che riguarda tutti: quello della dignità, fino all’ultimo giorno.