Dopo lo scandalo del cimitero dei feti a Roma, arrivano le multe (da oltre 400mila euro) per il Comune e l’Ama
Condividi su
Le indagini partirono grazie a una denuncia su Facebook: Marta Loi aveva infatti raccontato di aver scoperto l’esistenza di questo luogo, in cui i feti venivano seppelliti anonimamente e senza il consenso delle donne che avevano abortito; a “commemorarli”, una croce bianca con il nome della donna stessa.
Il caso del cimitero dei feti a Roma
“Questa non è la mia tomba, ma quella di mio figlio”, scriveva Loi sul famoso post social, dopo essersi sottoposta a un aborto terapeutico. Una violazione della privacy inaccettabile che non rispetta la garanzia dell’anonimato preista dalla legge 194; inoltre, all’epoca il Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria prevedeva che, in assenza di un regolamento regionale, i prodotti del concepimento dalla ventesima alla ventottesima settimana e i feti oltre la ventottesima settimana venissero seppelliti solo su richiesta dei familiari o secondo disposizioni dell’Asl. A Novembre 2022, fortunatamente, il Regolamento è stato cambiato e vieta l’esposizione dei nomi delle donne coinvolte e l’utilizzo di una croce bianca.
Leggi anche: Il caso del cimitero dei feti a Roma
Privacy e aborto
All’epoca dell’emersione dei fatti, molte associazioni erano insorte: Differenza Donna, per esempio, aveva chiesto: “alle donne di informarsi sui loro territori per essere consapevoli di quante di noi sono state violate da un sistema e da istituzioni che decidono arbitrariamente di controllare le nostre vite, i nostri corpi, le nostre scelte”, per evitare loro “la rabbia e l’angoscia” provata da Loi nel leggere il proprio nome su una tomba, associata a un simbolo che non le apparteneva, il tutto dedicato a una sepoltura che non aveva richiesto.
La multa al comune e all'Ama
A distanza di due anni dal caso, il Garante della privacy ha sanzionato il comune di Roma per 176 mila euro e la società partecipata del comune stesso a cui è affidata la gestione dei servizi cimiteriali, l’Ama, per 239mila euro. Il cimitero dei feti ha infatti violato il “rigoroso regime di riservatezza” legiferato dalla 194. Nella nota del Garante, si legge: “'la diffusione illecita è stata originata da una comunicazione di dati effettuata in violazione del principio di minimizzazione. La Asl Rm1 aveva trasmesso ai servizi cimiteriali la documentazione con i dati identificativi delle donne.
Le informazioni erano state poi riportate nei registri cimiteriali (determinando potenzialmente la possibilità di estrarre l’elenco di chi aveva effettuato un'interruzione di gravidanza in tutte le strutture ospedaliere del territorio) e sulle croci, nonostante la normativa specifica preveda che, per l’apposizione della targhetta sul cippo, le informazioni da indicare siano quelle del defunto; quindi tali informazioni non possono in alcun modo essere assimilate a quelle che riguardano le donne che hanno avuto una interruzione di gravidanza”.
La richiesta dell'Autorità Garante
Inoltre, l’Autorità Garante ha esplicitamente richiesto all’Azienda sanitaria di non riportare le generalità delle donne sulle “autorizzazioni al trasporto e alla sepoltura e sui certificati medico legali”; infine, ha indicato all’Als alcune misure per evitare a chiunque di risalire all’identità della donna che ha abortito e che ha però desiderato di procedere con la sepoltura, tra cui: l’oscuramento dei dati identificativi delle donne, la pseudonimizzazione e la cifratura dei dati.
Condividi su