Francesca Picozzi, la psicologa Millennial che aiuta i giovani su TikTok: “Il narcisista soffre in prima persona – e merita rispetto, come tutti i disturbi di personalità”
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Al Book Pride abbiamo parlato anche di salute mentale, e lo abbiamo fatto con un’esperta. Francesca Picozzi è una psicologa e psicoterapeuta millennial, classe 1995, che da qualche anno, attraverso il proprio canale TikTok, raccoglie i dubbi che le giovani generazioni esprimono sui social. Con parole semplici e consigli mirati, le aiuta a orientarsi tra i tanti disagi di un’età complessa — in un’epoca ancora più indecifrabile, se vissuta senza gli strumenti adatti.
Chi è Francesca Picozzi, psicologa millennial che sui TikTok parla ai giovani, ora protagonista di una graphic novel
Grazie a questa sua attività, Francesca è diventata la protagonista della graphic novel Perché sei qui?, illustrata magnificamente da Greta Xella e pubblicata da Tunué. Il volume racconta sei storie di salute mentale che affrontano tematiche attualissime per i giovani adulti della Gen Z: ansia, attacchi di panico, disturbi alimentari, identità di genere e sessualità, autolesionismo, e una generalizzata paura del futuro.
Com’è stato trovarsi protagonista di una graphic novel, Perché sei qui, che mette sul tavolo le questioni di salute mentale dei giovani e degli adulti?
Essere inserita all’interno della graphic novel come professionista, quando il mio lavoro è quello della psicoterapeuta, è stata un po’ una sfida. Questo mestiere si fa, lo si vive in prima persona. Vedersi improvvisamente dall’esterno, guardare ciò che faccio ogni giorno con i pazienti da un’altra prospettiva, inserita in un contesto fumettistico… all’inizio è stato un po’ strano. Però, alla fine, anche molto costruttivo.
Salute mentale sui social: più benefici o disastri? E cosa ne pensano i giovani?
Parlare di salute mentale sui social oggi è una sfida, perché ci sono tanti pro e tanti contro. Però i social hanno davvero sdoganato il tema della salute mentale e della psicoterapia, soprattutto tra le nuove generazioni, quelle che io definisco “dei coraggiosi”. Il fatto che se ne parli di più spazza via tutta una serie di pregiudizi e preconcetti riguardo all’andare dallo psicologo, dallo psicoterapeuta o anche dallo psichiatra, dimostrando che non c’è nulla di cui vergognarsi.
La controparte è che, con la mole di informazioni che riceviamo ogni giorno e il fatto che chiunque, con in mano un telefonino, può dire un po’ quello che vuole, c’è anche una grande quantità di disinformazione. Quindi, sì, se ne parla tanto — ma non sempre in modo preciso e corretto.
Autodiagnosi: personalmente sei a favore o contro?
Sui social il concetto di autodiagnosi dilaga, e certi costrutti complessi vengono usati con una certa leggerezza. Lo vediamo, ad esempio, con alcuni trend: tra i temi più discussi ci sono il narcisismo, l’ADHD e i disturbi dello spettro autistico.
Concetti legati alla psicopatologia o alla neurodivergenza vengono spesso banalizzati. Alcune categorie diagnostiche, infatti, vengono utilizzate in maniera errata, fino a perdere completamente il loro significato.
Parliamo di narcisismo, tema che affiora molto spesso quando parliamo di relazioni o di rapporti tra genitori e figli.
Quando si parla di narcisismo sui social, spesso non si ha veramente idea di cosa si stia dicendo. Il disturbo narcisistico di personalità è, a tutti gli effetti, un disturbo di personalità: qualcosa che fa soffrire — in primis — la persona che ne è affetta.
Sui social, però, passa l’idea che il narcisista sia semplicemente una persona che, per scelta, decide di svegliarsi un giorno e iniziare a trattare male gli altri. Quando, in realtà, parliamo di una condizione clinica che va compresa, curata e trattata con lo stesso rispetto riservato a tutti gli altri disturbi psicologici.
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