Aborto in Italia, 46 anni dopo: Federica Di Martino, "tutto da rifare"
Ma nella pratica resta una mission impossibile (e un privilegio per ricche)
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Era il 22 maggio 1978, quarantasei anni fa, quando in Gazzetta Ufficiale veniva pubblicata la legge numero 194: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza”. L'aborto, in sostanza, diventava legale in Italia. Ma "qualcosa deve essere andato storto", attacca Federica Di Martino, psicologa e creatrice del canale di sensibilizzazione sul tema dell'Interruzione volontaria di gravidanza Ivg - Ho abortito e sto benissimo.
46 anni di aborto legale in italia
Ricapitolando brevemente, nel 1978 arrivava in Italia la legge 194, ovvero la legge sull’aborto (detta anche "194/78") che consente di interrompere volontariamente la propria gravidanza in una struttura pubblica (ospedale o consultorio, poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza). E prima? Abortire era un reato presente sul codice penale italiano e veniva punito con la galera da due a cinque anni sia per il medico che praticava l'aborto (e sono stati tanti gli amici delle donne che lo facevano rischiando) sia, ovviamente, per le richiedenti.
Naturalmente c'erano anche i rischi degli aborti clandestini non praticati da medici: interventi fai da te con oggetti trovati in casa e intrugli di erbe e medicine. E nel frattempo gli anticoncezionali erano vietati. Per questo sono state oltre 700 mila le persone che hanno firmato per ottenere un referendum e tentare di rendere legale l'aborto mentre nel frattempo la Corte Costituzionale emetteva una sentenza storica (a febbraio 1975). Che diceva? Che "non è accettabile porre sullo stesso piano la salute della donna e la salute dell’embrione o del feto". Un tema che resta totalmente irrisolto a quasi 50 anni di distanza. Sono molte infatti le persone che - più per ragioni economiche e di potere - cercano di ribaltare questo diritto ottenuto a fatica dalle nostre madri, nonne e bisnonne.
federica Di martino: "gli antiabortisti tra un po' saranno pure nelle case"
La psicologa e creator che da anni fa divulgazione sulle pratiche anticoncezionali e sul diritto all'aborto, Federica Di Martino, ci spiega che: "A 46 anni dall’approvazione della legge 194 ci troviamo a riflettere su cosa deve essere andato storto se ad oggi evidentemente continuiamo a confrontarci con le violente politiche che mettono in discussione il diritto di aborto, lo smantellamento dei consultori (dovrebbero essere uno ogni 20 mila abitanti, ne abbiamo uno ogni 70 mila, ndr) e la presenza sempre più massiva dei gruppi antiabortisti, anche all’interno dei luoghi della salute pubblica".
"Qualcuno direbbe che le lotte del passato sono state vanificate, ma credo che le questioni si muovano su due linee direttrici principali. Da un lato l’aspetto legislativo, e poi politico. La 194 è una legge fallata e dalle trame larghe, tanto da avallare l’obiezione di coscienza, l’obbligo di una settimana di riflessione, la presenza di gruppi e associazioni antiabortiste nei consultori". E inoltre "la legge sull’aborto è stata creata assumendo la maternità come fondamento sociale del nostro Paese. Da un punto di vista politico non si è fatto niente né per ridiscutere questa legge e tentare di migliorarla (“non è il periodo storico adatto” sono 40 anni che ce lo sentiamo dire, nonostante cambino le maggioranze) con tanto di slogan come “nessuno tocchi la 194” e “giù le mani dalla 194” che a tenerla così bella fissa e immobile gli antiabortisti un altro po’ ce li troviamo direttamente a letto mentre regolamentano pure la nostra vita sessuale".
E continua, "A questo aggiungiamoci che i consultori sono stati depotenziati, smantellati, ridotto il personale, previa essere caricati di una serie di misure (come l’aborto farmacologico nei consultori) che non erano in grado di sostenere. Dall’altro c’è una dinamica culturale sul tema che ha trasformato l’aborto da diritto da rivendicare ad argomento da salotto. “Sei contrario o favorevole all’aborto?” Come se ce ne fregasse qualcosa, avallando e sostenendo implicitamente l’idea che i nostri corpi sono cosa pubblica su cui poter dire la propria".
"La retorica narrativa dell’aborto è dominata da una morale colpevolizzante e dolente, si è assunta collettivamente perché le donne, giorno dopo giorno, sono state accompagnate alle porte d’uscita della loro esistenza, raccontate e decisi da altri. Tutto questo è stato normalizzato, il dibattito appiattito e ci è stato dato sempre meno margine per poter incidere, anche perché il nostro corpo e i nostri diritti sono stati inglobati in una visione di statalizzazione che esclude la compartecipazione e le forme di decisionalita e democrazia partecipata, soprattutto su quello che riguardava i nostri bisogni e rivendicazioni".
di martino, "oggi occorre più che mai parlare di aborto"
Di cosa abbiamo bisogno oggi? "Recuperare voce, occupare spazio, e capire che le nuove generazioni hanno cose da dire e non possiamo stare lì a ricacciare ogni volta il video di Oriana Fallaci del ‘75 pensando che questo basti, o far parlare di aborto soltanto persone che hanno fatto il Sessantotto e che c’erano quando la legge è stata approvata. Il mondo è cambiato e noi non siamo state con le mani in mano. È stata introdotta la pratica farmacologica, tantissimi studi sullo stigma sociale che investe le narrazioni ed esperienze, esperienze politiche di mutualismo dal basso che hanno attraversato e continuano ad attraversare il mondo. Continuare a silenziare tutto questo è l’ennesima forma di controllo e oppressione, e ieri come oggi, questo lo rivendico come linea di continuità, quello spazio che non ci date ce lo prendiamo, perché lo spazio lo siamo".
non è impedendo l'aborto che si risolleva il tasso di natalità
È vero che tasso di natalità in Italia è in costante calo da decanni ma non è parlando di "feti che hanno il battito" (no, un feto non ha battito cardiaco prima di 9 settimane) e osteggiando il diritto all'aborto con mezzucci e furberie che si risollevano le sorti delle nascite. Infatti è più che altro politica: tutti i Paesi governati da partiti di estrema destra hanno avviato campagne anti aborto seguendo la strada aperta all'improvviso dagli Stati Uniti, quando hanno annullato una legislazione storica che garantiva l’accesso all’aborto a livello nazionale.
Infatti le associazioni e i movimenti per i diritti segnalano l'importanza di inserire l'aborto in Costituzione (così da blindarlo tra i diritti fondamentali). Anche perché la capacità delle donne di autodeterminarsi e scegliere la vita che vogliono fare dipende sostanzialmente dalla loro libertà di scelta rispetto alla maternità.
idee per migliorare la legge 194
Ma non solo: alcune cose della legge 194 possono cambiare. Come per esempio spiega l'associazione Luca Coscioni, che ha presentato alcune proposte di modifica segnalando "le più evidenti ed urgenti criticità, sulla base dell’esperienza applicativa". Sarebbe necessario eliminare il periodo di attesa obbligatorio. Le procedure per l’interruzione volontaria di gravidanza sono sicure, è possibile comunque avere complicazioni, la cui incidenza aumenta progressivamente con l’aumentare dell’epoca gestazionale. Se la donna è convinta della sua scelta, costringerla a soprassedere sulla sua decisione per un periodo la cui durata è fissata per legge la espone solo a un rischio maggiore di complicazioni per la salute fisica e per la salute psichica.
Si potrebbe introdurre il “rischio per la salute” della donna per le IVG oltre il 90esimo giorno. Al momento, quando vi sia la possibilità per il feto di vivere al di fuori dell’utero (oggi oltre 21 settimane + 6 giorni) la legge permette l’aborto solo se vi sono rischi per la vita della donna e non per la sua salute. Questo corrisponde a una scelta legislativa molto rigorosa e penalizzante, configurabile come un vero e proprio “obbligo di continuazione della gravidanza” in presenza, appunto, di pericoli gravi per la salute. Per questo si propone di integrare così l’articolo 6: “quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita o per la salute della donna”.
Si potrebbe eiminare l’obbligo del medico di “salvaguardare la vita del feto”. Al suo posto si propone di inserire che “l’autorizzazione all’interruzione della gravidanza viene data da una commissione medica che valuta il singolo caso”. L’attuale approccio di attivismo terapeutico pone non pochi problemi e rende impossibile l’aborto in utero, previsto da tutte le società scientifiche internazionali. Oggi in Italia non è possibile, in pratica, abortire dopo la 22esima settimana e, in presenza di una diagnosi di seria patologia fetale, la donna dovrebbe partorire un figlio gravemente ammalato: una prospettiva inaccettabile per moltissime donne, che decidono dunque di abortire all’estero.
quante donne abortiscono in italia? in realtà pochissime
Gli aborti nel nostro Paese sono pochi e continuano a dimnuire. Per questo è evidente che non è l'aborto a minacciare la natalità. Il picco massimo di interruzioni di gravidanza è stato registrato negli anni 1982 e 1983 con oltre 230mila IVG e da allora il totale è in costante discesa. Nel 2020 per la prima volta siamo scesi sotto quota 70mila (le strutture erano anche intasate dal Covid19) e la tendenza è stata replicata nel 2021, ultimo anno per il quale i dati sono disponibili: poco più di 63mila le interruzioni registrate. Ma c'è un "ma": ci sono grandi differenze tra regioni. La Liguria è la regione in cui, in rapporto alla popolazione, vengono effettuati più aborti (7,3 per mille), quasi il doppio rispetto alla Basilicata (3,7), l’area del Paese dove se ne effettuano meno. Un altro indicatore che ci aiuta a mettere a fuoco come l'aborto sia realmente garantito è quello degli spostamenti. Peché per legge ogni donna dovrebbe poter abortire nella provincia in cui risiede ma ovviamente non sempre accade.
Quasi un aborto su tre pe chi risiede in Basilicata significa un viaggio fuori dai confini regionali (ecco perché sono pochi). Uno su quattro per quanto riguarda le donne che risiedono in Molise. E Istat registra che nel 2021 in due province - Fermo e Isernia - tutte le donne che hanno dovuto abortire sono dovute emigrare. In totale sono nove le province in cui più della metà degli aborti vengono realizzati fuori dai confini provinciali
ultimo capitolo: l'obiezione di coscienza
La legge prevede che esistano gli obiettori di coscienza: persone (medici, infermieri, staff sanitario) che sono contrarie all'aborto e quindi non lo praticano. Ma sono un po' troppe e di fatto sono il motivo per cui il diritto non è esercitabile al cento per cento. Oggi circa 2 ginecologi su 3 non effettuano interruzioni di gravidanza. E anche qui ci sono differenze tra regioni: la Puglia, l’Abruzzo e la Sicilia hanno oltre l’80 per cento dei ginecologi obiettori.
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